Bertolino: “Mi hanno chiuso Glob ma io torno a fare tempesta”

Si presenterà con il suo spettacolo "Passata è la tempesta?" sabato 22 gennaio al teatro Che Banca! Motivato ad abbassare il "Tasso di Rassegnazione del Cittadino" e pronto a dare lezioni di "Educazione cinica"

 enrico bertolino«Ventimila persone che firmano al gazebo di Cetto Laqualunque, cioè di un politico inventato, per la costituzione del suo partito sono un dato inquietante: qualcuno l’avrà fatto per goliardia, ma una partecipazione così imponente è in qualche modo un segnale per la politica vera». A parlare così è Enrico Bertolino, comico e autore milanese, reduce dal successo della ormai chiusa trasmissione di culto “Glob, L’osceno del villaggio” su Rai Tre e fra poche ore – sabato 22 gennaio 2010, alle 21 – protagonista sul palco del teatro Che Banca di Varese con lo spettacolo "Passata è la tempesta?".

Nella sua trasmissione, che per cinque anni ha smascherato la parte peggiore della nostra trasformazione sociale, probabilmente il caso del “Partito du Pilu” inventato da Antonio Albanese si sarebbe meritato una intera puntata speciale: non foss’altro per quanto il personaggio del politico corrotto e il film in uscita siano in grado di mostrare come la politica abbia superato lo spettacolo e lo spettacolo rischi di diventare più credibile della politica. «A me era successa una cosa simile anni fa – spiega Bertolino –  nel ‘92-’93 avevo “fondato” a Convenscion (uno dei suoi spettacoli televisivi: tra cui si annoverano anche altri programmi “cult” come Ciro e Target, senza contare la sua presenza alle Iene show e a Zelig, ndr) il Partito Mentista Italiano, che aveva come slogan “Io non cambierò nulla, ma lo farò con tanto amore”. Avevamo anche concepito un sito vero, dove c’erano slogan di partito programma eccetera. Ma ai produttori del programma spaventò l’attenzione vera che questa iniziativa aveva generato. Tra l’altro, il leader del partito nelle sue “apparizioni televisive” si presentava con la moglie, che poi decideva essere troppo vecchia e la buttava via, prendendo in cambio una ballerina. Ricorda niente?»

Ricorda parecchie cose d’attualità, in effetti. E fa impressione che si stia parlando di 18 anni fa.«Se è per questo la figura di Meneghetti, l’imprenditore lombardo senza scrupoli, non è meno profetica – ricorda l’attore – Con il suo “opopop, dindindin” ci teneva a dire “I veri valori io li ho in Svizzera”: e anche quello col tempo si è rivelato un argomento d’attualità. Senza contare che la testimonial dell’azienda Meneghetti era la pornostar Selen. E stiamo parlando dell’inizio degli anni ’90, ben prima di sapere quello che sappiamo ora».

Bertolino è stato spesso profetico, nel raccontare le trasformazioni della società italiana: dal Meneghetti al muratore di Bergamo Elio Paramatti, ha raccontato attraverso personaggi minimi la rivoluzione che stava subendo l’italiano, inteso come cittadino dello stivale. «Mi avevano anche chiesto di portare alcuni di questi in un contenitore domenicale, che diventasse un tormentone popolare. Riprodurre i tormentoni televisivi è troppo spesso l’anticamera della "morte" di chi li cavalca, che per primo li svuota ridicolizzandoli. E invece a me piace che i miei personaggi non siano così, preferisco abbiano una malinconia di fondo. Per questo ora il teatro è il posto giusto: permette di trattare meglio i personaggi, rispetto a quel che fa la tivù. Tant’è vero che i comici migliori distillano per la tivù i loro successi teatrali, non viceversa. Penso ad Albanese, per esempio, o Paolo Rossi».

E il pubblico teatrale le dà anche soddisfazione: a Varese, in un periodo difficile, il suo spettacolo ha fatto un record di prevendite. Ed è la terza volta che torna. «Sì è una soddisfazione, sia per i tempi normalmente di magra sia per l’affetto che mi reputano. Quest’anno ho fatto il capodanno al Ciak di Milano: in una serata già difficile perchè con prezzi più alti del solito, ero in concorrenza con nomi come Teo Teocoli, i Legnanesi e Ale e Franz tutti insieme. Eppure sono venute mille persone, e c’era gente fuori».

Sarà, forse, la sua vocazione ad analizzare la società senza sconti, e senza preconcetti.
«Io non ho per nulla simpatia per la sinistra di oggi. Non ha una direzione. Saranno stati paradossali, gli  “opposti estremismi”, ma almeno erano chiari. Votavi Almirante, eri fascista. Votavi Berlinguer, eri comunista. Punto. Adesso invece se sei un antiberlusconiano sfegatato voti Italia dei Valori, porti in parlamento Scilipoti, ti distrai un attimo e ti ritrovi al governo. E per cosa? per un mutuo.  Poi, tutta la profonda simpatia per la Lega che avevo quando faceva il suo lavoro, pungolando i partiti ufficiali, è ormai sparita. Ora la Lega, come mi ha giustamente ricordato un amico, è il partito più vecchio del parlamento. Comunque io non vengo a Varese a fare un comizio, vengo per far ridere. Magari anche a fare riflettere: ma innanzitutto il mio pubblico si aspetta di ridere».

Il problema forse è che in qualche modo l’attualità ruba il lavoro ai comici…
«Non è un caso che dopo la caduta di Craxi ci siano stati pochi talenti comici: la realtà di governo era sovrabbondante e l’opposizione non ha mai fatto nulla, con una coerenza nell’inattività impressionante. Poi ci si sono messi anche i giornali, che per vendere copie hanno cominciato a sbattere lì valanghe di intercettazioni così com’erano, per il comprensibile bisogno di vendere copie. Io lo chiamo il sushi delle notizie: fatti senza condimento».

I risultati di questo andazzo, alla fine, si vedono. Anche se per Bertolino: «In parte si vedono e in parte no. Nessuno li vuole prendere in considerazione davvero il fenomeno di disamoramento della politica, che sta tornando in un dato che nessuno vuole pubblicare, quello dell’astensionismo che cresce. Un dato che è, però, la culla delle dittature. Se non si partecipa, si dà una scusa buona all’aspirante dittatore, che può dire: “Non è che io sono il leader perchè l’ho imposto, sono il leader perchè mi avete eletto” e poco importa che la gente che lo elegge è sempre meno.  E’ un processo malato, questo, e io cerco di approfittare del teatro per mandare messaggi che lo contrastino, come la necessità di una partecipazione civile. Da qualunque parte si stia».

Insomma, il teatro di Bertolino che ci si appresta a vedere non è quel “teatro civile” di taglio morale di Paolini o Celestini, ma finisce per essere, in qualche modo, educativo. Certo che fa impressione che la società oggi deleghi a un comico il compito di fare educazione civica agli italiani: «Già. ma per l’amor di Dio, non me la sento di prendermi la responsabilità di insegnare l’educazione civica. Diciamo che ai cittadini preferisco fare “educazione cinica”. L’educazione civica del resto è già sparita dalle scuole da un pezzo, e in uno dei pezzi a teatro proponiamo di risolvere il problema del taglio dei fondi alla cultura alla radice. La provocazione è: perchè tagliare i fondi alla cultura? Tagliamo la cultura proprio, così non c’è più il problema di chi foraggiare più o meno. Così, in una parte dello spettacolo proponiamo una nuova antologia: poesie di Calderoli, che “traducono” in dialetto Quasimodo e Leopardi. Ma non avrò bisogno nemmeno di inventare: nello spettacolo farò ascoltare infatti anche la segreteria telefonica del centralino del comune di Como, che ti risponde in dialetto»

Ci saranno nello spettacolo, quindi testi adattati alle nostre zone, dunque?  «Certo. Questo spettacolo è davvero un continuo work in progress, si aggiorna costantemente. Quando vado nelle città più significative poi, ci sono brani adattati per l’occasione, a cura di Curzio Maltese (il noto giornalista politico di Repubblica, ndr). Testi che regolarmente mi arrivano il giorno prima, così ho solo 24 ore per impararli: una faticaccia, ma ai suoi aggiornamenti non rinuncio. La parte dello spettacolo che riguarda la segreteria del comune di Como invece, non è un adattamento per queste zone, ma fa parte del testo che porto in giro in tutta Italia: può scommetterci, lo ascolteranno anche a Roma»

Segni coerenti, garbati ma cocciuti, di un desiderio di far riflettere a tutti i costi il proprio pubblico. Anche al prezzo di non comparire in tivù: il suo Glob è infatti chiuso a metà 2010, (qui l’ultima rassegna stampa, clou della trasmissione) l’unico programma davvero non rinnovato di quella stagione che sembrava siglare anche la chiusura di Annozero e Parla con me.  Ma a lui non importa: «Non voglio mischiarmi con il circo mediatico che c’è in giro ora. E’ un vero e proprio tritacarne. La tivù già di per sè è ruffiana, e oggi sguazza in quello che c’è. “Quel che c’è” oggi si chiama Ruby, ma domani lei potrebbe già essere avariata. E’ come per la carne trita: devi usarla prima che diventi grigia. Funziona così, per quello e per molte altre cose che passano in tivù. Piuttosto che lavorare così, preferisco spendere un po’ più tempo per la mia onlus, www.pititinga.org, nata per dare un futuro a un piccolo villaggio brasiliano».

Glob però manca a un bel po’ di gente, c’è gente che si organizza sui social network per chiederne la riapertura, si è parlato persino di epurazione. «Il fatto che alla gente manchi e che magari organizzino gruppi per questo, è quasi una medaglia. In ogni caso, Glob era un programma che comunque meritava una pausa, dopo 5 anni e 106 puntate. Certo che però il momento in cui questa chiusura è caduta,  presta il fianco al pensiero di una censura: io però non mi sono prestato al gioco del “martire della sinistra”, che peraltro non frequento perché non amo. Non ho rilasciato piogge di interviste lamentose. L’unica che ho rilasciato, al Corriere, ha avuto un titolo che non condivido affatto: parlava dell’“Unico epurato Rai”. Io non sono affatto d’accordo su questo termine: era finito un contratto non si è ripetuto. E’ una cosa che è normalissima in tutte le aziende, ed è nelle facoltà dell’editore. Certo, in un momento come questo un programma che metteva davanti a Rai 3 un milione di persone la domenica sera avrebbe dovuto metterci in una posizione privilegiata per una nuova trasmissione. Ma questo non è successo».

Davvero non ha rancori nei confronti di nessuno? «No, io non ce l’ho proprio con nessuno. Non ho accanimenti di nessun tipo. E la conclusione cui spero di arrivare con gli spettatori è che alla fine la responsabilità non è dell’uno o dell’altro: è di chi vota. E che in Italia bisogna abbassare il tasso di TRC: tasso di rassegnazione del cittadino»

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 gennaio 2011
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