Alla scoperta del sud-est asiatico: sulle rotaie del Myanmar

Il bustocco Stefano Marcora scopre dal treno l'interno del misterioso e affascinante Paese delle pagode

Terza "puntata" per il viaggio nel sud-est asiatico del blogger-viaggiatore bustocco Stefano Marcora, impegnato ad "esplorare" il Sud-Est asiatico, spesso lontano dai classici itinerari turistici. Qui è alle prese con la visita di un Paese quasi chiuso come la Birmania (oggi Myanmar), utilizzando il più collettivo dei mezzi di trasporto: il treno.

Il luogo e’ presidiato dai militari. Un funzionario serio esamina il mio passaporto lentamente, poi ricopia alcuni dati sul biglietto. Quattro dollari. All’inizio mi rifiuta una banconota perche’ malconcia, ma, vedendo che non ne posseggo altre, accetta il denaro con una smorfia. Inizia cosi’ il mio viaggio da Taungoo a Thazi.
Strati di nuvole monsoniche scivolano sul metallo liso delle rotaie mentre attendo. Il 5 UP arriva in ritardo con le sue carrozze color crema, pavoneggiando inizialmente la classe Superior, per successivamente presentare i vagoni di classe Ordinary. La mia. Cerco la carrozza 2 ma non vedo numeri, quindi domando informazioni. Un addetto mi accompagna velocemente al mio posto mentre il bagaglio viene generosamente portato da un ragazzo con la giacca mimetica e i denti incrostati dal rosso scuro del betel. Dopo una abbondante sosta partiamo dapprima a scossoni, in seguito dondolando lateralmente. Acuti rumori metallici si incrociano con voci reiteranti dei venditori e il parlare dei passeggeri. Dai finestrini generosamente spalancati e sotto un sole alternato a nubi mi si apre uno splendido mosaico antico: cesellato da mani esperte, un’infinita’ di piccole risaie vengono coltivate da uomini e donne con i copricapo in fibra vegetale a forma conica. Mi si fissano negli occhi tonalita’ diverse di verde, mischiate al marrone dell’acqua luccicante. Verde verginale del riso da poco piantato si intervalla al rosso del terreno arato ed al quasi giallo delle piante mature. Vedo scorrere case di paglia con tetti di lamiera, protette da un groviglio di palme da cocco, banani, papaye e manghi; nei campi si muovono magri cani liberi, mucche, zebu’ e bufali indiani utilizzati per trainare carretti e antichi strumenti agricoli. Uomini tranquilli accompagnano mucche che divorano l’erba cresciuta tra gli appezzamenti del cereale. Cullato dal lento procedere del treno, attorno a me passa l’Asia.

Accanto al mio posto si e’ seduto il ragazzo sorridente con la tuta mimetica. Su questi sedili di legno cicolanti mi spiega che torna a casa dopo aver fatto una visita medica. Anche se la comucazione e’ difficile, il ragazzo diventa un intermediario tra me e quello che avviene nella vivace carrozza. Ambulanti di tutti i tipi passano in continuazione vendendo principalmente generi alimentari; accanto a loro scorrono in competizione gli addetti del treno che offrono bevande e piatti di riso con curry. Ad un certo momento passano due giovani monaci che chiedono l’offerta porgendo a ciascun passeggero una busta vuota. Diversi viaggiatori contribuiscono generosamente. Poco dopo un signore si piazza alla meta’ esatta del vagone e, dopo una pomposa introduzione con voce squillante, propone una serie di balsami di bellezza. Appena mostra ai suoi ascoltatori un prodotto nuovo, il ragazzo accanto mi informa riguardo il prezzo. Ridiamo scherzosamente ogni volta, come in uno scherzo semplice.
Di fronte a noi ci sono una coppia di giovani birmani che osservano con curiosita’ il nostro parlare, guardando con discrezione i miei vestiti, i movimenti e quello che estraggo dallo zainetto. In questo mondo oppresso da una dittatura chiusa su se stessa, in modo speculare la mia persona e gli altri passeggeri del vagone siamo investiti dalla novita’ che e’ effetto del viaggio.
Mentre penso a come poteva essere la Birmania all’epoca del colonialismo, le mie narici vengono investite da un miscuglio di odori di frittura, l’aromatico del betel, di fiori e, con grande piacere, riconosco l’inconfondibile richiamo del frutto piu’ particolare che esista, quello con cui l’amore e’ per sempre. Il durian.
Le ore si affastellano su questo treno lento e gioviale; corro con il paesaggio che muta, vedo gente mangiare, incrocio ragazzi carichi di libri che affittano per qualche ora ai passeggeri, bigliettai immusoniti dalla loro carica statale. Nonostante non sappia bene a che ora raggiungero’ Thazi, mi accorgo che quaggiu’, infossato nei sedili di legno delle classe Ordinary, la mente e’ profondamente libera, spoglia dai doveri. Spoglia, nulla piu’.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 settembre 2010
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