Una varesina nel Pakistan alluvionato

Diana Bassani, giovane di Crosio della Valle segue un progetto del Cesvi nel distretto di Nowshera, colpito dalla tremenda alluvione che ha devastato il paese asiatico

Pubblichiamo uno stralcio del diario di Diana Bassani, la giovane di Crosio della Valle in Pakistan per seguire un progetto del Cesvi: parla della visita a Mohib Banda e Pushtun Gahri, nel distretto di Nowshera, pochi giorni fa, nei giorni successivi alla tremenda alluvione che ha colpito il paese asiatico

Dopo un breve meeting mattutino, il team Cesvi è pronto a partire. Destinazione: Mohib Banda, una comunità che comprende alcuni villaggi nel Distretto di Nowshera.
Lo scopo del viaggio e’ di incontrare le autorità locali e le comunita’ colpite dall’alluvione che ha devastato il Paese e che ha avuto inizio il 22 luglio. L’emergenza purtroppo non e’ ancora finita: molti villaggi, soprattutto nel sud del Paese, sono ancora sommersi e difficilmente raggiungibili.
Il mio obiettivo di oggi e’ quello di incontrare le donne della comunita’, cercare di comprendere quali siano i loro problemi e difficolta’ dovuti all’alluvione per poter poi individuare futuri interventi nell’area.
Questa e’ la mia terza visita a Nowshera ma e’ come se fosse la prima, ogni giorno la situazione si evolve molto velocemente e davvero non so cosa aspettarmi dopo l’ultima volta che ci sono stata. Questa volta, seduta accanto a me c’e’ Naima, una dolcissima ragazza pakistana della mia eta’ (25 anni) che mi aiutera’ a interagire con le donne, soprattutto in quei casi in cui la barriera linguistica non ci permetterebbe di comunicare.
Ritrovo familiare il paesaggio che si puo’ vedere dall’autostrada. Le montagne si stagliano all’orizzonte e il cielo fortunatamente e’ limpido. La giornata e’ soleggiata e molto calda. Non appena lasciamo l’autostrada, troviamo un furgoncino della polizia locale che ci attende. Questa e’ una nuova misura di sicurezza fornita dalle autorita’ locali per garantire la sicurezza degli operatori umanitari stranieri in seguito ad alcuni episodi successi nei giorni passati nell’area. Quindi davanti a noi abbiamo la polizia che ci apre la strada e ci accompagna subito a incontrare il DCO, la massima autorita’ locale del Distretto.
Io attendo con Naima in macchina, mentre il nostro staff maschile viene ricevuto dalle autorita’. C’e’ un gran via vai all’esterno dell’edificio a causa dell’imminente visita di Syed Yousaf Raza Gilani, il Primo Ministro del Pakistan. Durante l’attesa ho approfittato per chiacchierare con Naima di questioni legate alla cultura, soprattutto in riferimento alle donne. Un mio interesse personale riguarda proprio l’abbigliamento tipico pakistano e le diverse modalita’ e stili. Io trovo gli abiti tipici pakistani molto belli. La tipica shevar khamiz e’, oltre che molto comoda e fresca, disponibile in mille tonalita’ di colori e fantasie. Davvero ci si puo’ sbizzarrire e divertirsi solo nella scelta. Naima mi racconta addirittura che, nonostante la shewar khamiz abbia comunque una forma piuttosto standard, ci sono periodicamente diverse correnti di moda. L’anno passato ad esempio mi dice che andava di moda indossare il burqa, l’abito piuttosto largo che copre completamente il corpo e che prevede l’utilizzo di un velo che copre il viso. Anche il burqa pero’ puo’ essere di diversi tagli, stili e colori. Il burqa nero con la retina che tutti ci immaginiamo non e’ l’unico in circolazione. Ce ne sono anche di colori piu’ chiari, senza retina o addirittura con decorazioni variopinte o ornati da piccole pietre colorate. Il fatto che molte ragazze universitarie indossano jeans con sopra la khamiz tradizionale fa sorridere Naima, in quanto vede tale comportamento come una sorta di controsenso. Dall’altro lato pero’ testimonia la fusione tra culture diverse, soprattutto tra le giovani generazioni. La nostra discussione, forse un po’ frivola, e’ stata interrotta dal ritorno del resto dello staff. Siamo pronti a ripartire, sempre con la scorta che ci precede.
Ci dirigiamo cosi’ verso la nostra prima meta, il villaggio di Mohib Banda. Prima di abbandonare la strada principale per raggiungere l’area piu’ remota del villaggio, noto che lungo la strada l’attività commerciale e’ notevolmente aumentata. Molti sono i camion che portano aiuti e il traffico di persone e’ elevato. D’altro lato, il numero di tende a bordo della carreggiata e’ aumentato considerevolmente. Vari sono gli accampamenti di fortuna che ora raggruppano anche 20 o 30 tende. Altri campi invece sono stati organizzati molto più efficacemente da agenzie umanitarie, sia straniere che locali. Guardando all’interno di alcune tende lungo la strada ho notato che la maggior parte contiene soltanto un charpai, il tipico divano pakistano fatto con tela intrecciata, su cui riposano fino a tre persone.

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Alluvione in Pakistan 4 di 10

Mohib Banda
Proseguiamo quindi verso Mohib Banda. La strada che porta al villaggio l’avevo già percorsa durante la mia prima visita nel Distretto di Nowshera. Riconosco le abitazioni distrutte e i campi coltivati, che prima erano ancora quasi totalemente sommersi dall’acqua, mentre ora sono principalmente ricoperti di fango.
Il fango è ovunque, sulle strade e tra i resti delle case crollate e i segni del livello raggiunto dall’acqua durante l’alluvione sono ancora visibili. Un particolare nuovo che noto è che la zona sembra essersi ripopolata. Se l’ultima volta le strade erano percorse da poche persone e le abitazioni per la maggior parte abbandonate, ora si può osservare che molte famiglie sono ritornate a casa e stanno cercando di ristabilire una vita normale nel villaggio.

Lenzuola e stoffe colorate sono stese su fili per rimpiazzare i muri crollati, allo scopo di ricreare il nucleo abitativo che e’ stato distrutto dalla forza dell’acqua. Le donne possono così sottrarsi alla vista dei passanti, rispettando le tradizioni culturali che impongono loro di restare all’interno delle abitazioni o dei cortili antistanti, al riparo dagli sguardi degli uomini.
Scesi dalla macchina, ci siamo subito divisi. Io e Naima veniamo accolte all’interno dell’abitazione del leader del villaggio, una persona molto disponibile, educata e che conosce molto bene l’inglese, quindi la comunicazione è semplice.
La sua casa pare sia una tra le più belle del villaggio. Molto spaziosa e con tante stanze, ma riporta in maniera molto evidente i segni del disastro. Con mia sorpresa noto che il segno di livello dell’acqua raggiunge quasi il soffitto, quasi 4 metri. Vedi foto a lato.
Le pareti hanno perso il loro colore bianco candido mostrando ora macchie di fango e colore rovinato. Il pavimento è ancora ricoperto da un sottile strato di fango che ormai sembra essere diventato un tutt’uno con la casa. Gli altri membri dello staff sono invece impegnati a discutere con gli uomini del villaggio all’esterno.
La nostra guida ci racconta del giorno in cui l’acqua ha travolto tutto e ci accompagna subito nelle strade del villaggio per farci vedere coi nostri occhi la situazione. Il fango e i resti delle case distrutte sono praticamente ovunque. Raggiungiamo la parte del villaggio più vicina al fiume. L’acqua dista soltanto poche decine di metri. Il canale di drenaggio è pieno di acqua stagnante, gli insetti sono ovunque e l’odore è molto forte. Passiamo davanti ad una casa al cui esterno una donna e’ intenta a lavare i panni e a bruciare le coperte che erano state ricoperte dal fango, oramai inutilizzabili.
Grazie all’aiuto della nostra guida e di Naima, questa donna mi racconta della sua tragedia personale. I suoi 4 figli maschi sono lì con lei mentre ci spiega che il marito è invalido e non è in grado di mantenere la famiglia in quanto è sordo, quasi cieco e ha seri problemi a parlare.
Quindi lei è il pilastro della famiglia ma la sua precedente fonte di sostentamento, legata principalmente alla vendita del latte, è ormai svanita. I suoi animali sono annegati durante l’alluvione e lei ora non sa più come fare a mandare avanti la famiglia. Fortunatamente ha ricevuto soccorsi dalle agenzie umanitarie ma presto avrà ancora bisogno di aiuto.
Proseguiamo verso la scuola elementare femminile del villaggio, una delle 4 esistenti (tra scuole primarie e superiori, femminili e maschili). I muri dell’edificio sono ancora sporchi di fango e si vede addirittura l’erba e la paglia appiccicata e ormai seccata dal sole.

Spicca un topolino colorato disegnato su un muro sottostante il portico, ultimo segno della vitalità che immagino caratterizzava il luogo prima dell’alluvione.
Ora e’ tutto desolato, le aule sono chiuse e solo sbirciando dalle finestre attraverso i vetri sporchi si può vedere lo stato in cui versano le aule all’interno. I banchi sono divelti e sporchi. Uno spesso strato di fango ricopre il pavimento.
All’esterno la vasca dove i bimbi potevano rinfrescarsi con l’acqua è ormai piena di acqua sporca e fango, che ricopre anche la strada posteriore su cui si affacciano altre aule.

Ci dirigiamo poi verso un’altra abitazione in cui ci accolgono numerose donne di tutte le età. Molti sono anche i bambini e i ragazzi che si raccolgono intorno a noi. Ci fanno accomodare sul tipico charpai nel cortile, all’ombra di un telo steso per ripararsi dal sole e iniziamo a chiacchierare. Nonostante il disagio e la difficoltà di camminare su rifiuti, fango e resti di muri, cercano di metterci a nostro agio il più possibile. Addirittura una bambina inizia a sventolare un ventaglio davanti a noi sia per darci un po’ di sollievo dal caldo che per scacciare le numerose mosche che insistenti continuano a volarci intorno.
Le donne sono molto contente di vederci, di raccontarci la loro storia e di rispondere a tutte le nostre domande. Ci dicono che fanno parte di due famiglie estese che vivevano in abitazioni separate da un muro. Ora invece il muro è crollato e loro si sono ritrovate a condividere i pochi spazi agibili rimasti.
La loro storia è un po’ particolare. I due capifamiglia sono da tempo all’estero a lavorare e cercano di mandare quei pochi soldi a casa per mantenere la famiglia. Soldi che pero’ non bastano.
Uno dei figli maggiori lavora nell’esercito ma non invia nessun aiuto alla famiglia. Le loro fonti di guadagno provenivano principalmente dalla coltivazione di un piccolo pezzetto di terra, da cui traevano mais e canna da zucchero. Ora però il terreno è stato danneggiato ed il raccolto è stato spazzato via. Inoltre non hanno abbastanza risorse per ricostruire la loro casa e per rimuovere la sporcizia e il fango che ricopre tutto.
Per ora hanno abbastanza scorte di acqua e cibo, grazie ai soccorsi giunti nella zona, ma questi sono bisogni che non possono essere soddisfatti totalmente. E’ necessario che le loro case vengano ricostruite e che vengano aiutati a ristabilire le loro normali fonti di sostentamento, in modo da non renderli dipendenti dagli aiuti umanitari troppo a lungo. Nonostante sia periodo di Ramadan, ci offrono lo stesso una bevanda fredda, tipico della cultura pakistana secondo cui l’ospite va trattato come un re.

Alcune di loro sono disponibili a farsi fotografare e allo scopo si radunano goffamente in un punto soleggiato. Una bimba ride coprendosi la bocca, mentre una ragazza cerca di tenere fermo il bimbo che tiene tra le braccia. Mentre ce ne stiamo andando, le saluto con il locale Assalaam Alaykum causando uno scoppio di ilarità tra i bambini. Sinceramente non so se è dovuto a una mia pronuncia sbagliata o al piacere di sentirmi usare la loro lingua.
Prima di ritornare alla macchina, incontriamo un altro gruppo di donne che vivono in un’abitazione vicina. Ci dicono che hanno perso quasi tutti i capi di bestiame che possedevano. Tuttavia ci offrono con piacere un bicchiere di latte, che non siamo riuscite a rifiutare. Anche la loro casa è stata parzialmente distrutta e i loro servizi sanitari sono inutilizzabili. Due ragazze sono studentesse ma ormai l’inizio del nuovo anno scolastico, previsto per il primo di settembre, è stato posticipato a causa dell’alluvione. Ci dicono che mancano libri di testo e cancelleria per i bambini.
Ripercorriamo la strada verso la macchina, salutiamo e ringraziamo i membri della comunità e ci dirigiamo, insieme alla nostra scorta, verso il secondo villaggio.

Pushtun Gahri (Rahimabad)

Pushtun Gahri è un piccolo villaggio vicino a Mohib Banda. La zona del villaggio che noi visitiamo si chiama Mohla Rahimabad, che è una sorta di quartiere abitato da 150 famiglie. Nell’area il 60% delle abitazioni sono state distrutte completamente, mentre il 30% hanno subito forti danni. Abbiamo parlato con la comunità che ci ha esposto i propri bisogni. I leader del villaggio ci hanno suggerito alcuni beni che potremmo fornire loro e tra questi vi sono materassi da stendere a terra, kit igienici e contenitori in metallo. Le priorità ora comprendono attività di rimozione del fango, dei detriti, pulizia delle strade e costruzione di latrine.
Questo e’ quello che Cesvi farà nella zona, attraverso cash for work, ossia utilizzando un sistema che impiega i locali e fornisce loro un salario. Questo è molto importante sia dal punto di vista del coinvolgimento della comunità nei lavori di riabilitazione che dal punto di vista della possibilità di fornire alla comunità una fonte di guadagno.
Ci siamo poi rimessi in marcia alla volta di Islamabad, godendoci di nuovo il paesaggio, questa volta alla luce del tramonto.
Questa visita ci ha lasciato un po’ di tristezza. A distanza di un mese dall’inizio dell’alluvione ancora tanto lavoro c’è da fare ma lo staff è pronto a fare il possibile per aiutare questo popolo in ginocchio. E queste donne, nascoste sotto le loro vesti e dietro le mura familiari, rivelano una forza rara e difficilmente immaginabile.

(Ecco tutte le indicazioni per sostenere il progetto de Cesvi in Pakistan)

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 settembre 2010
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