Incidenti sul lavoro: numeri da brivido e una cultura da costruire

Se sul piano legislativo si è fatto molto, bisogna lavorare sulla cultura, dalle scuole ai luoghi di lavoro. L'attenzione al tema non è sufficiente: Stasi (Cgil) punta il dito contro il governo, "indebolisce le normative"

Incidenti sul lavoro, una piaga mai abbastanza deprecata e combattuta. Se ne è parlato martedì sera al Quadrifoglio di Borsano in un incontro organizzato da Sinistra Ecologia Libertà, relatori l’esperto di sicurezza sul lavoro, Ponziano Sabetti, e il segretario provinciale di Cgil, Franco Stasi. Più tecnico l’intervento del primo, più direttamente politico quello del sindacalista. Siamo arrivati a circa un migliaio di infortuni mortali l’anno in Italia: ridurli ulteriormente non sembra facile. Secondo Sabetti dal punto di vista legislativo si è fatto molto: diventa ora imperativo intervenire sul piano della cultura diffusa, della formazione: tanto fra certi datori di lavoro per cui la sicurezza è una perdita di tempo e denaro, che fra quei lavoratori che magari si prendono gioco di chi, fra loro, correttamente indossa il caschetto o si aggancia per sicurezza.

– Numeri da spavento
Il fenomeno degli incidenti sul lavoro registrati, perchè il sommerso sfugge completamente e lo si valuta fino a un terzo del totale, e ben sei milioni di lavoratori non sono iscritti ad Inail, raggiunge in Italia gli ottocentomila casi l’anno, per fortuna in gran parte lievi. Come dire che ogni anno, un lavoratore italiano su venti si fa male. I morti come detto sono sul migliaio l’anno; di questi la metà avviene sulle strade, a conferma della loro eccezionale pericolosità (5000 le vittime l’anno di incidenti stradali), e il 25% in itinere, ossia spostandosi per ragioni di lavoro. Per ogni vittima, comunque, molti di più sono però gli amputati, i paralizzati, gli sfigurati la cui vita è rovinata per sempre; i familiari privati di un parente. C’è poi il capitolo delle malattie professionali, trentamila casi denunciati l’anno, tutto da esplorare anche perchè la buona tradizione di medicina del lavoro impostata negli annI Settanta si va perdendo. «Ci si ammala di cancro e i medici di famiglia non chiedono nemmeno più conto della professione svolta, della possibile esposizione a sostanze» si è lamentato.
A livello locale i numeri restano di tutto rispetto. In Lombardia 134.000 infortuni e 177 morti nel 2009; in provincia di Varese 12mila infortuni, 8 morti, 216 casi di malattia professionali. Di questi utlimi, ricordava introducendo Giovanna Caccia, preoccupante è l’incidenza del mesotelioma pleurico, causato quasi sempre dal micidiale amianto. Altri numeri: il 15% degli infortuni totali riguardano stranieri: la legge 626 raccomanda particolare attenzione ai problemi linguistici e talora culturali che riguardano i lavoratori non italiani. Altro problema: gli apprendisti, in particolare quelli minorenni. Fra questa categoria d’età e di inquadramento lavorativo, se ne sono infortunati nel 2009 41 su 110. Il 2% del totale degli infortuni riguarda apprendisti. E i giovani fino a 34 anni, statisticamente, sono sempre i più a rischio di incidenti. Formazione in tutti gli ambienti di lavoro e sensibilizzazione, a partire dalle scuole, restano fattori fondamentali.
Eppure anche tutti questi numeri non dicono tutto. Interi settori vi sfuggono – partite Iva, agenti di commercio, e come ricordava dal pubblico Claudio Zanin, l’agricoltura con le sue numerose tragedie per ribaltamento di trattori (basterebbero mezzi moderni per evitarle). Per tacere degli ottomila morti l’anno per incidenti domestici.

– La politica non aiuta: anzi
Per Cgil, Stasi punta un dito accusatore contro il governo Berlusconi e la sua mancanza di interesse per la sicurezza sul lavoro. La legge 626 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro nasce come sistema concertativo ma oggi l’atteggiamento e le dichiarazioni del governo, a partire dai ministri direttamente responsabili, non solo non aiutano: peggiorano le cose. «C’è da parte del governo un tentativo di indebolire le norme sulla sicurezza» accusa Stasi. La politica ha una responsabilità globale anche in altri aspetti del problema: ad esempio non c’è praticamente più una vigilanza di medicina del lavoro. Ma Stasi ne ha anche per i sindacati stessi, deprecando gli accordi separati come quello di Pomigliano d’Arco, oppure la scarsa considerazione del tema sicurezza nello stringere accordi contrattuali. Il Presidente Napolitano, ricorda, insiste molto sul tema sicurezza, in un Paese in cui spesso ci si infortuna il primo giorno di lavoro, se si è giovani o stranieri. «I lavoratori, poi, in tempo di crisi sono più ricattabili, e non vanno più tanto a guardare la sicurezza». Come emergerà dagli interventi dal pubblico, in molte aziende nessuno vuole più assumersi la grana di fare da RLS, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Un ruolo da "rompiscatole" che espone a ritorsioni. Bisogna invece reagire, perchè «La sensazione di fronte a queste morti è quella di un fallimento: si sentono falliti il sindacato, i colleghi, l’azienda, per tacere delle famiglie. E le "fatalità" non esistono».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 29 settembre 2010
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