Piccolomo interrogato dal gip: non parla

L'uomo, indagato per l'omicidio di Carla Molinari si è avvalso della facoltà di non rispondere. Da quando è sposato con una donna marocchina sostiene di aver cambiato religione: in carcere si è dichiarato musulmano

Giuseppe Piccolomo, accusato del delitto della mani mozzate a Cocquio Trevisago, è stato interrogato in carcere dal gip e si è avvalso della facoltà di non rispondere. Entro le 12 di questa mattina il giudice deciderà se scarcerarlo o dare risposta affermativa alla richiesta del pm di tenerlo in carcere. Intanto, le figlie dell’uomo hanno dichiarato di credere alla sua colpevolezza e chiedono giustizia per la madre, morte nel 2003 in un incidente stradale per il quale lo stesso Piccolomo patteggiò un anno e 4 mesi per omicidio colposo.
La decisione è attesa per questa mattina. Piccolomo, in carcere, si è dichiarato musulmano, alla domanda di rito che gli agenti rivolgono ai detenuti (ai musulmani viene servito un pasto senza carne di maiale e senza vino). La circostanza è forse spiegata dal fatto che l’uomo è sposato a una marocchina, e anche l’avvocato Simona Bettiati, pur non confermando, specifica che altri particolari oltre a quelli già emersi non hanno alcuna valenza giuridica in questo momento. Ma al centro commerciale di Cocquio Trevisago, nei bar dove Pippo «era parte dell’arredamento», come ripetono i negozianti questo particolare della vita di Piccolomo è ben conosciuto: «Il prete ha detto che vuole parlargli – spiega una donna che lo conosceva bene – ma lo sanno tutti che Pippo si era fatto musulmano, dopo che aveva sposato la moglie marocchina. Poi sono convinta che a casa il salame se lo mangiava, perché lui era fatto così, parlava parlava, gli piaceva ostentare, e poi era il primo a contraddirsi». Piccolomo lo aveva detto a tutti, che si era convertito. Viveva con la ex colf di casa sua, e sognava anche di trasferirsi dai parenti di lei, in Marocco. Non frequentava nessuna moschea e non risulta che pregasse come un devoto osservante. Anzi, passava i pomeriggi al tavolino a leggere la Gazzetta, a chiacchierare, a urlare sulla vita e sul Milan. Era stato a tutte le finali di coppa dei campioni, un amico lo ricorda a Vienna, con il vestito da diavolo e il forcone di plastica; entrarono in museo, ma la guardia gli chiese di lasciare il forcone fuori dalla porta, lui si impuntò e riuscì a entrare anche con il travestimento. Particolari che completano il quadro di una persona esuberante, esagerata, ostentata.
A Caravate, a casa di Tina Piccolomo, 39 anni (Nunzia, all’anagrafe), ieri è stato un via vai di giornalisti. La donna, d’accordo con la sorella Cinzia, ha deciso di parlare perché ha due obiettivi. Primo, chiedere giustizia per la madre, morta arsa viva durante l’incidente stradale del 2003 nel quale il padre testimoniò di essersi salvato ma di non averla potuta aiutare. Secondo, spiegare che lei e la sua famiglia, (la sorella e il fratello, ma anche il marito e i due figli) sono ancora una volta vittime di questa vicenda. Da sei anni avevano rotto con il padre, perché lo ritengono responsabile della morte della madre Marisa Maldera. E da allora, per le accuse che gli avevano rivolto, vivono con la paura di ritorsioni. Anche loro, adesso, vogliono giustizia e farne degli appestati sarebbe una ingiustizia alla loro sofferenza. Tina Piccolomo era la figlia più legata alla madre, Marisa. A Cocquio è benvoluta: «Tina amava molto sua mamma, Marisa era una donna stupenda –spiega la titolare di un esercizio  – aveva sempre un sorriso per tutti, e noi le volevamo bene. Quando morì ci rimanemmo molto male, e da allora Pippo venne un po’ emarginato».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 novembre 2009
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