Responsabili, sociali, etiche: il “modello” delle piccole imprese

Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato Varese e Confartigianato Lombardia, interviene sul tema che sarà affrontato il 28 e 29 settembre all’università Bocconi di Milano

"Impresa e responsabilità sociale: buone prassi aziendali in Lombardia”. Questo il titolo del workshop che si terrà martedì 28 e mercoledì 29 settembre, dalle ore 12 alle 14, al Salone della Responsabilità Sociale d’Impresa presso l’Università Bocconi di via Roentgen a Milano. «È un appuntamento al quale mi sento vicino non tanto per il fatto di essere membro del Comitato d’Onore della manifestazione “Dal Dire al Fare” – giunta alla sua sesta edizione – in compagnia di alti esponenti del mondo universitario, istituzionale, industriale, solidaristico, quanto per il mio essere imprenditore della micro-impresa e presidente di Confartigianato Lombardia. Quindi, per il mio ruolo di rappresentante del “Fare” che proprio in questi ultimi anni è stato valutato e rivalutato positivamente più dall’opinione pubblica e dall’economia che dalla nostra classe dirigente, sempre troppo attenta al “Dire». 
 
«Il tema dell’incontro è avvincente, ma nasconde un mondo che raramente si mette in vetrina: anche la responsabilità sociale d’impresa, con tutti i suoi fini lodevoli, necessita azioni di marketing. Considerato il fatto che le micro e piccole imprese sono deficitarie nel campo del “vendersi bene e vendersi a tutti”, ho pensato fosse corretto porre alla base della responsabilità sociale il seme del micro-imprenditore. Questa estate, Confartigianato Lombardia ha avuto l’occasione di invitare Ferruccio De Bortoli, direttore del "Corriere della Sera", per una lunga chiacchierata riguardante il presente e il futuro dei piccoli. Inconsapevolmente, si parlò di responsabilità sociale d’impresa e il direttore sottolineò: "l’importanza di formare e ordinare una società multietnica sempre più articolata. Le botteghe artigiane formano il lavoratore e il cittadino, perché le piccole imprese sono anche laboratorio di cittadinanza”. In via del tutto indiretta, siete quasi i controllori del buon comportamento di chi arriva da terre lontane. Un tesoro di laboriosità per tutti"».
 
«Ma l’impegno del microimprenditore non si esaurisce qui: l’impresa è la seconda famiglia, dopo mogli e figli, di chi “fa”. Per questo si deve parlare di un’etica mossa sì dal buon senso ma anche da quella tradizione che è fatta di valori come l’occupazione, sempre difesa e tutelata. Nessuno, qualunque sia il suo ruolo nel Governo o altrove, potrà mai affermare il contrario: nei tre anni di crisi ci siamo autofinanziati pur di mantenere i nostri collaboratori ai loro posti e c’è chi ha chiesto finanziamenti per pagare le tasse. Etica nel formare l’apprendista, perché si tratta di “allevare ed educare”. Etica quando ci si confronta con i propri collaboratori, perché nelle MPI esiste la gerarchia del rispetto, la cultura del sapere ma non i gradi. Etica quando si considera il lavoratore un uomo per il quale vale sempre la pena spendere promesse. Etica se si bilanciano affari e affetti, se il profitto va d’accordo con il cuore, se all’attenzione rivolta al lavoro si alterna anche a quella per la famiglia e il suo futuro».
 
«Il micro-imprenditore, quindi, è responsabile nel più ampio significato del termine perché si pone lontano dai processi standard. Nelle MPI i rapporti umani – confronto assiduo anche con gli attori sociali del territorio – sono sempre stati bilanciati da relazioni positive volte ad ottenere vantaggi e non a generare conflitti. Non è forse questa una responsabilità sociale? Impegno quotidiano e credibile, quindi, di fronte alle difficoltà lavorative e umane: è questo il fattore che distingue i “micro”. Non si tratta di essere filantropi o mecenati, ma di interagire diversamente con la società. La responsabilità sociale d’impresa, quella tipica delle MPI, non si chiude nelle quattro mura del capannone, ma si apre verso l’esterno per condividere una logica di pensiero che generi benessere in tutte le fasi della nostra vita. A patto che il principio “Dal Dire al Fare” possa fare proseliti ovunque perché, come dichiarava alcuni giorni fa sulle colonne del Corriere della Sera Claudio Siciliotti, «in Italia si fa politica del consenso, si pensa alle prossime elezioni invece che alle prossime generazioni».
Ecco, questa non è né responsabilità, né etica. Ma alcuni non lo sanno».
 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 27 settembre 2010
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