“La risata è l’arma bianca più efficace”

Intervista con Giulio Cavalli: l'attore, scrittore e regista porterà ad "Anche Io" sabato 4 settembre il suo "Nomi, cognomi ed infami", in ricordo di chi perse la vita lottando contro mafia e malaffare

Difficile condensare in poche righe lo spirito di un Giulio Cavalli. Difficile, ma ci proviamo: lo dobbiamo ai nostri lettori, agli amici, speriamo tanti, che verranno a trovarci alla Schiranna. Sì, perchè il 33enne attore, regista e scrittore (nonchè, dalla scorsa primavera, consigliere regionale) sarà presente sabato 4 settembre alle 21 ad Anche Io per presentare il suo spettacolo "Nomi, cognomi ed infami", dedicato alle vittime della lotta alla mafia. Alle spalle le note vicende che lo hanno visto mettere sotto scorta e protezione delle forze dell’ordine per le coraggiose e forti denunce della penetrazione mafiosa in Lombardia nello spettacolo Do ut des, ma anche importanti spettacoli su temi "forti", dal G8 di Genova 2001 al turismo sessuale e alla pedofilia.

A prima vista, volendogli per forza trovare un’etichetta, il suo si può chiamare un teatro della passione civile. Definizione "stretta"?
Sì, perchè se ci fosse un teatro "civile" dovrebbe esserci, di converso, anche quello "incivile"… Si possono scegliere argomenti diversi, ma non sono quelli a decidere della "civiltà" di una rappresentazione. "Teatro civile" sono i cantori di funerali e matrimoni vari. Eppure conosco bidelli, tramvieri, e perchè no, giornalisti, civilissimi.

Dove nasce il Cavalli artista? Quale bagaglio si porta appresso?
A cinque anni i miei genitori ebbero la folle idea di mettermi davanti a un pianoforte, quindi iniziai nel segno della musica. Ogni forma d’arte è comunicazione, ma è l’uso della parola che ho trovato più adatto a me, col tempo. Ho avuto una formazione teatrale da Arlecchino, nella commedia dell’arte; comunque anche la definizione di attore mi sta stretta, perchè io prima di tutto ed essenzialmente scrivo. Poi, essendo egoista, recito io quei testi, causando il mio male o il mio bene. Fondamentali per la mia carriera sono stati gli incontri, me l’ha sempre detto anche Dario Fo, che è stato uno di quelli più importanti per me, insieme a persone come Paolo Rossi o Renato Sarti, solo per citare alcuni. Ho sempre pensato che il teatro debba raccontare storie poco narrate, inevitabile quindi trovarsi a collaborare con soggetti esterni al mondo teatrale, dal giornalista al giudice. Diciamo che nel teatro amo poco la cerimonia, e molto parlare ed ascoltare.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di un tema scottante come quello della mafia in terra lombarda?
In verità mi sono sempre occupato di temi "scomodi". Pressioni ne ricevemmo già per lo spettacolo su Linate (“Linate, 8 ottobre 2001: la strage”), per quello sulla pedofilia ("Bambini a dondolo"). È che non riesco a immaginare una bellezza svincolata dalla dignità. Andiamo allora a riprendercela in quei buchi neri della Storia, in quei grumi del potere in cui si perde. Il teatro è una relazione non mediata, la bellezza vi è sentimento solidale, quasi un contrappasso dell’articolo 416bis del codice penale nella sua descrizione del reato di associazione a delinquere di tipo mafioso, che è l’opposto speculare di questa condivisione, un ritratto dell’egoismo. Il contrappasso è la solidarietà, la bellezza ne è il cemento. Nasco come Arlecchino, come dicevo: e la risata è un’arma bianca tra le più efficaci. Per l’appofondimento del tema mafia nello specifico sono stati fondamentali anche qui gli incontri: persone come Ingroia, come Rosario Crocetta, il sindaco di Gela, o come Giovanni Impastato, il fratello di Peppino. Sulla mia vicenda personale però noto un neo: un certo voyeurismo su minacce, vita sotto scorta, eccetera, di cui spesso mi si chiede.

Forse è un riflesso della vicenda di Roberto Saviano.
Certamente, conosco Roberto. Può essere. Se lui è preoccupato, io sono… preoccupante (per chi lo minaccia ndr). Vedete, ogni tono di grigio nel mio lavoro sarebbe una concessione a "loro". Anche per questo resto "a colori". Non mi batteranno.

Considera i suoi spattacoli uno sfogo, un antidoto a un veleno sociale, una sorta di sveglia per una Lombardia addormentatasi "bella paciarotta", come diceva qualcuno…?
Tutto questo, senz’altro, le dosi poi cambiano a seconda del momento e del tema. In ogni caso, visto che di sveglia si parlava, rivendico il mio diritto all’allarmismo, in un quadro di sonnolenza generale. La mafia prospera laddove c’è indifferenza tra la popolazione, possibilità di fare affari senza rumore, dietro le quinte, nonché di insediarsi fisicamente sul territorio. Poi, chiaro, emerge anche qualche "divisione del lavoro": non puoi spadroneggiare a Milano centro come fanno in provincia, dove c’è più tolleranza per certo… "folclore". Un Rispoli non può essere uno Iorio o un Madaffari, e viceversa.

"Nomi, cognomi e infami"… Questa esigenza di mettere tutto in piazza, nero su bianco, viene da lontano, è nel DNA?
Sono sempre stato un "antipatico". Del resto già Peppino Impastato diceva che il giovane antimafia deve essere "uno scassaminchia". Testuale.

Ha senso una distinzione fra il Cavalli uomo di teatro e il Cavalli politico?
Peppino Impastato che faceva satira alla radio viene assassinato a una settimana dalle elezioni amministrative, un altro grande personaggio antimafia come Pippo Fava era drammaturgo oltre che giornalista, dicevano che era troppo politicizzato, poi l’hanno ammazzato. Io non so cosa farò l’anno prossimo, ma conosco chiaramente obiettivo e metodo. Senza compromessi nè sottomissioni di sorta, andrò avanti per la mia strada.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 03 settembre 2010
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