I tanti problemi del lavoro (e non solo) oltre confine

Quanto c'è di svizzero nella protesta contro i frontalieri? Un'analisi su quanto sta accadendo a pochi chilometri dal nostro territorio

dogana Visitando la rete sul tema dei "manifesti dei ratti", e leggendo post e commenti al seguito, si evince che il messaggio passato, in parte, è che la Svizzera italiana manifesta xenofobia. Nulla di più lontano e, per assurdo, potrebbe pure capitare che alla fine di questa vicenda si scopra che dietro questa operazione ci siano due o tre italiani in vena di giocare con la politica transfrontaliera. La Svizzera ha dato alla notizia l’importanza che merita ma il vero nodo, in queste ore, è provare a capire quanto di svizzero c’è in tutto questo bailame, quanta politica è pronta a salire su questo carro e dove porterà. I profondi cambiamenti in corso in Svizzera, purtroppo, vengono letti poco in Italia. Manca un canale tv, quello radio è stato disattivato, si ascoltano quelle poche informazioni solo tramite la radio svizzera in rete, la RSI, o quando si viaggia in auto nelle zone di confine, attenti, come fossimo all’ascolto di un’attuale Radio Londra. Non c’è una comunicazione reale, fatta di confronti veri, non ci si conosce più. In Italia sono in pochi a sapere cosa è il Consiglio di Stato o il Consiglio federale e ancora meno conoscono le leggi di una nazione all’interno della quale entriamo e usciamo tutti i giorni non solo per fare un pieno di benzina. Ci indignano per i cartelloni e ne abbiamo tutte le ragioni, i topi non sono l’immagine preferita, ma cosa sarebbe cambiato se al posto dei topi ci fossero stati teneri orsetti marsicani intenti a succhiare miele? Il dato rimane. I ticinesi non hanno mai fatto cartelloni per raccontare altre verità che, al contrario, cercano di far ascoltare alla politica italiana nazionale. Snobbati, completamente, da tutti.

Perché non si parla mai di reciprocità in ambito dei patti bilaterali sul tema del lavoro?
Ci siamo mai chiesti se e come, in che condizioni sono concessi appalti pubblici a ditte svizzere? La problematica dell’equipollenza dei titoli professionali o accademici è così automatica? Un termoidraulico oppure un geometra, un medico, un architetto o installatore termoidraulico, possono operare regolarmente sul nostro territorio? Basti pensare che la presidenza del consiglio dei ministri italiano ha istituito solo lo scorso anno un documento apposito, già un ottimo sforzo ma a tratti incompleto, per poter facilitare il lavoro anche in senso inverso dei lavoratori svizzeri in Italia. Il dumping salariale è poi un fenomeno conosciuto, anche con il capitolo “padroncini”. Abbiamo mai pensato alle conseguenze di questa scorretta concorrenza di mercato? Qualcuno dice che “basta fare i controlli”. Per controllare il mercato del lavoro, quello delle costruzione in particolare il Ticino opera già dei controlli incrociati da parte dello Stato, delle Commissioni paritetiche, dell’Associazione interprofessionale di controllo (è un’emanazione della Commissione tripartita cantonale, cioè Stato-imprenditori-sindacati) e della Commissione di vigilanza della Legge sull’esercizio della professione di impresario costruttore (secondo la legge cantonale). Ma in Svizzera, nonostante questo importante filtro, si rendono conto che è una lotta impari perché Il mercato ticinese gira forte, è fortemente attrattivo.

La Svizzera chiede solo regolamentazione adeguata, anche a vantaggio di qualificata concorrenza. Ecco, la mancanza di queste risposte sta facendo cambiare visioni e progetti alla Svizzera che, proprio in queste ore, ha affossato la “convenzione delle Alpi, il primo accordo internazionale per la protezione e la promozione dello sviluppo sostenibile di una regione di montagna transfrontaliera, con lo scopo di salvaguardare l’ecosistema naturale delle Alpi promuovendo lo sviluppo sostenibile dell’area e tutelando al tempo stesso gli interessi economici e culturali delle popolazioni residenti nei Paesi aderenti. Naturalmente anche l’Italia ne fa parte. La Svizzera non ratificherà i nove protocolli di attuazione della Convenzione delle Alpi. Con 102 voti contro 76, il Consiglio nazionale ha affossato definitivamente il progetto, rifiutandosi per l’ennesima volta di entrare in materia, in nome dello sviluppo economico. Turismo, energie alternative, foreste alpine, territorio, tutto affossato in un no che, è palese, è un no politico. Vivere attaccati ad una nazione diversa dalla nostra, far dipendere il futuro economico delle nostre famiglie da una politica di un paese diverso da quello in cui risiediamo, deve come minimo incentivare ad una maggiore conoscenza dei sistemi politici ed amministrativi locali. Questo è quanto hanno fatto i vecchi emigranti in Germania e nella stessa Svizzera, imparando addirittura una lingua a tratti difficile. A noi, alla politica italiana, non è richiesto nemmeno questo sforzo.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 29 settembre 2010
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