Luigi Tosi, il fallimento tra scatole cinesi e pugnalate alla schiena

Ernesto Raffaele (Filctem-Cgil) e i lavoratori rispondono alla proprietà, accusata dalla magistratura, e gettano ulteriori ombre sulla vicenda della tintoria. Spunta una lettera firmata contro il sindacalista

La vicenda della tintoria Luigi Tosi non finisce qui. Ne sono convinti gli ex dipendenti, rimasti senza copertura di ammortizzatori sociali dopo il diniego opposto dal tribunale ad una proroga della cassa integrazione in deroga. La reazione sindacale a ciò aveva anticipato di poco l’azione della magistratura che ha sequestrato beni per un milione e mezzo e indagato il proprietario e suo figlio. Alla luce dell’accaduto, e approvando vivamente l’operato della Guardia di Finanza (capitano Serra) e della Procura di Busto Arsizio (dottor Pirro Balatto), una ventina di ex dipendenti della ditta si sono ritrovati con il sindacalista di Filctem-Cgil Ernesto Raffaele per qualche precisazione.
La notizia del mancato rinnovo della cassa in deroga giunse giusto l’antivigilia di Natale. «Questo è il fallimento più brutto che possa capitare» commenta il sindacalista ripercorrendo le tappe della vicenda. Fu allora che si decise di "uscire" sulla stampa, denunciando a  chiare lettere non solo l’amarezza per il triste finale della vicenda, ma anche la volontà di vederci chiaro.

-La lettera di Stefano Tosi
Stefano, figlio del titolare Giuseppe, chiamato in causa scrisse ai quotidiani per difendere se stesso e la famiglia. «A quella missiva non ho ritenuto di rispondere», dice ora Raffaele, «in attesa dei lavoratori». Alcune contestazioni sono mosse alle affermazioni nella lettera. «Non si può dire che l’azienda ha pagato tutto: il settembre 2009 non fu pagato, e così il Tfr, che la Cgil ora sta recuperando per i lavoratori. Nemmeno è vero che l’azienda non abbia voluto mai licenziare. Ho qui un documento, su carta intestata dell’azienda, data 2 ottobre 2008, firma del Tosi: c’è una dichiarazione di cassa integrazione straordinaria per crisi, ci si mettevano le impiegate, ma si parlò di procedure di mobilità, quindi l’azienda intendeva licenziare delle persone. Noi capivamo che si doveva salvare il salvabile, non dicemmo di no. Si prospettavano allora una decina di licenziamenti. Poi l’azienda non aveva i soldi per la procedura di mobilità, e si parlò di un trasferimento di ramo d’azienda». Ma qui si apre tutto un altro capitolo: la nuova società. «Eravamo venuti a conoscenza della creazione di una Luigi Tosi srl. Dalle visure camerali saltavano fuori quattro nomi, di cui tre erano dipendenti della Luigi Tosi sas (l’azienda originale)», «tutta gente che aveva contatto diretto con la clientela» precisano i lavoratori, e se ne indicano le figure. La Luigi Tosi srl sarebbe stata «creata per assorbire il fallimento della Luigi Tosi sas».
Quanto poi a questo, Raffaele ribadisce che vi si arrivò, dopo l’intervento di Guardia di Finanza ed Equitalia per i mancati versamenti, grazie all’occupazione della fabbrica attuata dai dipendenti nell’ottobre 2009. «Allora il figlio del titolare fece tenere un’assemblea e chiese un atto di responsabilità, e di continuare a lavorare. La risposta dei lavoratori fu che non gli credevano: avevano già dato e non volevano rendersi responsabili di ulteriori perdite su perdite». Da lì l’occupazione, per costringere l’azienda a portare i libri in tribunale.

-La curatela fallimentale e l’offerta respinta dal sindacato
Dopo il fallimento, «alla curatrice portammo subito una marea di documenti, incluse le visure camerali di cui sopra, e le chiedemmo di prestare attenzione anche alla proprietà delle macchine». Secondo la magistratura, ricorda Raffaele, le macchine dell’azienda, già pignorate, tornavano nella sua disponibilità attraverso società compiacenti che le acquisivano all’asta per poi riaffittargliele. «Tutto a cifre irrisorie, per quelle macchine, e in regime di fallimento. Ma come mai non sono stati fatti accertamenti?» Anche dai lavoratori giungono giudizi poco teneri sulla gestione del fallimento.
Una questione delicata fu quella legata al no da parte sindacale all’offerta giunta nel marzo 2010 da un imprenditore tessile di Vanzaghello, pronto a rilevare l’attività a patto di tenere solo la metà dei dipendenti, al minimo sindacale, e con la rinuncia nero su bianco ad impugnare da parte degli altri. Una controproposta non fu accettata e l’affare sfumò. L’intervento della magistratura agli occhi di Raffaele giustifica quella scelta, sofferta. «Ho avuto contro qualcuno» ricorda il sindacalista, «ma se avessimo detto di sì, cosa sarebbe successo poi? Si sarebbero illusi e danneggiati i lavoratori, oggi sarebbe tutto bloccato. Persino in tribunale pareva strano che dicessimo no, e si mosse anche la politica», spiega Raffaele. «Anche la curatrice, a giugno era pronta ad accettare ogni condizione per far ripartire l’azienda, a dicembre giudica troppo gravosa la cassa in deroga, citando che non tutti avevano rinunciato all’indennità di preavviso, quando il preavviso era dato per implicito già con le lettere di licenziamento a settembre?… Qui frattanto c’è chi ha già perso dei voucher, qualche centinaio di euro a famiglia, i corsi di riqualificazione, eccetera». E addio redditi.

-Pugnalata alla schiena con lettera firmata
«Uno dei responsabili della società, che ha cercato di farsi passare per uno di noi operai», come taglia corto un dipendente, fra i personaggi che risultavano legati alla Luigi Tosi srl, il 27 settembre 2010 mandava una e-mail firmata con nome e cognome a Susanna Camusso, allora non ancora segretaria generale Cgil ma già "in pectore". La missiva prendeva di mira proprio Ernesto Raffaele e la sua gestione della vicenda legata all’offerta dell’imprenditore vanzaghellese. «La mia logica sarebbe stata "quella dell’approfittare dello Stato e degli ammortizzatori sociali senza tutelare l’esistenza del posto di lavoro"» legge Raffaele indignato. Con tanto di giustificazioni legate al fatto che alcuni dipendenti sarebbero stati pensionabili o pronti a "scivoli" vari verso la pensione («evidentemente qui gli ammortizzatori sociali andavano bene»). Nella lettera si parlava di “logica assistenzialistica”, e della ricattabilità dei lavoratori dopo il licenziamento. Alla fine, commenta però Raffaele, «se da quel no qualcuno ci ha rimesso è stato l’imprenditore che aveva fatto l’offerta, supportandola con una fideiussione». Il sindacalista dovette comunque andare dal segretario regionale Cgil Nino Baseotto a chiarire il contesto della lettera.

-"I responsabili sono solo due"?
Fatte le somme tra le vicende della società "sdoppiata" (sas e srl), con le relative figure coinvolte, e della lettera firmata contro il sindacalista, i dipendenti e Raffaele chiedono se dopotutto siano responsabili per l’accaduto i soli proprietari. «Ma il buco qui l’hanno creato solo un uomo di 78 anni e suo figlio? Non riusciamo a capire perchè pagano solo queste due persone: un’azienda è fatta anche di quadri, dirigenti, responsabili. E noi dell’esistenza della srl, l’avevamo detto».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 gennaio 2011
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