Patto di stabilità, “regionalizzarne l’applicazione”

La questione riemerge in consiglio comunale in una mozione del PD approvata dlal'assemblea, con il plauso del sindaco Farioli

Tra le proposte emerse in consiglio comunale giovedì sera, il Partito democratico, insistendo sull’analisi degli effetti della crisi, ha portato avanti una mozione relativa al patto di stabilità, il meccanismo che "ingessa" le finanze dei comuni per evitare il tracollo definitivo di quelle pubbliche, in affanno pesante e irreversibile da ormai un quarto di secolo. Intanto il governo, si legge nella mozione, ha tagliato il Fondo nazionale per le politiche sociali e fortemente ridimensionato quello per le non autosufficienze: con queste risorse ha alimentato l’esperimento della social card, fin qui rivelatosi un mezzo fiasco.
Il taglio di fatto dei trasferimenti statali, l’ennesimo, è il martello che si va a scagliare contro l’incudine del Patto di stabilità. In mezzo ci sono ottomila Cmuni italiani che ormai nn sanno più dove andare a recuperare risorse (salvo quelli "beneficati" dai "regalini" del governo dopo essersi ridotti al crac, un autentico incoraggiamento all’irresponsabilità finanziaria).
Per il PD serve un’immediata inversione di rotta o il Comune di Busto Arsizio finirà "strozzato".
La mozione della maggiore forza d’opposizione proponeva di fare pressione sul governo perchè l’applicaizone del patto di stabilità avvenisse su base non più nazionale ma regionale, col che se ne allenterebbe in Lombardia la stretta; a velocizzare i pagamenti ai fornitori del Comune, spesso in difficoltà economiche di questi tempi; a far partire le opere pubbliche programmate per rilanciare l’economia locale.

L’emendamento proposto dalla maggioranza eliminava le ultime due richieste e precisava la prima nel senso di riconoscere all’interno di una "regionalizzazione" del patto di stabilità, regole meno restrittive per le amministrazioni cosiddette "virtuose": ossia, che non si danno alla finanza creativa.
Con queste precisazioni il documento passava all’unanimità. Incassando anche il sostegno del sindaco Farioli, pronto a sottolineare che «c’è una iflesione da fare, cui sono chiamati gi enti locali», visto che le politiche governative, destra o sinistra, non cambiano. Nel frattempo, ricordava, Anci, l’associazione dei Comuni che nella nostra regione è presieduta dal sindaco di Varese Attilio Fontana, ha tuonato di recente contro il patto di stabilità, annunciando che sosterrà chi se ne sgancerà. Come qualcuno ha già fatto anche nella nostra zona. «Alla semplice "protesta dei sindaci"» sosteneva Farioli «deve seguire la possibilità su base regionale di sbloccare le potenzialità di finanziamento di tutti quei Comuni che hanno tenuto i conti in ordine».

Il conflitto è tra il federalismo a parole e quello nei fatti: il primo abbonda ormai da un quindicennio, sull’onda del movimento leghista che l’ha portato alla ribalta con vigore, ma i risultati concreti faticano a vedersi, se non come aggravi di tassazione e moltiplicazione di livelli decisionali e burocratici. Il tutto in uno scenario in cui la politica nazionale invade e condiziona i livelli locali molto di più di quanto la voce di comuni e province riesca a farsi udire in quel di Roma: basti vedere le mozioni-fotocopia su questioni ideologiche che dall’alto dei partiti romani discendono moltiplicandosi ad ingolfare inutilmente i consigli comunali. Vedi crocifissi, privatizzazioni e quant’altro. O il voto amministrativo delle masse in ogni centro non piccolissimo, molto più largamente influenzato dai dibattiti e dai telegiornali della tv che non dalle questioni concrete locali e dai personaggi in lizza. Anche su questo, ci permettiamo di aggiungere, andrebbe fatta una riflessione: se la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), allora votata dal solo centrosinistra e confermata dal voto degli italiani, ribaltava l’ottica tradizionalmente centralista dello Stato nazionale, a distanza di anni gli effetti tardano a manifestarsi.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 28 novembre 2009
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