Caro ministro, a Bossi avrebbe dato una laurea “inutile”?

Gianmarco Gaspari, docente dell'Insubria, commenta le dichiarazioni del ministro Gelmini a Ballarò. Durante la trasmissione aveva definito "inutile" la laurea in scienze della comunicazione

professore dell'insubria risponde al ministro gelminiL’aramaico, l’equazione di Schrödinger e la fotosintesi delle angiosperme interessano gli italiani? È ragionevole supporre che non molti risponderebbero di sì. Almeno al di fuori di certi ambiti, primo fra tutti l’università. Dove i corsi di lingue antiche, di fisica e di botanica hanno una loro precisa ragion d’essere e una loro dignità, al di sopra di qualsiasi considerazione accessoria (anche, s’intende, d’ordine economico). È anzi nella natura dell’università (il nome stesso lo dichiara) l’aspirazione a un sapere complesso e specializzato, non certo fine a se stesso, ma mirato a far crescere competenze che nelle loro molteplici articolazioni costituiscono il sapere, il patrimonio culturale che abbiamo ricevuto dal passato e che abbiamo il dovere di trasmettere, aggiornato e perfezionato, alle nuove generazioni: pena non solo la perdita di conoscenze, ma la mutilazione della nostra identità di esseri pensanti, la riduzione dei nostri riferimenti culturali, insomma il trionfo lento ma sicuro dell’ignoranza.

Lungo questo percorso, è ovvio che nell’evolversi delle conoscenze alcune discipline si siano perse perché obsolete o inutili, lasciando magari in altre traccia del loro DNA (la retorica, dopo il tramonto del modello aristotelico, ha ancora qualche importanza nell’ambito degli studi linguistici; l’arte della guerra si è spostata nella sede più propria delle accademie militari, anche se nei politecnici continuano a insegnarsi nozioni di balistica), mentre altre analogamente ne sono nate. Non dovrebbe stupire nessuno che dopo più di un secolo di cinema, siano stati creati degli insegnamenti di storia del cinema (avrei qualche riserva sulla storia della televisione, ma la tengo per me). Lo stesso vale, ad esempio, per l’ingegneria nucleare e per l’informatica, discipline naturalmente ignote alle università di inizio Novecento.

Stupisce, perciò, che un ministro dell’Istruzione, nell’Italia del 2011, possa dichiarare «inutile» un insegnamento come quello di Scienze della Comunicazione. Lo ha fatto la Gelmini martedì scorso, a Ballarò, e vedo dai pochi approfondimenti che trovo in rete che non è nemmeno la prima volta. La risposta che le diede nella prima occasione Michele Cortelazzo, vicepreside della Facoltà di Lettere e Filosofia e Scienze della Comunicazione dell’Università di Padova, vale ancora oggi, con il consiglio di approfondire l’argomento (per esempio con la lettura di Arjuna Tuzzi, Le cento professioni della comunicazione, Carocci, Roma, 2006) e l’invito a consultare le ricerche sugli sbocchi occupazionali dei laureati dell’Università di Padova, che dicono esattamente l’opposto da quanto sosterrebbe il ministro.

Il giorno dopo Ballarò, a lezione, avevo così davanti degli studenti attenti e motivati, in stato di vistosa sofferenza. Preciso che la mia, l’Università dell’Insubria a Varese (un’università statale, sia pure tra le ultime nate) è un ateneo nel quale alla riforma Gelmini non si è risposto con clamorose barricate: qualche studente è salito sui tetti, certo, ma qui il punto è che questi ventenni ancora fiduciosi nel senso delle istituzioni hanno visto proprio un’istituzione irrompere nelle loro vite, e – con una battuta di dubbio gusto – l’hanno sentita dar ragione a quei genitori che li volevano dentisti, bancari o idraulici. Tutto, purché non si trattasse di scienze della comunicazione.

laurea "inutile" a bossi?L’esternazione televisiva del ministro (di un ministro, non di Vespa o della De Filippi) colpisce sotto la cintura quanti potevano pensare che un’istituzione non discriminasse, nell’ambito della propria tutela, i tutelati di serie A da quelli di serie B. E colpisce tanto più chi, in questa scelta, ci aveva creduto. Per questo può essere utile un minimo approfondimento, fermo restando che anche per l’Insubria, come per Padova, i dati occupazionali sono confortanti: l’ultima statistica di cui si dispone, su fonti – sottolineo – ministeriali (CILEA 2009), dice che il 48,3 per cento dei nostri laureati triennali, a dodici mesi dalla laurea, ha una collocazione nel mondo del lavoro, e che, se il 37,9 per cento prosegue negli studi (laurea specialistica), solo il 13,8 è alla ricerca di un impiego.
Escludiamo quindi che la sortita del ministro possa motivarsi con ragioni legate agli sbocchi occupazionali Ci auguriamo del resto (a maggior ragione dovrebbe augurarselo un ministro) che l’economia non possa condizionare così sordamente il futuro dei giovani, come era norma, molto prima dei nostri anni calamitosi, fino alla Rivoluzione francese, quando il figlio del contadino non aveva certo modo né ragione di pensare per sé un mestiere diverso da quello del padre. Ovvio che non potremo avere migliaia di studiosi di aramaico, ma ci basteranno i migliori. Ecco, i miei studenti, come quelli di qualsiasi altro corso universitario, desiderano questo, e per questo hanno resistito alle lunsinghe di chi li voleva dentisti o idraulici.

Ma il ministro dovrebbe essere informato meglio di chiunque sugli sbocchi occupazionali, per cui c’è da chiedersi se la sua convinzione non si basi invece, sull’incomprensione per i contenuti di un corso di laurea di istituzione recente (immaginiamo così che la signora avrebbe potuto prendersela, allo stesso titolo, con i corsi di ingegneria nucleare o di informatica). Ma sarebbe, anche qui, bastato informarsi: nel caso specifico di Scienze della Comunicazione, per citare qualche invidiabile modello straniero, come usa fare in questi casi, la Francia ha istituito corsi di questa materia dal 1975, che sboccano in una trentina di lauree di tipologia diversa collegate a un centinaio di licenze professionali, oltre che a dottorati e master (quattrocento quelli attualmente attivati). Riviste specializzate, nella sola lingua francese (ma pensate a quello che si potrebbe dire per l’inglese), si pubblicano dal Quebec a Lovanio, mentre tra gli specialisti della materia si potrebbero mettere in fila nomi del calibro di Roland Barthes, Gregory Bateson, Manuel Castells, Régis Debray, Umberto Eco, Robert Escarpit, Derrick de Kerckhove, Michel Volle, Paul Watzlawick….

No, c’è qualcosa che non convince, nell’atteggiamento della Gelmini. Certo, se davvero è caduta in una di queste due trappole, tutti – non solo gli studenti e i docenti di Scienze della Comunicazione – avremmo il dovere obiettivo di riflettere (ancor prima di farne un problema di parte politica) su come sia possibile che il ministro dell’università di un paese normale deroghi a tal punto a un’etica e una competenza che dovrebbero essere tra le sue assolute priorità. Se fossimo in una favola di Fedro, verrebbe da concludere che la sortita della signora dimostra come meglio non si potrebbe l’utilità del corso che deprezza. Ma siamo nell’Italia del 2011, dunque è difficile che l’esternazione di un ministro, per ingenua che sia, possa sottrarsi a un ragionevole esercizio di dietrologia. In politica, e soprattutto in quella italiana, tertium datur. Sempre. Proviamoci: l’estate scorsa, la Gelmini propose proprio all’Insubria di attribuire una laurea «honoris causa» a Umberto Bossi. La laurea, che ovviamente si arenò tra comprensibili imbarazzi, doveva essere, guarda caso, in Scienze della Comunicazione: una laurea in una materia inutile, per ammissione stessa del ministro proponente, e quindi traducibile, per chi legga tra le righe, in uno sberleffo, nemmeno tanto camuffato, al ministro per le riforme. In questo caso sì, chapeau alla Gelmini, che anche se non ha condotto in porto il progetto, ne ha lasciato trasparire il senso: la prima avvisaglia di un rapporto più problematico tra Pdl e Lega, una prossima crisi di governo, la conferma dell’inevitabilità delle elezioni anticipate. Chi vuol capire… Questa sì, è scienza della comunicazione.

Gianmarco Gaspari

Docente di Letteratura italiana
Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione
Università degli Studi dell’Insubria

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 28 gennaio 2011
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