Dal punk alla politica, il salto di Flaco dei Punkreas

Il chitarrista della nota band milanese ora indossa i panni del candidato consigliere nella lista civica Manifattura Cittadina a sostegno di Carlo Stelluti. Ecco come è cambiata la visione politica di un punkrocker

"Laureato in Filosofia, padre di due figli, chitarrista e compositore nei Punkreas, attivo nel campo della produzione discografica indipendente, editore, sostenitore degli spazi sociali autogestiti. Vorrei che Busto esistesse anche dopo le 8 di sera, e che si moltiplicassero possibilità di incontro e socialità non subordinate a logiche di consumo".

Così si descrive Fabrizio Castelli, detto Flaco, candidato consigliere comunale con la lista di Manifattura Cittadina e chitarrista della nota band punkrock Punkreas.

«Da 20 anni suonamo insieme e abbiamo fatto della nostra passione il nostro lavoro. Poi l’anno scorso un intervento chirurgico sbagliato mi ha causato grossi problemi al nervo radiale. Lentamente sto riprendendo a suonare la chitarra e adesso stiamo lavorando ad un nuovo album e al tour estivo».

Come ti sei avvicinato alla politica?

Sono tra i primi 100 firmatari del manifesto dell’associazione Manifattura Cittadina, nata dopo l’esperienza di Alterlist. Conosco molto bene gli animatori del gruppo. Nel 2009 firmai quei principi ispiratori che prevedevano politiche inclusive, pluraliste e antifasciste, la particolare attenzione allo sviluppo sostenibile. Principi che ricalcano i miei. Qui mi sono trovato bene anche perchè sono allergico ai partiti nazionali e agli ordini dall’alto delle segreterie nazionali. La politica cittadina per essere indipendente non deve avere dei lacci come quelli che impongono i partiti». All’inizio non volevo candidarmi e la cosa divertente è che la buona parte dei componenti della lista vengono da ambienti diversi dai miei: scoutismo e cattolicesimo. Io, invece, vengo dal mondo dei centri sociali ma ho apprezzato la necessità di ritrovarsi su principi comuni. Le dstnzioni a livello cittadino sono per me incomorensibili, il novecento è passato e non ci sono risposte universali. Bisogna cominciare ad abitare il mondo, invece di cambiarlo con modelli più grandi di noi.

Quindi è venuto il momento di cambiare le cose partecipando?

Ho capito poco della vita, non m azzardo a dare ricette ma è giunto il momento di superare astio e diffidenza. A spingermi alla partecipazione è stata la percezione che una deriva antidemocratica ci stesse travolgendo, tramite questa lenta erosione dello stato sociale e dei diritti. Non capisco come non ci si possa indignare, poi, di fronte alle parole di Speroni: un europarlamentare pagato per dire che vuole sparare ai migranti.

Certo che per un punk è comunque un salto non indifferente.

Vengo da un mondo che ha sempre considerato la costituzione una forma di mediazione al ribasso, oggi a distanza di 20 anni abbiamo fatto una maglietta col tricolore e con la scritta “difendi la costituzione”. Cambiare alcune opinioni è importante, la rivoluzione permanente è un sogno che non ci possiamo più permettere di fronte a questa politica. Partecipo a questo gioco almeno a livello cittadino non me la sono sentita di dire di no. Non si può solo protestare e lamentarsi, bisogna agire. Le cose più interessanti vengono dal basso.

Quali sono le proposte che porterai avanti?

Ovviamente vorrei occuparmi dello spettacolo, vista la mia esperienza. Questo punto è un nodo nevralgico per definire la vita di una città. Arrivo con un’ottica esterna e la cosa stupefacente che ho potuto notare a Busto è la sproporzione netta tra il numero di abitanti e le situazioni aggregative. Soprattutto alla sera si trasforma in una città dormitorio. Si lavora, si dorme e va bene ma servono anche occasioni per vivere la città. Senza questi momenti socializzanti mancano anche le idee. Da questa amministrazione ho visto poca attenzione al tessuto sociale e pochi grossi eventi calati dall’alto. Servirebbero di più tante iniziative più piccole ma sparse durante tutto l’anno. Penso al coinvolgimento di associazioni giovanili che pure esistono e vorrei togliere via questa patina di seriosità. Perchè non facilitare la vita a queste realtà e creare uno sportello unico per lo spettacolo che azzeri la burocrazia (siae, vigili del fuoco, permessi vari)?

Suonerete con Uto Ughi in basilica?
Siamo favorevoli alla contaminazione.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 03 maggio 2011
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