Sant’Anna, mezzo secolo dopo

Compie cinquant'anni il quartiere, in un contesto molto cambiato rispetto ai tempi della sua nascita. Concezioni d'avanguardia e problemi di oggi: si vive bene, ma il rione invecchia e manca di alcuni servizi

Ricorrono quest’anno i cinquant’anni dalla nascita del Villaggio Sant’Anna, nel senso della sua istituzione in parrocchia che dal punto di vista ecclesiastico ne sanciva la nascita come realtà sociale di grandi dimensioni. Il quartiere più a nord di Busto Arsizio sorgeva in quegli anni di sviluppo tumultuoso, segnati dalla nascita di altre realtà rionali sotto l’impulso dell’espansione economica e dell’immigrazione interna. Erano anni in cui arrivavano anche 1500 nuovi abitanti l’anno: dal 1958 al 1960 si cominciava ad erigere il Villaggio, pianificato da un pool di architetti coordinati da "Richino" Castiglioni, nome di punta dell’architettura bustocca del Novecento. Contemporaneamente in altre parti della città sorgevano il Villaggio Giuliani e Dalmati a Borsano e si formavano le nuove parrocchie di Beata Giuliana (1958) e Madonna Regina (1964).
Un quartiere che nasce specificamente per le esigenze dell’edilizia popolare, ma "pensato", pianificato, in modo particolare, secondo gli ideali generosi di un’epoca in cui si riteneva che anche l’urbanistica potesse a modo suo porre le condizioni di un progresso sociale e civile. Sappiamo come finirono in molti casi quei sogni e quelle realizzazioni: bollati a posteriori, quando non condannati come  "causa" diretta di malessere sociale – vengono in mente certi mostruosi falansteri di periferia, o le famigerate Vele di Secondigliano. Nulla a che fare, per fortuna, con la più tranquilla Sant’Anna, che pure una generazione fa non godeva di buona stampa. Ma con quella certa idea del fare architettura, sembra essersene andata anche qualsiasi idea pianificatoria non legata ad una pura qualità commerciale.

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Villaggio Sant'Anna, 50 anni dopo 4 di 12

- Sant’Anna? Non si discute

Nel frattempo, il rione Sant’Anna vive la sua vita quotidiana, e una mattina sonnacchiosa di gennaio permette di apprezzarne le tranquillità: pochi i veicoli sulle sue vie curvilinee che fanno perdere "l’intruso" di turno, riportandolo al punto di partenza; qualche bicicletta, poche persone a spasso col cane. Qualche anziano, pochi giovani. Dove c’è un viavai vivace, è in tabaccheria, dove la Piera Maino, titolare e residente del quartiere da 33 anni, difende a spada tratta questo angolo di periferia bustocca. «Sono sempre stata contenta di vivere qui» dice, fra un pacchetto di sigarette e un gratta e vinci (tutti giocano, a tutti i giochi e lotterie esistenti, di questi tempi); «certo quando ho cominciato c’era più gente giovane, coppie con bambini, ora il quartiere sta invecchiando anche se la scuola materna ancora c’è. Tanti ragazzi si sono sposati e se ne sono dovuti andare a malincuore (annuisce un cliente, che ha fatto precisamente questa scelta ma potendo, assicura, tornerebbe, ndr) per mancanza di case libere». Col tempo, molte delle case sono passate in proprietà ai residenti. In un quartiere già nato come popolare, e segnato dalla presenza dell’immigrazione interna, con tanti meridionali, soprattutto, ora è giunta quella esterna: «gli extracomunitari, perlopiù dall’Asia e dal Nordafrica» precisa la tabaccaia. «A Sant’Anna si vive bene» dice Maino, e la sua clientela è pronta tutto sommato a concordare: quel che manca un po’ sono i servizi. «Una volta avevamo tutto in fatto di negozi, ora restano la tabaccheria, il bar, il macellaio, due parrucchieri… proprio adesso, con tanti anziani, servirebbero i negozi di vicinato, invece hanno chiuso tanti esercizi, a causa dei supermercati».
Sulla sicurezza, «è ora di finirla» di dir male di Sant’Anna. «C’è stato sì un brutto periodo molti anni fa, ma era brutto dappertutto. Certo poi se una cosa sucedeva, che so, a Sant’Edoardo, era una cosa, se succedeva qui pareva chissà che». Il quartiere vi è sopravvissuto. Non sembrano sopravvissute alcune delle idee che sottendevano alla sua creazione. Quel centro sociale, quell’edificio rotondo, sede di associazioni, di cui più volte in passato si è segnalato il degrado e lo stato di preda costante dei vandalismi. In Comune ora sarebbero addirittura inclini ad abbatterlo per dare spazio ai parcheggi del mercato: triste destino. «Chiederei semmai di ristrutturarlo» azzarda la tabaccaia servendo i clienti, «di usarlo per scopi culturali, anche mostre fotografiche, presentazioni di libri – quello che fanno in biblioteca, non si potrebbe fare anche qui?». Altri pensavano a un dormitorio, viste le necessità, «ma uno già ce l’abbiamo».

- "Un rione che fece discutere il mondo dell’architettura"

«Viviamo tempi in cui il ruolo dei quartieri e la partecipazione sono calati» constata al riguardo l’architetto Luigi Ciapparella, già dominus di lungo corso dell’ufficio tecnico comunale. «Il quartiere era nato in quella chiave: ora si lamenta spesso l’assenza di spazi sociali, poi si lascia andare una struttura così». Sant’Anna nacque come quartiere popolare modello: «fu anche pubblicato e recensito a suo tempo sulla rivista di settore "Architettura", e ricordo che vi fu un intervento piuttosto stroncatorio di un professionista, cui Castiglioni rispose, sarebbe interessante ritrovare le copie» rievoca. «Castiglioni era a capo di un gruppo di professionisti, per lo più locali: il presupposto di fondo, anzi l’ossessione che lo attanagliava, era quella di non cadere in una convenzionalità ripetitiva, e si nota nell’impostazione. Ci sono spazi obiettivamente belli e che hanno retto al tempo, a Sant’Anna. Purtroppo non andò in porto e non fu mai realizzata la chiesa che Castiglioni aveva progettato per il quartiere: secondo me era un capolavoro, ma il parroco di allora, don Carlo, si oppose». La chiesa che vediamo oggi risale al 1973, è tutto sommato in linea con lo stile del quartiere. «Vorrei ricordare anche le vetrate della struttura che ospita le suore e l’asilo, erano opera di Castiglioni, artista oltre che architetto; mi era giunta voce che le si volesse rimuovere, sarebbe un peccato, sono elementi di pregio. Altre scelte dell’epoca erano molto avanzate per allora, si pensi anche al riscaldamento centralizzato per il villaggio», su cui si è accesa di recente una discussione. Perchè di una certa idea "socialista", qui ormai è rimasto solo quello.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 11 gennaio 2011
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