“Gomorra è qui”

Giulio Cavalli ha portato alla Schiranna il suo spettacolo "Nomi, cognomi e infami" sulla presenza di mafia e 'ndrangheta in Lombardia

Suona una sveglia un po’ particolare ad Anche Io. È quella di Giulio Cavalli con il suo teatro-verità su un tema duro da mandar giù: quella della presenza mafiosa in terra lombarda. "Nomi, cognomi e infami" prometteva, e "tagliando e cucendo" fatti recenti e meno recenti, per il pubblico della Schiranna ne è uscito una sorta di promemoria del malaffare, del cancro malavitoso che corrode la pubblica fiducia in una regione che, in teoria, con le mafie e la mentalità che le partorisce e sostiene, non dovrebbe avere nulla a che fare. Invece è la quarta regione mafiosa d’Italia, e, per l’entità dei vorticosi giri di soldi legati ad appalti e riciclaggio di denaro sporco, probabilmente in ultima analisi la prima. E non da ieri.
Impossibile andare ad analizzare tutti i vari aspetti che Cavalli ricostruisce: la sua ormai è «una missione, una battaglia», caotica quanto può esserla quella sul campo. Da quello spettacolo "Do ut des" che dal 2006 portò avanti, in Sicilia in vere capitali storiche di clan potenti come Gela o Corleone, con l’appoggio di sindaci-coraggio (Crocetta) e le risate del pubblico che cominciavano a demolire sottilmente il potere totalitario dei boss, vennero le prime minacce, giunte in terra lombarda. A quel punto non restava che proseguire a testa alta: una volta irritati i "mammasantissima" di turno, indietro non si torna. E allora ecco Cavalli portare avanti una sua politica teatrale, dichiarata: mettere a nudo i boss, evidenziare insulsaggini, «medievalità e pochezza», come dice, delle organizzazioni mafiose e dei loro rituali. Come quello, che descriveva al pubblico facendosene allegramente beffe nel suo monologo, della punciuta, con cui si affiliano i nuovi picciotti di Cosa Nostra. Con tanto di ramo di arancio amaro, spina, sangue versato su un santino da dare poi simbolicamente alle fiamme, giuramento di fedeltà. O ancora i soldi sepolti sottoterra dai boss Lo Piccolo di Palermo; o i "pizzini" sgrammaticati di Provenzano. Spigolature che riportano i temutissimi signori della violenza e dell’abuso a dimensione d’esseri umani fallibili, custodi di "sacre regole" giurate che, ricordava Cavalli, vengono puntualmente violate. Si giura, entrando nella mafia, di non tradire la moglie, ma i boss non disegnano di certo amanti e prostitute; non si dovevano avere rapporti con gli "sbirri", e poi si trattava dietro le quinte con settori deviati dello Stato; e così via.

Tornando a noi dalla Sicilia, è in Lombardia che il pericolo dell’assopimento delle coscienze è più alto. In questa nostra terra in cui prima clamorosa vittima di mafia fu, ricorda Cavalli, nel 1979, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, il liquidatore del Banco Ambrosiano che fu di Calvi, l’allievo di Sindona. Un uomo simbolo della migliore borghesia Ambrosoli, ucciso dai mafiosi perchè onesto. Il lombardo Cavalli, ora anche consigliere regionale, può ben lanciare i suoi allarmi ancora adesso, nel 2010, quando ripete che ormai il vero centro della ‘ndrangheta, la più potente mafia italiana, è proprio a Milano e dintorni. Un centro ancora sottomesso a decisioni calabresi, se è vero quanto emerso dalle più recenti indagini: ma un vero "cervello" strategico per gli interessi, il transito e la moltiplicazione del denaro e del potere. Cavalli descrive dunque, in questo spettacolo, la mutazione generazionale degli ‘ndranghetisti trapiantati al Nord e giunti a dominare varie cittadine dell’hinterland milanese, "coree" tristemente note. Dai sequestratori anni Settanta ai boss del narcotraffico, fino alla grande torta degli appalti edili e del movimento terra in cui le seconde generazioni spadroneggiano ormai in veste di imprenditori, in un curioso fenomeno di ascesa sociale, diciamo così.
Tutto mentre, fustiga Cavalli, "a Milano la mafia non c’è" hanno detto a più riprese sindaci e persino prefetti dagli anni Ottanta fino a tempi recentissimi. Invece c’è eccome. E «sta a cento passi da Palazzo Marino». Basti ricordare chi ha ammesso di aver finanziato la campagna elettorale di un importante esponente della Regione… Per tacere della provincia lombarda. Anche la nostra zona fa la sua molto disonesta parte, fra gli omicidi di ‘ndrangheta che nel decennio scorso hanno insanguinato l’alto Milanese, fra Lonate Pozzolo, Ferno e il Legnanese, o quel boss che vantava di aver mobilitato il voto dei calabresi trapiantati verso un determinato amministratore di una città della zona di Malpensa. Aeroporto nel quale i Filippelli di Lonate entravano e uscivano a piacere, operando sotto l’ala di quel Vincenzo Rispoli descritto da Cavalli come «il principe nero delle vostre zone». "Onore" forse eccessivo, ma le indagini puntano dritte su di lui come capo della "locale" di Legnano-Lonate.
La battaglia contro la mafia, comunque essa si chiami, «è ricerca di dignità ed è una responsabilità della politica», ci ricorda Cavalli in veste di martello delle coscienze. Perchè tacendo, chiudendo occhi, bocca e orecchie, avverte «non resteremo impuniti, bensì finiremo complici» del nostro stesso asservimento. Perchè, insiste l’attore, «Gomorra è qui».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 05 settembre 2010
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