“Non chiamateci fannulloni”

Fanno discutere le dichiarazioni del rettore della Sapienza ma le repliche non tardano: «Il brunettismo inganna, scredita la ricchezza dei nostri atenei»

ricercatori fannulloni?I ricercatori italiani sono dei fannulloni? Qualcuno pensa anche questo nonostante la maggior parte delle università italiane stia in piedi proprio grazie al loro lavoro. Hanno fatto discutere le dichiarazioni di due giorni fa del rettore della Sapienza, Luigi Frati, nei giorni della mobilitazione contro i tagli all’università e che sta toccando i toni più duri proprio a Roma dove sono state annunciate, per protesta, le sessioni d’esame notturne: «Il 30 per cento dei ricercatori della facoltà di Giurisprudenza – ha dichiarato – non ha prodotto nulla nell’ambito della ricerca scientifica e in generale alla Sapienza il 10% dei ricercatori non ha prodotto nulla in 10 anni. Queste persone vanno cacciate dall’Università». Le reazioni si sono scatenate immediatamente: «E il restante 90? Perché non valorizzare quello nelle dichiarazioni alla stampa? L’ottica del "brunettismo" spesso inganna. Siamo consapevoli tutti dell’importanza di queste persone nei nostri atenei e al posto di valorizzarla la screditiamo in questo modo». Lo ha detto Matteo Rocca, preside della facoltà di economia dell’Università dell’Insubria durante l’assemblea di martedì 6 luglio contro i tagli della manovra.

università insubria varese«È stato proprio l’attacco alla nostra categoria la goccia che ha fatto traboccare il vaso – ha aggiunto nello stesso incontro Stefano Giovannardi, ricercatore di biotecnologia molecolare alla facoltà di scienze di Varese -. Molti colleghi delle università italiane hanno creato dei gruppi per ragionare insieme sui contenuti del disegno di legge Gelmini e si è arrivati a un documento più complesso dove si prendono in esame i punti critici e si propongono le modifiche. Varese e Como hanno aderito alla critica ma a tutto ciò non abbiamo ottenuto alcuna risposta».
La replica ha trovato spazio inoltre sul sito della Rete 29 aprile, il coordinamento spontaneo nato da circa trecento ricercatori che rappresentano i trentacinque atenei italiani: 
«I Rettori delle università italiane dovrebbero sapere: che i ricercatori italiani vogliono che la loro attività di ricerca venga valutata e hanno posto questo punto tra quelli qualificanti del loro pacchetto di proposte (che saremmo lieti di esporre ai vertici della CRUI come abbiamo più volte richiesto);
che non è colpa dei ricercatori italiani se una nuova procedura di valutazione, dopo lunga e tormentata gestazione, ha preso il via solo da quest’anno in tutto il territorio italiano con il decreto ministeriale n.8 del 19 marzo 2010 per il periodo 2004-2008, e non è prevedibile quando darà i primi risultati. A quel punto invitiamo i rettori a fare i nomi dei ricercatori, nonché dei professori associati e ordinari che staranno fuori dai parametri misteriali riconosciuti, evitando di fare discorsi generalizzanti che risultano insultanti per migliaia di professionisti seri, preparati e coscienziosi e per le strutture nelle quali essi lavorano. Infine, speriamo che il Rettore Frati e i suoi magnifici colleghi siano così equanimi da riconoscere come vi siano migliaia di professori ordinari e associati che pubblicano proporzionalmente meno di un giovane ricercatore, e in alcuni casi non risultano produttivi da anni. Se proprio si vorrà scendere sul piano (del tutto inutile) della "guerra intestina", i ricercatori italiani non hanno alcuna remora a porre sul piatto la loro produzione e la loro passione, confrontandola con quelle di chi sta al vertice del sistema».

protesta ricercatori vareseE a Varese? Anche qui i ricercatori hanno annunciato la partecipazione alla mobilitazone valutando la possibilità di astenersi dal tenere lezioni, esami e sedute di laurea bloccando di fatto il funzionamento della didattica. «Dobbiamo spiegare ai ragazzi perché si manifesta – ha aggiunto Bruno Cerabolini, professore associato della facoltà varesina di scienze -. Le obiezioni e le critiche degli studenti saranno molte a fronte di un servizio che potrebbe peggiorare mentre le tasse aumentano. È necessario perciò innanzi tutto ricordare sempre che la persona che si trovano davanti durante le ore di lezione non è quasi mai un professore come molti pensano ma proprio un ricercatore, va spiegato come funzionano realmente le nostre università». 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 luglio 2010
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