Raccontare il lager: la testimonianza e il teatro

A confronto al Sociale Angioletto Castiglioni e un'uditorio di giovanissimi, adolescenti e bambini attori in erba presto impegnati nelle repliche de "La Notte" dal testo di Elie Wiesel. "Non il lavoro, ma la cultura rende liberi"

Raccontare il lager ai giovanissimi. Sul palco del teatro che presto calcheranno. Doppia difficoltà. E doppio dovere che Angioletto Castiglioni sente fortemente, per tutti quelli che non sono tornati, per tutti quelli che non ci sono più, perchè lui, da queste parti, è l’ultimo rimasto, l’ultimo sopravvissuto della deportazione politica nei campidi concentramento nazisti. Questo pomeriggio era al Teatro Sociale di Busto Arsizio, con Delia Cajelli, per spiegare ai ragazzi e ai bambini interpreti di "La Notte", tratto dal racconto di Elie Wiesel, deportato insigne e premio Nobel per la Pace, che sarà messo in scena nei prossimi dieci giorni a Busto e altrove, cosa sia stata l’esperienza terribile, e quasi inenarrabile. "Appena" quattro mesi di deportazione, ma Angioletto vi sopravvisse a stento, considerato un folle al ritorno in patria, e divorato a vita dal senso di colpa e dall’abisso di tenebra del trauma subito. Oggi è qui, e racconta, come tante altre volte ai più giovani. È difficile far capire ai più piccoli, bambini delle scuole primarie, ma quel poco che possono cogliere è anche troppo – eppure c’erano anche dei bambini nei campi. «I più piccoli pagano le colpe dei grandi, ho voluto farlo evidenziare anche in quel monumento in municipio, dove un bambino guarda i genitori piegati dal peso della persecuzione e del dovere di testimoniarla».
Sono tre ragazzi adolescenti i tre "Elie Wiesel" che si alterneranno nelle repliche dei prossimi giorni nella parte dell’allora giovanissimo scrittore, deportato dalla Transilvania ai campi della morte solo perchè ebreo. E sono, loro, per voce di Davide, a chiedere ad Angiooletto il passo più doloroso e più necessario: raccontare, perchè non si dimentichi mai.
«Voi mi chiedete questo, e io sento il mio volto farsi gelido, nell’anomo mio lacrime di sangue. Troppo enorme la tragedia, la bassezza, la crudelatà, l’odio di razza, al prepotenza che soffocava il debole» sospira l’86enne testimone. Arrestato e torturato a Busto Arsizio come partigiano, era stato incarcerato a Monza e San Vittore, poi la deportazione a Flossenbürg, uno dei più terribili campi di lavoro forzato fino alla morte del regime hitleriano. Prima il viaggio, giorni stipati nel vagone con la vergogna di fare i bisogni davanti a tutti, nel fetore; poi l’arrivo, lasciati nudi sul ghiaccio vivo dell’ultimo inverno di guerra, nella zona più gelida della Germania, la doccia nel terrore, fra botte feroci, le urla delle guardie e castaste di cadaveri rigidi alle pareti, perchè quella era sì doccia, ma anche camera a gas, all’occorrenza. E la prigionia, l’orrore delle impiccagioni e delle torture (per i motivi più futili e abietti) cui tutti erano costretti ad assistere, e guai ad alzare mai la testa vedendo un SS o un Kapò. E l’infamia di vedere amici denundato e condotti a morire in gas, o picchiati da detenuti arrivati dopo, e ancora in forze, per rubare l’ultima gamella di cibo. E di non fare nulla perchè lo spirito di sopravvivenza lo richiede. «Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, diceva il cancello, ma è la cultura che rende liberi, ragazi, la cultura umanistica in particolare», anche il teatro. E la fede e i legami: perchè nonostante tutto, persino a Flossenbürg si creavano dei gruppi, «il nostro era quello di "papà Cesana". Lui voleva che tutti sapessimo l’un dell’altro i nomi e gli indirizzi, per informare un giorno le famiglie. E che pregassimo, ogni sera, al ritorno dal lavoro. Una volta mi addormentai prima, e lui me lo disse: se continui così non rivedrai un cielo pieno di stelle. La sera dopo ne dissi due preghiere, e il cielo con le stelle lo vidi in sogno: su una nuvola, c’era il volto di mia madre» racconta ancora con le lacrime agli occhi. Perfino il Papa ad Auschwitz si è chiesto dov’era Dio: ma anche laddove satana sembrava trionfare, «Dio c’era», assicura Angioletto, nonostante tutto.
La volontà di vivere per testimoniare, e null’altro, ha portato Angioletto Castiglioni fino a noi, quella voce che udì alle sue spalle mentre vedea scene incredibili al campo: «Ricorda, se vivrai, dì al mondo ciò che hanno fatto di noi». Meditate che questo è stato, ha scritto Primo Levi. Il Tempio Civico è la seconda casa di Castiglioni, lui custodisce la memoria di chi è andato in guerra, o è stato trascinato alla tortura, alla fame e alla morte per aver chiesto pace, pane e vita. Non gli credevano quando tornò a Busto, in condizioni spaventose dopo la marcia della morte con cui gli aguzzini volevano sottrarre le vittime ai liberatori americani. «Cosa abbiamo dovuto fare per vivere in quella marcia… Io mi vergogno di essere sopravvissuto», e racconta episodi che nemmeno noi ci sentiamo di riportare. Non gli credevano al ritorno, e fu preso per pazzo. «Mi ricoverarono in neurologia, a Novara, e poi al manicomio, non capivano che certi miei comportamenti erano legati al lager. Mi fecero l’elettroshock, dicevano che liberava dalle fissazioni (tipo quella di testimoniare una verità che non ci si voleva sentir dire) la seconda volta che vidi la carrozzella cercai di scappare. Era essere messi alla sedia elettrica, con la corrente attraverso la testa». Come se non fosse già stato torturato abbastanza. Oggi, lo si ascolta con il dovuto rispetto. Con lui, parlano le undici milioni di vittime, per metà ebree, dei campi di concentramento e sterminio.
Restano le eterne domande: come è stato possibile? Perchè non si fece niente, una volta che gli Alleati seppero – perchè sapevano? Forse, come dice Angioletto sconfortato, «il mondo era morto già prima che entrassimo nei campi». "La Notte", la notte della ragione, della coscienza, dell’umanità.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 21 gennaio 2011
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