Chiesa di San Gregorio, al via i restauri

Impegnati su questo fronte Prepositura, Fondazione Cariplo e Fondazione Comunitaria del Varesotto. Ma serviranno ancora importanti risorse per circa centomila euro, da reperire tramite donazioni

La chiesa di San Gregorio è una importante testimonianza storica della città di Busto Arsizio. Poco nota, soprattutto alle generazioni più giovani, essendo rimasta quasi sempre chiusa salvo singole aperture mensili per messe di suffragio dei defunti. Per riportare allo splendore originario l’edificio, di stile squisitamente barocco, si avviano i lavori di ripristino con le risorse raccolte il Natale scorso dalla Prepositura tra i fedeli, circa cinquantamila euro, più i 150.000 forniti da Fondazione Cariplo e Fondazione Comunitaria del Varesotto. Resta da arrivare ai 300.000 euro circa di costi complessivi dell’intervento, di cui metà andrà per i lavori strutturali – tetto, in primis, poi paramenti esterni e dipinti – e metà per il restauro dell’organo, un Mascioni (storica ditta di Azzio in Valcuvia), peraltro ancora funzionante. Il restauro pittorico è affidato al laboratorio San Gregorio, gli interventi strutturali al gruppo Alfano: il ponteggio già copre la facciata della chiesa, affacciata sul piccolo posteggia tra l’incrocio via Mazzini-via Foscolo e piazza Trento e Trieste.
La posizione della chiesa di San Gregorio è oggi centrale, ma quando sorse era in periferia rispetto ai quattro rioni storici (Savigo, Sciornago, Pessina, Basilica). Il suo scopo era di commemorare le vittime nella grande peste del 1630, quella memorabilmente narrata dal Manzoni nei Promessi Sposi, che anche a Busto Arsizio fece strage. San Gregorio Magno in Camposanto era il nome storico della chiesa, i cui lavori, iniziati nel 1632 e subito sospesi per una generazione, furono poi compiuti tra il 1656 e il 1659, a dimostrazione che il ricordo dell’atroce dramma della pestilenza era ancora ben vivo.

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La chiesa di San Gregorio a Busto Arsizio 4 di 6

Presentando l’iniziativa di restauro, Monsignor Franco Agnesi, Prevosto di Busto Arsizio, Luca Galli e Carlo Massironi, rispettivamente Presidente e vicesegretario Generale della Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus, e l’architetto Augusto Spada, storico e studioso dello sviluppo urbanistico e monumentale della città si sono soffermati sui rispettivi temi. Dalla Fondazione si ricordava che le donazioni, dato il carattere di onlus, sono interamente deducibili; che rispetto a donazioni singole, l’utilizzo di fondi ad hoc permette un sostegno prolungato e solido nel tempo a vari soggetti, e che comunque la Fondazione Comunitaria del Varesotto, che raccoglie ogni anno fino a 7-800mila euro, può agire con strumenti finanziari di investimento, pubblicando peraltro, come trasparenza vuole, tutti i dati di bilancio e l’elenco dei destinatari dei fondi elargiti sul proprio sito.
Da parte dell’arch. Spada si è fatta presente la precaria condizione in cui la lunga chiusura, e i precedenti interventi di decenni fa, avevano ridotto la chiesa, sul cui cornicione era cresciuta persino una pianta di fico. «Il fatto che la chiesa fosse poco usata è stata la prima causa di degrado, insieme agli intonaci a base di cemento usati negli anni Cinquanta, dannosissimi, e alle impermeabilizzazioni eseguite nel decennio successivo». Sul patrimonio storico, la Busto del boom non aveva la mano felice. «Anche nel restauro della chiesa vecchia di Sacconago abbiamo dovuto prima di tutto rimuovere questo tipo di intonaci», inadatto alle antiche murature.
Quello bustocco è un gregge fedele, ma i cinquantamila euro raccolti a Natale tra i fedeli, pur molto significativi, sono solo un terzo della cifra che servirà per portare a termine l’intervento nel suo complesso. Servirà dunque una nuova raccolta, e magari qualche donazione o lascito generoso,  per far quadrare definitivamente i conti.
Intanto la chiesa che si appresta a tornare a vita nuova è oggetto anche di una tesi di laurea. Vi sta lavorando la studentessa Maria Lucia Loriga, seguita dalla professoressa Frisoni, docente di Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi di Milano. Stamane, con l’amico e "braccio destro" Marco, appassionato di fotografia, la si poteva trovare impegnata in rilievi all’interno dell’edificio, in questi giorni aperto. A riprova che il vero tesoro dell’arte italiana da riscoprire, più che i grandi nomi noti in tutto il mondo, è quello misconosciuto che abita quasi ad ogni angolo di strada di città cariche di una storia secolare.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 03 settembre 2010
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