Una “Troppo umana speranza”: il Risorgimento visto da Sacconago

Il 30enne bustocco Alessandro Mari ha pubblicato con Feltrinelli il suo romanzo-fiume, ambientato all'alba del riscatto italiano. Protagonisti un contadinotto sinaghino, una spia per forza, un trafficone milanese, Garibaldi e Anita... "Era l'epoca dell'energia e della giovinezza, e di chi sapeva coglierle e indirizzarle"

Busto Arsizio lancia una nuova stella nel mondo della letteratura. È il trentenne Alessandro Mari, autore di un romanzo-fiume di 752 pagine, "Troppo umana speranza", edito da Feltrinelli (prezzo di copertina, soli 18 euro: qui un estratto del testo) e ambientato ai primordi del Risorgimento, fra gli anni trenta e gli anni Quaranta dell’Ottocento. Un libro, il suo, che sta raccogliendo l’apprezzamento della critica in attesa di quello del grande pubblico.

Alessandro è cresciuto a Sacconago
, frazione di Busto dove è rimasto fino al diploma; ha vissuto poi a Borsano. Dopo l’università allo Iulm e la laurea in lingue, si è trasferito a Torino, frequentando per due anni la Scuola Holden, master di tecniche della scrittura (tra i fondatori, Alessandro Baricco); ora vive a Milano lavorando come ghost-writer e traduttore.
Nel romanzo ha messo proprie esperienze di vita (la sua Sacconago, da cui proviene uno dei protagonisti) e di studio (l’epoca scelta), oltre ad una tecnica scrittoria affinata con l’esperienza torinese, «una scuola dove ti misuri con i professionisti e riesci a focalizzare le tue idee: una vera palestra letteraria». In testa gli ronzava già allora, cinque anni fa, il personaggio su cui si apre e chiude l’opera: Colombino, contadinotto-tuttofare sinaghino, orfanello “adottato” da un paterno parroco. «Un semi-idiota, non proprio sveglio», di mestiere “menamerda”, addetto al letame usato per concimare i campi; eppure portatore a suo modo di valori e sentimenti. Perchè proprio il sentimento è la chiave di volta dell’intera opera, che si legge a partire da un titolo “trasparente”, mirato sulla speranza vero motore dei personaggi principali e di tutta un’epoca. «Avevo in testa questo personaggio, avevo pensato anche a un’ambentazione contemporanea ma senza riuscirci» racconta l’autore. «Cercavo qualcosa che si confacesse al sentimento che volevo mettere nel personaggio, l’ho trovato in un’epoca che conoscevo per ragioni di studio e passione»: gli anni del Risorgimento. Colombino e la sua epoca «si sono trovati per strada», e così gli altri personaggi. A costruire la strada era, s’intende l’”ingegner” Alessandro Mari: anche grazie ai "mezzi tecnici" offerti dalla Feltrinelli, cui l’autore sinaghino aveva fatto avere le prime duecento pagine, venendo poi seguito puntualmente (qui un resoconto) nella realizzazione del corpo dell’opera.

«La Sacconago che racconto è ricostruita dai documenti di biblioteche e archivi e dai racconti dei nostri vecchi: quella d’anteguerra non doveva essere poi così diversa dall’Ottocento, almeno nel paesaggio». A vedere certi cortili, si direbbe proprio che sia così. «Quando scrivi, cerchi di documentarti per arrivare a una verosimiglianza» racconta, «ma poi ti lasci guidare all’immaginazione. Non ci mancano i documenti per ricostruire come andavano le cose, ma il romanziere fa di testa propria». Ed ecco dunque a Sacconago il sempliciotto Colombino che vive un amore contrastato, e una volto morto il sacerdote suo padre putativo non sa come risolvere il problema di sposarsi: lui è nullatenente, la bella dei suoi sogni ha una famiglia che lo respinge con violenza. Si scopre che anche questo paesotto è capace di sentimento: «Colombino ha la sua ostinazione di ‘villano’ (nel senso del contadino) che non si piega mai e va avanti, è molto "bustocco" in questo. La terra era avara e faticoso coltivarla, quell’ostinazione è positiva». Si ostina nel suo amore: senza più il parroco a sostenerlo, Colombino pensa di rivolgersi al Papa: arriverà fino a Roma prima di tornare verso nord e incontrare strada facendo un certo Giuseppe Garibaldi, di ritorno dal Sudamerica con la sua Anita e 63 fedeli volontari della Legione Italiana. Qui la Storia con la s maiuscola irrompe nella storia: ma non la dominerà.

«Garibaldi lo tratto ‘da fiction‘, nell’aderenza però ai fatti conosciuti»; è ritratto con Anita nel decennio abbondante del loro amore, fino alla morte di lei e al nuovo esilio di lui. Oltre all’Eroe dei Due Mondi, compare in secondo piano un altro padre della patria: Giuseppe Mazzini. Il personaggio che ha un ruolo importante nel romanzo e che gli gravita intorno è quello di Leda. «È una giovane reclusa che viene arruolata dai servizi segreti di una nazione dell’epoca, che non dirò (che segreto sarebbe, altrimenti?), e inviata a Londra dove risiedeva il Mazzini per fare la spia». Provando alla fine simpatia per lui e per i patrioti esuli, Leda torna in Italia per regolare i conti con la sua vita, o meglio per liberarsi da quella che le viene imposta, e che non sente sua. Altro personaggio del libro è il milanese Lisander, pittore-ritrattista-fotografo dedito a bassi traffici (fra i quali lo spaccio sottobanco delle prime foto pornografiche). «Un trafficone, è il personaggio più oscuro, ne fa di cotte e di crude per guadagnarsi da vivere. Anche lui tuttavia troverà la sua redenzione, alla fine».
I due grossi eventi storici che fanno da sfondo a parte del romanzo sono le Cinque Giornate di Milano (1848) e la breve esperienza della Repubblica Romana (1849), che ebbe Mazzini fra i suoi leader; si vede anche Colombino fra i garibaldini in Lombardia. Ma più che la Storia, vengono narrati i personaggi: «li racconto come sentimenti in assonanza con un periodo storico». Del resto, i personaggi di fiction hanno la preponderanza su quelli realmente esistiti.

Il Risorgimento, si sa, ultimamente gode di cattiva stampa. «Non mi sento di entrare a piè pari nel dibattito sulla storia patria», dice l’autore, «dico solo che dopo aver frequentato il Risorgimento, tornando al presente provavo nostalgia. Possiamo discutere sui fatti, sulle pecche e sulle cose magnifiche fatte da chi ci ha preceduti: imbarazzante invece che si discuta l’italianità degli italiani. Non è affatto consonante con quello che provo il tentativo di mettere in discussione un periodo storico che ha partorito uno stato e una nazione. Oggi possiamo interrogarci sulla forma da darle, ma non possiamo dimenticare che siamo nati allora». Il volume cade proprio nell’anno del centocinquantenario dell’unità d’Italia: anche la Feltrinelli, ricorda Mari, «ha fatto un grosso progetto sul Risogrimento mettendo online un gran numero di documenti».
Non la polemica, comunque, ma il sentimento, la speranza del titolo, è l’asse portante, il sole intorno a cui ruotano i personaggi. «La troppo umana speranza è quella che ogni personaggio ha in sé, declinata in vari modi: in quegli anni attraversava l’aria. Il sentimento nazionale può essere appannaggio di un’elite politica, ma allora non c’era spaccatura fra localismo e unitarismo. Il libro non vuole essere una voce di verità, ma raccontare un sentimento di energia e di giovinezza che ho scoperto in quell’epoca». E oggi? «Forse sono un illuso, ma penso che ci sia ancora il sentimento, la speranza, li sento. Manca qualcuno che direzioni queste energie, che sappia captarle e restituirle, magnificate, mentre nel Risorgimento c’erano personaggi che davano una forza, un vettore a quei sentimenti». Erano capaci di creare un sogno, come Garibaldi che torna dopo quasi quindici anni da esule e trova quattromila persone ad accoglierlo a Genova; oppure di fondare «una “religione degli italiani”» come Mazzini. Un liberale messianico, oggi massacrato dal revisionismo à la page. «I fatti vanno posti sempre nel contesto della loro epoca» avverte Mari, non letti a posteriori con occhiali deformanti. «I giovani di oggi non saranno “risorgimentali” ma quella carica emotiva è ancora disponibile, solo, deve trovare un sogno da seguire».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 19 gennaio 2011
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