“Ad Haiti c’è un popolo da ricostruire”

Suor Marcella Catozza racconta i progetti di ricostruzione in via di realizzazione con l'associazione Kay La. Con lei, Charles: laureato in economia, ha perso nel terremoto diploma, casa e fidanzata: si perfezionerà come infermiere all'ospedale di Busto

Haiti dolente, Haiti colpita, Haiti angolo d’Africa trapiantata con tutti i suoi problemi nelle Americhe già inquiete e rose da ingiustizie secolari. A raccontarla per immagini, a narrare lo sforzo di ricostruzione che viene compiuto con e per gli haitiani, è suor Marcella Catozza, religiosa e infermiera bustocca attiva nel Paese caraibico, oggi all’ospedale di Busto per un "punto della situazione" e per accompagnare un giovane haitiano che vi perfezionerà la sua formazione da infermiere. A partire da oggi e fino al 19 settembre, infatti, un infermiere di Port-au-Prince, Charles Wilner, 27 anni, svolgerà un periodo di formazione presso l’Unità Operativa diretta dal dott. Guido Bonoldi.
Stamattina, nel reparto di Medicina II, si è svolto l’incontro, presenti tra gli altri, il direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Pietro Zoia e il primario Bonoldi, per presentare la collaborazione avviata con l’associazione Kay La onlus di Lonate Pozzolo (www.associazionekayla.org), che opera principalmente ad Haiti e con la quale suor Marcella è impegnata da anni in progetti umanitari anche di ambito sanitario.

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-Tutto da ricostruire, ma si può, si deve fare

Suor Marcella, aiutandosi con diapositive che lasciavano ben poco da commentare nella loro tragica crudezza, ha raccontato ai presenti la realtà di Haiti e in particolare quella della baraccopoli di Waf Jeremie, a quattro passi dal centro della città, ma dove le condizioni di vita sono a dir poco disastrose. Lo stato della città, tuttora, è quasi postatomico, l’amministrazione pressochè inesistente o saltata. La religiosa ha realizzato un ambulatorio pediatrico (attualmente organizzato sotto un paio di tende, ma un piccolo edificio è in via di ultimazione), un refettorio, un progetto di distribuzione dell’acqua e uno per la costruzione di 122 case (anche questo quasi terminato), una scuola. In prospettiva si dovranno aggiungere una casa-famiglia per l’assistenza a bimbi malnutriti e abbandonati (altra piaga socialedella povertà), e una Piazza dei Mestieri su cui dovranno affacciarsi botteghe e negozi.
Charles, classe 1983, fa da quattro anni l’infermiere volontario, aiuta suor Marcella nell’ambulatorio pediatrico e collabora ai progetti in corso. Sarebbe laureato in Economia, ma il suo diploma è andato perso nel terremoto che recentemente ha colpito Haiti. Il terribile sisma ha Charles negli affetti più cari: la sua fidanzata è morta sotto le macerie di una scuola, il corpo non è mai stato ritrovato. Per lui, silenzioso e un po’ spaesato a migliaia di chilometri da casa (ma anche quella è crollata, va da sé: le disgrazie non vengono mai da sole) il dopo terremoto è letteralmente una seconda vita, da ricostruire almeno quanto la sua città.

-«Eravamo la discarica, ora stiamo togliendo le tende»

«Il clima è cambiato ad Haiti» annuncia suor Marcella. Si sta dimostrando che "si può fare", «che l’ultima parola sulla vita non è questo strazio, questo schifo»: gli aiuti, generosi, hanno permesso di avere una buona dotazione sanitaria laddove purtroppo, di converso, mancano ancora i servizi essenziali – acqua, luce. «Manca l’acqua, quella delle autobotti non è potabile l’unica sicura è quella imbottigiliata, ma una bottiglietta al supermercato costa cinque dollari…» L’ospedale generale è un posto dove non si va» ad Haiti, per i poveri fra i poveri: rimane l’ambulatorio locale, presidio di civiltà, a volte di pietà cristiana, in quartieri preda di una violenza spietata. «’Bollino rosso’ dicono quelli dell’Onu, che si guardavano bene dall’entrarci, l’Unicef non s’era mai vista, tante ong ancor oggi non hanno il permesso di venirci. Nessun investe qui, è un rischio, potrebbe venire il primo leader di una gang e sbatterci fuori con le cattive. Ma è un rischio che sono disposta a correre, per la speranza che ho visto negli occhi della nostra gente, per il lavoro che quasi duecento persone hanno trovato, pur nella modestia delle paghe. Fino a pochi mesi fa da noi era la discarica, i camion continuavano a venire da noi a scaricare macerie e rifiuti. Un giorno mi sono messa dietro a uno dei bestioni, con tutti i bambini in fila, mentre faceva per scaricare: be’ è stata l’ultima volta che ne abbiamo visto uno».

Una città ridotta a livelli postatomici

La ricostruzione a Waf Jeremie si muove: «Noi stiamo togliendo le tende, mentre in altre parti della città le stanno ancora mettendo». La città è a terra quasi quanto Hiroshima o Nagasaki un anno dopo la Bomba. Ma è la capitale, e a novembre ci sono le elezioni, da sempre momento di estrema violenza  e di guerra per bande in terra haitiana. «Il console italiano, che vive lì da dieci anni, ha rimandato in patria la famiglia, non si sa mai… E anche gli aiuti prima o poi finiranno. E dopo?» Tutto è un problema, non esiste più un’amministrazione, e se già "prima" era a volte una farsa, ora è una tragedia. Altri due ragazzi che avrebbero dovuto poter venire con Charles, Alex e James, sono ridotti a non-persone: non c’è più un solo documento che possa provare… che esistono e sono loro. Niente passaporto, niente viaggio. Charles, fortunatamente, aveva un vecchio passaporto scaduto da qualche parte. Tanto è bastato perchè si concedessee che, dopo tutto, era proprio lui.
Un problema è anche l’atteggiamento degli haitiani stessi. Aiutarli concretamente è molto difficile: le stesse ong sono finite nel mirino di una contestazione feroce. Le scene di liti e saccheggi alla distribuzione degli aiuti, culminate nel paradosso di lanciarli da aerei ed elicotteri o di portarli con i blindati (!), non erano che la logica conseguenza del tracollo improvviso di una realtà già precaria e instabile di suo. Le organizzazioni di volontariato straniere non difettano di buona volontà, e certo non di risorse economiche, ma spesso, osserva suor Marcella, non sanno muoversi e non mostrano una sufficienza conoscenza della realtà locale. I volontari stranieri, che vengano dall’Italia o dalla Corea del Sud, difficilmente "resistono" più di due mesi nella bolgia dantesca di Port-au-Prince. "Ruotano" i dirigenti dei progetti, tutto rallenta, si pagano prezzi spropositati per tutto, fuori dalla logica dei prezzi reali haitiani.
Dietro tutto, un popolo disperato e poverissimo. Ricco solo di una dignità rabbiosa, e spesso male indirizzata. «Perchè questo è uno spicchio di Africa, quanto a problemi, in terra d’America? Perchè a questo popolo manca una vera unità» sospira suor Marcella. «Gli haitiani sembrano riunirsi solo contro qualcosa o qualcuno. Per dare un’idea, hanno fatto festa per strada quando è stata eliminata l’Argentina: tutto perchè? Perchè loro tifano Brasile… Qui va ricostruito un popolo, oltre alle case. Va fatto riscoprire il cuore». E forse, per questo Paese nato due secoli fa da una gigantesca rivoluzione di schiavi contro i crudeli padroni bianchi, anche dalla riscoperta di liberté, egalité, fraternité, valori di cui fin qui si è visto tutto il contrario.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 settembre 2010
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