L’UE rivede le norme sull’orario di lavoro

Proprio nei giorni in cui a Torino si svolgeva il referendum sul piano aziendale della FIAT e in Italia si accendeva il dibattito sulle relazioni industriali, la Commissione europea rilanciava il riesame della direttiva

Proprio nei giorni in cui a Torino si svolgeva il referendum sul piano aziendale della FIAT e in Italia si accendeva il dibattito sulle relazioni industriali, la Commissione europea rilanciava il riesame della direttiva UE sull’orario di lavoro, avviando la consultazione dei rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro. In parallelo, l’esecutivo comunitario ha presentato una relazione dettagliata sull’attuazione della direttiva da parte degli Stati membri dell’Unione.
Il riesame si basa su una serie di obiettivi strategici per adattare l’orario di lavoro ai cambiamenti in corso, tutelando nel contempo la salute e la sicurezza dei lavoratori. I temi sui quali si chiede la posizione di sindacati e imprenditori sono, tra gli altri, i servizi di guardia, i periodi minimi di riposo, la problematica degli orari di lavoro eccessivi, una migliore conciliazione della vita lavorativa e di quella familiare, e i chiarimenti sugli ambiti in cui la legislazione può risultare poco chiara.
Da tempo tra le parti sociali è emerso un ampio consenso sulla necessità di modificare le regole al più presto. Le regole UE sull’orario di lavoro dovrebbero consentire una maggiore flessibilità per garantire ai rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro la possibilità di negoziare più efficacemente a tutti i livelli.
La relazione sull’attuazione della direttiva attualmente in vigore da parte degli Stati dell’UE identifica i punti principali di mancata osservanza o di incertezza del diritto nei vari paesi. L’Italia, ad esempio, esclude dall’applicazione della direttiva alcune categorie di lavoratori del servizio pubblico come le forze armate o la polizia, ma anche i servizi d’emergenza o gli impiegati delle biblioteche. Inoltre, nel nostro Paese non sono applicati i limiti previsti per i lavori pericolosi o stressanti nelle ore notturne.
László Andor, commissario UE per l’occupazione, ha dichiarato: "Il riesame delle regole UE relative all’orario di lavoro è necessario, dato che l’attuale situazione non è sostenibile né politicamente né giuridicamente. Occorre un nuovo approccio all’orario di lavoro a livello UE, basato sul contributo delle parti sociali. La nuova relazione sull’attuazione delle attuali norme pubblicata oggi ci aiuterà ad andare oltre le discussioni del passato e a trovare una soluzione equilibrata che rifletta le esigenze reali dei lavoratori, dei consumatori e delle imprese".
La Commissione ha presentato i risultati di alcuni studi indipendenti sull’impatto socio-economico delle regole relative all’orario di lavoro e di attività di ricerca sui cambiamenti dei modelli lavorativi. Emergono aspetti quali i possibili effetti dannosi per la salute di orari di lavoro eccessivi, gli attuali vincoli di spesa degli Stati membri e il problema delle carenze di personale specializzato, mentre i datori di lavoro del settore pubblico e di quello privato identificano modalità per ridurre l’impatto delle regole sull’orario di lavoro. La nuova direttiva potrebbe fungere da catalizzatore per migliorare l’efficienza e l’equilibrio tra vita privata e vita lavorativa.
La precedente proposta di modifica della direttiva, lanciata nel 2004, trattava proprio i temi dei servizi di guardia, la flessibilità da applicare ai periodi minimi di riposo, la flessibilità nel calcolo dell’orario di lavoro settimanale e il riesame dell’opt-out individuale dal limite delle 48 ore settimanali. Ma i lunghi negoziati non avevano portato a nessun risultato e nel 2009 il presidente della Commissione Barroso ha annunciato il nuovo riesame della direttiva. I rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro a livello UE hanno tempo fino alla fine di febbraio per comunicare alla Commissione i loro pareri sulle diverse opzioni di modifica
della direttiva e poi l’iter raggiungerà come previsto il Consiglio dei ministri UE e il Parlamento europeo, a meno che le parti sociali non decidano di avviare un dialogo tra loro su questi aspetti.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 21 gennaio 2011
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