«Cittadini al comando e modello svizzero»

Intervista al candidato Giancarlo Pagliarini, che illustra le sue proposte per Milano

pagliarini fotoNon ama i partiti e la sua visione politica, maturata anche in quattro legislature passate in Parlamento tra le file della Lega Nord di cui una da Ministro del Bilancio, ha un riferimento fondamentale: una vera riforma federalista che porti a un maggior coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni che riguardano la loro vita, sul modello dell’ordinamento svizzero. Un esempio che Giancarlo Pagliarini, 68enne milanese doc, ritiene applicabile anche alla gestione di una grande città come il capoluogo lombardo: e per questo ha deciso di candidarsi alla poltrona di Sindaco con la lista civica “Giancarlo Pagliarini per il federalismo”.

Un cambiamento in primo luogo culturale.
«Sì, in Italia e a Milano si fa “guerra politica”, e non buona amministrazione. Si vuole solo vincere le elezioni e gestire il potere, demonizzando qualsiasi cosa faccia il proprio avversario. Io invece vorrei promuovere il concetto dell’amministrare, che prevede una maggioranza e un’opposizione che si confrontino lealmente, dando vita a provvedimenti legislativi che siano la sintesi delle loro differenti visioni. È l’applicazione pratica del concetto di federalismo: organizzarsi per vivere al meglio nelle diversità, coltivando il rispetto per il concorrente politico».

Una visione che sarà alla base anche della scelta di un’eventuale squadra di governo della città?
«Certo, gli assessori come i dirigenti delle aziende municipalizzate non devono essere scelti tra gli “amici degli amici”, ma in base alle capacità professionali perché l’obiettivo è il raggiungimento di un migliore standard di amministrazione. Prescindere dalle posizioni politiche e premiare il merito».

Quali sono le priorità nella gestione di Milano in questo momento?
«I problemi della città dipendono dallo scenario nel quale si inserisce. Occorre dare ai cittadini la reale possibilità di decidere, in nome di un coivolgimento e una maggiore consapevolezza che sono l’essenza del federalismo. Pensiamo alla moschea: il diritto a un luogo di culto è sacrosanto, ma è necessario interpellare gli abitanti della zona dove si intende costruirla, con un referendum. Se la proposta viene bocciata la moschea, per quanto utile, non andrà fatta. E lo strumento referendario potrebbe essere utilizzato anche per decidere su altre misure controverse come l’Ecopass. Milano potrebbe diventare l’apripista di questo nuovo modello nel quale a comandare sono i cittadini».

Quali sono stati gli errori della gestione di Letizia Moratti?
«Non mi piace fare polemiche. La Moratti è stata molto brava a vincere la corsa dell’Expo, ma ha trascurato il fatto che il Sindaco di Milano ha un ruolo tale che, oltre a occuparsi della gestione cittadina, deve sfruttare la propria visibilità per lanciare messaggi importanti. Perché non ha reagito quando da Roma hanno distrutto la squadra con la quale si era ottenuto l’Expo? Perché non ha minacciato le dimissioni quando i suoi consiglieri facevano mancare il numero legale? Sarebbe stato un modo di mostarsi vicina alla gente, e portatrice di un nuovo modo di fare politica. Invece non l’ha fatto, ed è stata una grande occasione culturale persa».

A proposito di Expo, come valorizzare al meglio le possibilità offerte dall’evento del 2015?
«Ancora una volta coinvolgendo i cittadini, informandoli e chiamandoli a decidere con referendum sulle questioni controverse. Molti ignorano gli aspetti fondamentali dell’Expo, la vetrina che rappresenta, e per questo la città è divisa in due sulla base delle convinzioni politiche. E non sa nulla di un sistema sbagliato che, ad esempio, costringe Milano, che avrebbe le risorse necessarie ma è costretta a mandarle a Roma, a dover ricorrere a occasioni come l’Expo per poter realizzare interventi infrastrutturali importanti per la città».

Come affronatre il prevedibile aumento dell’immigrazione causato delle tensioni internazionali?
«A questa questione occorre dare una risposta immediata e razionale, che ora manca. È da paesi del terzo mondo vedere persone costrette a bivaccare per strada. Non bastano l’accoglienza e un posto dove dormire, bisogna anche chiedersi cosa questa massa di persone può fare durante le proprie giornate perché, se abbandonata a sé stessa, rischia di cadere nel vortice della delinquenza. Una scelta intelligente è stata quella della Regione Toscana, che ha stabilito di quanti poteva prendersi carico e li ha distribuiti nei vari Comuni. Per evitare possibili tensioni è necessario un controllo capillare del territorio cittadino, magari con forze dell’Ordine coordinate dalle singole Zone».

E la solidarietà?

«L’accoglienza verso i rifugiati politici è d’obbligo. Ma non verso i clandestini, che non devono esistere perché si trovano in una situazione contraria alla legge. Altrove ne arrivano meno perché altri paesi si fanno meno problemi a respingerli. E occorre ripensare il concetto di integrazione, che non è solo un diritto ma anche un obbligo degli immigrati».
( Fpsmedia )

Lo speciale elettorale di Milano

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 04 maggio 2011
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