L’elogio del Manifatturiero (non solo italiano)

La tenuta di un settore che ha dimostrato un'inaspettata elasticità insospettata ai più. L'opinione dell'imprenditore Alberto Ribolla

alberto ribollaIl settore manifatturiero italiano degli anni Duemila, letto attraverso le statistiche ufficiali, offre di sé un’immagine tutto sommato rassicurante che, per alcuni versi, invita al compiacimento e ad una relativa tranquillità.
Ad una prima lettura i dati dell’ultimo decennio evidenziano che, nonostante il radicale cambiamento in atto negli scenari geo-economici mondiali la capacità manifatturiera italiana, almeno misurata a valori correnti, esso ha dimostrato una elasticità di tenuta insospettata ai più. A fronte di un radicale mutamento degli equilibri mondiali che, dal finire dell’ultimo millennio, hanno dovuto fare i conti con gli effetti di una crescita esponenziale del numero dei produttori internazionali e dei consumatori – questi ultimi sono cresciuti di circa 2 miliardi per il solo effetto demografico – il manifatturiero italiano ha reagito meglio di quello americano, giapponese e anche francese o inglese.
Mentre i Brics – Cina in testa – scalavano le classifiche mondiali, le quote italiane a valori correnti, pur scontando la contrazione nelle dinamiche di crescita produttiva del 2007-2009, si sono mantenute intorno al 4%.

figura settore manifaturiero

Il posizionamento italiano è di assoluto riguardo: seconda economia manifatturiera in Europa in valore assoluto (dopo la Germania), secondo paese per occupazione manifatturiera con circa 5 milioni di lavoratori dedicati alla produzione, secondo paese esportatore in Europa sempre in valore assoluto (dopo la solita Germania), primo in assoluto come capacità manifatturiera pro-capite.

In termini di nicchie di eccellenza manifatturiera, ossia di produzioni in cui deteniamo un primato riconosciuto dai mercati, siamo al quarto posto, sopravanzati da Germania, Cina e USA ma davanti a Giappone e Francia che contano circa due terzi delle nostre nicchie di eccellenza.

figura manifatturiero

In alcuni settori e in alcuni territori (tutto il Nord e parte del Centro, laddove il quarto capitalismo, che origina direttamente e con l’indotto circa il 40% del PIL nazionale, ha maggiormente prosperato) vi sono casi di eccellenza nell’eccellenza europea, sia nel “ Made in Italy “ più tradizionale (beni per la persona e la casa) come nella meccanica strumentale.
Un dato su tutti: la meccanica italiana vale come tutta la chimica europea.
In sintesi, l’Italia è un paese profondamente manifatturiero e insieme alla Germania e alla Francia (oltre ad alcune tigri dell’Est, come la Polonia, anche se in misura minore) consente all’Europa di poter competere con i grandi blocchi emergenti.
Questa è la fotografia statica: peccato che il film del nostro futuro contenga, nei suoi fotogrammi successivi, uno sviluppo potenzialmente diverso.
Questa struttura produttiva manifatturiera, che ci viene invidiata da molti, non è cresciuta per caso: deriva dall’impegno di migliaia di imprenditori che, dal Dopoguerra ad oggi, hanno consentito il consolidamento della propria attività e dalla caparbia volontà di reagire alla forte pressione competitiva di paesi low-cost, affiancata ad un’indubbia capacità.
Ma tale capacità, che sin qui ci ha accompagnato, deve essere ben compresa nelle sue componenti per poter far fronte a pressioni competitive crescenti. Sicuramente gli imprenditori hanno la prima responsabilità nel rispondere e reagire a fronte del radicale cambiamento nella geografia industriale mondiale, ma questa capacità non va data per scontata e non può più essere l’unica componente per assicurare la tenuta competitiva di sistema. L’imprenditore può singolarmente impegnarsi nell’aumento della produttività della propria impresa, ma la competitività di un paese non si misura come somma algebrica delle produttività dei singoli. La competitività di un paese si migliora intervenendo sulle regole del sistema.
L’impresa va protetta dal “fuoco amico” della burocrazia, delle diseconomie esterne generate da un sistema che deve essere reso più moderno ed adeguato ai tempi ed ai nuovi bisogni. Questa capacità va assecondata e opportunamente fertilizzata ai vari livelli amministrativi, dalla periferia (territorio) al livello nazionale per arrivare, in primis, al livello europeo.
Per le imprese manifatturiere occorre creare le condizioni favorevoli di contorno perché esse possano crescere, trascinando il settore dei servizi, di cui esse stesse hanno bisogno, e di cui hanno bisogno coloro che in esse lavorano per soddisfare le proprie necessità crescenti, frutto del benessere economico creato e di una conseguente crescita culturale e civile.
Spesso ci si chiede perché le imprese straniere non investono in Italia: ci si dovrebbe chiedere, parimenti, come ancorare le imprese che già abbiamo, di cui molte sono già “internazionalizzate” (e non solo de-localizzate). Quelle imprese che riuscirebbero ad operare più facilmente (e certamente non solo per un più basso costo della mano d’opera) altrove: per questioni fiscali, burocratiche, del diritto civile, per una diversa declinazione delle politiche del lavoro. In sintesi in paesi dove è oggettivamente più facile, più redditizio fare l’imprenditore e, per certi versi, professionalmente più appagante e sfidante.
Qualora si profilasse questo scenario, probabilmente non si registrerebbero i clamori della cronaca. Sarebbe un fenomeno molto più subdolo, silenzioso e che solo le statistiche ex-post, tra qualche anno, quando ormai ci sarebbe poco da fare per limitare i danni, riuscirebbero a cogliere.
Questo sarebbe una perdita per il paese tutto, ovviamente, ma soprattutto per le fasce più deboli, che non hanno la possibilità di percorrere autonomamente percorsi virtuosi di internazionalizzazione: qui sono e qui sono obbligate a rimanere.
In uno scenario di non-evoluzione del sistema,  oltre a dare agli italiani scuole in progressivo ritardo di sviluppo per i propri figli (bene a questo proposito la riforma Gelmini sull’università e sugli istituti tecnici) e sanità malata, li condanneremmo inesorabilmente ad un tenore di vita economico, sociale e culturale via via più dimesso, salvo pensare ad una ipotetica nuova ondata di migrazione. Ma anche la migrazione sceglie i propri paesi obiettivo!
E’ un film, questo, che non dovrebbe appartenere ad una delle prime economie mondiali.
I territori, l’Italia e l’Europa tutta dovrebbero riflettere su questi concetti, per evitare eventi che in altri paesi altrettanto evoluti e, in alcuni casi, parte stessa della nostra Unione Europea, si stanno registrando.
Tale disattenzione verso le ragioni vere dello sviluppo delle nazioni ad acquisito benessere, unita ad uno scontro ormai in essere tra i vari blocchi geoeconomici mondiali (di cui le economie più progredite sono minoranza in termini di numero di cittadini e quindi nella capacità di produrre progresso economico e consumi ) rischia di spostare nel lungo periodo il blocco occidentale (e di conseguenza l’Europa) verso la periferia economica del mondo.
Questo teorema può essere ribaltato: ricordandoci chi siamo e da dove siamo venuti e, di conseguenza, puntando con decisione sulla capacità del settore secondario, di cui l’Europa è ancora ricca, e impostando senza indugio politiche economiche che ne aumentino le proprie capacità di crescere e di competere.

di Alberto Ribolla

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 26 gennaio 2011
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