Vent’anni di Liuc, cento di Confindustria, 150 di Italia: tra decollo e crisi

Nella sua prolusione di apertura dell'anno accademico in Liuc il professor Valerio Castronovo tratteggia lo sviluppo economico dell'Italia dal periodo postunitario ad oggi

Vent’anni di Liuc, cent’anni di Confindustria (l’anno scorso), un secolo e mezzo di unità nazionale. Tempo di ricorrenze anche presso l’ateneo castellanzese dedicato a Carlo Cattaneo, nato nel 1991, presso il quale si aproiva oggi l’anno accademico alla presenza di un gran numero di personalità del mondo politico ed economico: dall’assessore regionale Raffaele Cattaneo all’europarlamentare Francesco Speroni, i deputati Marco Reguzzoni e Daniele Marantelli, il consigliere regionale Stefano Tosi, Giuseppe Adamoli, Bruno Amoroso per la camera di Commercio, il senatore Antonio Tomassini solo per citarne alcuni. Si attendeva Emma Marcegaglia, la presidente nazionale di Confindustria: che all’ultimo momento, con rammarico generale, causa una forte indisposizione ha dovuto dare forfait. Le sue posizioni restano affidate a quanto dichiarato ieri sera alla trasmissione di Fabizo Fazio "Che tempo che fa". A sostuirla nell’intervento è stato chiamato Alessandro Laterza, vicepresidente della Luiss, noto ateneo romano, e presidente della commissione cultura di Confindustria.

La prolusione di giornata era affidata ad uno storico insigne dell’economia italiana: il professor Valerio Castronovo, presidente del Centro Studi per la Documentazione Economica e d’Impresa, nonché dell’Archivio del Cinema e della Comunicazione d’Impresa che ha sede presso la Liuc. Il suo tema era ampio: “I cent’anni di Confindustria nella storia dell’economia e della società italiana”. Ma ampia è stata anche la sua capacità di sintesi, e con sicurezza ha tracciato un quadro esauriente degli sviluppi più significativi di un secolo di lavoro dell’industria italiana.
Si partiva da un Paese da poco unificato, con analfabetismo di massa e struttura economica arretrata, legata al possesso della terra, «che pareva condannato all’infantilismo economico e alla sovranità limitata, col debito pubblico collocato per lo più all’estero». Il protezionismo di fine Ottocento promosse l’industria tessile, qui importantissima, ma poco altro; il denaro andava in speculazioni finanziarie culminate in una crisi economica (corsi e ricorsi, ndr). Fu nel primo decennio del Novecento che l’industria italiana decollò, almeno al Nord-Ovest, grazie alla politica economica dei governi Giolitti, rispondente ai reali interessi e bisogni industriali; aiutata in ciò «da una nuova élite imprenditoriale nei settori più moderni (meccanica, automobile, chimica, elettricità) che assunse per proprio modello il sistema di fabbrica dei paesi più avanzati» e da due giovani banche di modello europeo, la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano. Fu proprio in quegli anni che con la "benedizione" del giovane e brillante economista Luigi Einaudi ("l’Itaia che lavora e produce") nacque, nel 1910, Confindustria. «L’Italia avviò la sua rincorsa» ai Paesi già industrialmente sviluppati e diede segni di forza propria, come quando nella Grande Guerra riuscì rapidamente a colmare con la produzione le immense perdite di armi e materiali subite nella disfatta di Caporetto. Venne poi la crisi di riconversione, e le tensioni sindacali: nel 1919 i lavoratori ottennero le otto ore, ma i socialisti massimalisti, influenzati dall’esempio russo, volevano puntare dritto alla rivoluzione. A partire dalla fabbrica. Le tensioni culminarono con le occupazioni del "biennio rosso": a soffocarle fu il "ventennio nero" che seguì, il regime fascista. E qui la relazione di Castronovo giudica «un errore» da parte di Confindustria l’aver pensato di poter "addomesticare" il fascismo e Mussolini, di «"costituzionalizzare" un movimento eversivo come quello fascista». Che pure governò per vent’anni in coabitazione con una monarchia tradizionale. Col che, osserva lo storico, ha avuto buon gioco «la pubblicistica della Terza Internazionale» comunista nell’indicare nel fascismo uno strumento del capitale. La realtà secondo Castronovo, era invece quella di «una convivenza forzata all’interno di un regime totalitario», quale il fascismo orgogliosamente si proclamava: una convienza fatta sì di compromessi, ma anche di scontri sottotraccia. Ad esempio, cita, la Confindustria si oppose all’unificazione forzosa da parte fascista del sindacato, avvenuta dopo il 1925, e al corporativismo integrale promosso (almeno in teoria) dal regime, «che avrebbe voluto annullare in tal modo la libertà d’iniziativa economica e limitare il diritto di proprietà».
Negli anni Trenta, fra gli strascichi della Grande Depressione, si ebbe poi la nascita dell’Iri che salvò un gran numero di imprese e banche e «fece dell’Italia, dopo l’Unione Sovietica stalinista», il secondo stato per intervento pubblico nell’economia, con conseguenze che si sarebbero trascinate fino a tutti gli anni Ottanta. I maggiori gruppi resistettero «grazie a determinate posizioni oligopolistiche» (altra vecchia piaga italiana), ma dopo il 1936 l’autarchia prese il sopravvento, «in un ordinamento dirigistico e burocratico. E dal duce dipese anche la nomina del presidente della Confindustria». L‘Italia rimase tagliata fuori dai circuiti mondiali, nonostante le chiare simpatie filo-alleate di molta parte del mondo imprenditoriale e bancario, fino alla rovina e alla disfatta del Paese nella guerra fascista.

«Dopo la Liberazione, la rinascita della nostra economia, dai disastri della guerra, fu dovuta non solo agli aiuti americani. Decisivo fu un grande sforzo collettivo degli italiani, accomunati dall’aspirazione di tornare padroni del proprio destino». Statisti come De Gasperi ed Einaudi; il governatore della Banca d’Italia Donato Menichella; il presidente della Confindustria Angelo Costa e la sua controparte più forte, il grande leader Cgil Giuseppe di Vittorio, furono i protagonisti di un dialogo forte che «contribuì ad allentare le tensioni sociali e ad agevolare l’opera di ricostruzione». Inoltre Costa appoggiò l’adesione dell’Italia nel 1957 al Mercato Comune, antenato economico dell’Europa politica odierna. E il miracolo economico fu, grazie anche «al duro tirocinio in fabbrica di tanti immigrati affluiti dal Sud nel “triangolo industriale”»: una sorta di “rivoluzione” economica e sociale che cambiò gli stili di vita degli italiani, diffondendo il moderno benessere a vastissimi strati di popolazione.
Il miracolo economico è rimasto unico e irripetibile; Confindustria stessa ne fu scossa nella sua unità. Vi fu battaglia fra gli industriali sulla nazionalizzazione dell’industria elettrica nel 1962; poi tensioni crescenti culminate nell’autunno caldo del 1969, «quando venne ribaltandosi la dinamica dei salari, fino a quel momento largamente inferiore agli indici di produttività»; Confindustria rivide l’anno dopo il suo statuto confederale, in parallelo allo Statuto dei lavoratori, ma non tutti gli industriali condivisero l’operato di Leooldo Pirelli.
Gli anni Settanta videro un’Italia arrancante, che rischiava «di essere travolta da una spirale perversa fra stagnazione e inflazione, da una conflittualità sindacale endemica, nonché dall’offensiva del terrorismo» entrato di prepotenza in fabbrica. Confindustria provò a mediare, ma senza sbocchi, con Gianni Agnelli prima e Guido Carli poi al timone; quest’ultimo, preveggente, cercò anche «di indurre la classe politica, sia di maggioranza che di opposizione, a porre fine agli interventi pubblici a pioggia, di natura clientelare e assistenziale, a scapito del bilancio dello Stato, considerato una variabile indipendente». Con i risultati che ben sappiamo oggi.
La crisi fu superata «soprattutto per la carica di vitalità di tante piccole e piccolissime aziende» che spuntavano come funghi proprio in questo periodo convulso e aspro. Una generazione fa, era l’epoca delle grandi ristrutturazioni nelle grandi imprese private e pubbliche, «non indolori» (chiedere ai sindacati e a tutta la sinistra politica, per referenze, ndr). «L’industria potè innestare una marcia più alta: al punto che l’Italia diventò nel 1986 la quinta potenza industriale del mondo occidentale», risultato allora molto strombazzato e, fin qui, anche se Castronovo non lo esplicita, vertice della parabola industriale italiana. Intanto, un elemento positivo: «accanto al tradizionale “triangolo industriale” del Nord-ovest, s’era formata infatti un’ampia e dinamica costellazione di fabbriche, estesa dal Triveneto all’Emilia, dalle Marche all’Abruzzo»; e, «a “macchia di leopardo”», anche in parte del Meridione.
Tutto bene? Nossignori. Una pesante recessione colpì vent’anni fa. «Si dissolsero così le ultime possibilità di rilancio, senza dover abdicare alle multinazionali straniere, di settori d’avanguardia come l’elettronica, l’informatica e la chimica fine»; e già nel 1987 il referendum sull’energia nucleare «mandò in fumo il gran lavoro compiuto sino a quel momento» nel settore, con «gravi conseguenze» sulla ricerca (oggi l’opinione governativa e industriale è favorevole a riprendere quel percorso ndr).
Venne poi il Trattato di Maastricht, «il “vincolo esterno” che ci imponeva una sterzata». Si rese infatti «ineludibile il risanamento delle finanze pubbliche sempre più indebitate», e così «la progressiva privatizzazione di banche e imprese pubbliche» e «la fine, dopo sessant’anni, dello “Stato banchiere e imprenditore”»; e la ricomposizione dei rapporti fra le parti sociali all’insegna della concertazione, avviata nel luglio 1993, (governo Ciampi), dall’intesa Confindustria.- sindacati per un “tetto programmato” d’inflazione che bloccasse la rincorsa fra salari e prezzi (a far ripartire questi ultimi, ma non certo i primi, ci avrebbe pensato l’interpretazione "all’italiana" del passaggio all’euro ndr).
L’Italia, a suon di sacrifici per i lavoratori, entrò subito nella moneta unica; le esportazioni non potevano più contare sulla lira svalutata.
Confindustria frattanto cambiava, infoltendovisi le piccole imprese e il ruolo delle province rispetto alle vecchie roccaforti industriali; prendeva quota anche la questione morale, contro la corruzione politica e le estorsioni mafiose, con il varo dell’apposito “codice etico” per gli associati.
Si sviluppavano i centri studi di Confindustria, «nuova linfa e vitalità aveva apportato dal gruppo dei “Giovani imprenditori”»; sul fronte dell’istruzione superiore e della cultura d’impresa nasceva, dopo la Luiss, un’altra istituzione universitaria come la Liuc. Si affacciava sulla scena «una sorta di “quarto capitalismo”, quello consistente in una schiera di “multinazionali tascabili”, di piccole-medie imprese particolarmente attive sui mercati esteri».
Non più mero sodalizio di categoria, Confindustria al volgere del millennio era ormai «un importante attore sociale nei rapporti con la classe politica, le istituzioni locali e l’opinione pubblica».
E siamo al nostro tempo: l’ultimo soffertissimo decennio, quello in cui, come si è rilevato con allarme, secondo autorevolissimi dati solo Haiti (!) avrebbe fatto peggio dell’Italia in termini di crescita economica. Su questo dato poco pubblicizzato Castronovo non si sofferma, ma rileva nella globalizzazione e nelle due crisi mondiali, quella legata all’11 settembre nel 2001 e quella attuale, micidiale, «gravi ripercussioni sulla nostra economia: tant’è che la sua crescita complessiva s’è praticamente bloccata negli ultimi dieci anni», come sopra ricordavamo.
In questo contesto la Confindustria sollecita il governo «affinché il Patto di stabilità venga coniugato con adeguate riforme strutturali su ricerca, innovazione tecnologica e formazione, per assicurare nuove possibilità di occupazione per i giovani», e la politica fiscale «riduca l’eccessivo prelievo sulle imprese e sul lavoro, senza penalizzare investimenti e attività produttiva»; asseconda lo sviluppo del made in Italy; cerca dal sistema bancario maggiore credito per le imprese. Castronovo rileva che «ora anche i sindacati sono chiamati a intraprendere, dopo una lunga fase di immobilismo, anzi di pietrificazione nelle relazioni industriali, il percorso ormai obbligato, affinché le nostre imprese non vengano buttate fuori dal mercato, verso una maggiore flessibilità e produttività del lavoro in cambio di maggiori investimenti e incrementi salariali da parte delle imprese». Per ora, a Mirafiori non l’hanno presa benissimo. Il ruolo di Confindustria è e rimane centrale: ma per il rilancio, conclude Castronovo, «occorre che si affermi nel nostro Paese una nuova cultura del merito e della responsabilità».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 gennaio 2011
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