«De Castro? Un lavoratore colpevole di essere amico di un calabrese»

E' il momento delle difese nel processo alla 'ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo. L'avvocato Margheriti, nella sua lunga requisitoria difende Emanuele De Castro, uno dei personaggi principali dell'inchiesta

«Chiedo l’assoluzione per non aver commesso il fatto, Emanuele De Castro non fa parte di alcuna associazione mafiosa, ha sempre lavorato e ha una condizione patrimoniale modesta. La società civile e i giornali lo hanno già condannato ma il diritto alla difesa non può essergli negato». Così il suo legale Federico Margheriti ha esposto oggi, martedì, la sua requisitoria in difesa di Emanuele De Castro che, secondo l’accusa, sarebbe tra i principali esponenti della locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo e anche la "bacinella" del gruppo, un termine tecnico dell’organizzazione mafiosa calabrese che indica il cassiere. Secondo Margheriti il De Castro sarebbe colpevole «di conoscere persone che vengono definite appartenenti alla ‘ndrangheta solo perchè imparentati con persone che ne hanno fatto parte o per provenienza geografica».

L’avvocato ribatte le accuse punto per punto sottolineando come, in realtà, la sua posizione sia del tutto marginale nell’ordinanza Bad Boys come in quella Infinito e specifica come a Lonate Pozzolo e Legnano non siano mai stati provati riti di affiliazione: «Dalle informative dei carabinieri di Varese non emerge alcun rito – sostiene Margheriti – e sappiamo bene quanto questi siano importanti in questo tipo di organizzazione al fine di conferire la dote». Il difensore smonta anche il castello accusatorio del pm Venditti riguardo al suo ruolo di cassiere, tirando in ballo anche uno dei due fratelli Rivolta (Fulvio che fa l’architetto e Danilo che è attualmente assessore all’urbanistica a Lonate Pozzolo): «Anche nell’affare del Pirellino vediamo che ad un certo punto il Rivolta (Fulvio, ndr) chiede 100 mila euro per continuare la trattativa e Augusto Agostino non li chiede a De Castro ma a Nicodemo Filippelli che li anticipa e non li rivedrà più, nonostante l’affare sia poi saltato». Nessuna associazione di stampo mafioso, dunque, e nessuna cassa a disposizione.

Infine l’avvocato contesta anche il reato di riciclaggio e reimpiego di capitali: «Non è imputato ma gli si contesta un reticolo di società che avrebbe gestito – specifica – tramite Ernestino Rocca il quale, risulta anche dalle visure camerali, ha sempre lavorato per De Castro come dipendente e ha aperto e chiuso una società individuale in soli due mesi. Quale riciclaggio? E quale reticolo di imprese?». Tutte le difese, inoltre, contestano le intercettazioni nelle quali si aggiungono le note del redattore: «Non si può affatto desumere, in molte delle intercettazioni ambientali e telefoniche, che il soggetto di cui parlano gli intercettati sia Emanuele De Castro, perlomeno non è sufficientemente chiarito da chi ha fatto le indagini, dunque non credo che possano essere considerati elementi indiziari di valore».

Sulla stessa linea la difesa di Ernestino Rocca, accusato anch’egli di associazione di stampo mafioso e per aver posseduto una pistola: «Per il secondo reato ha già patteggiato una pena di un anno e dieci mesi – spiega il suo legale Alberto Arrigoni - mentre gli si contesta la partecipazione attiva e continuata all’associazione a delinquere di stampo mafioso per due episodi a distanza di dieci giorni uno dall’altro, poi sparisce dall’ordinanza». Secondo il legale non sarebbe stato lui a dare fuoco all’auto della dirigente del comune di Lonate Pozzolo Orietta Liccati anche se c’è un testimone che, pochi minuti dopo l’incendio, ha visto una persona con un cappellino in testa fuggire dal luogo dell’incendio e salire su un’auto che risulta essere quella della fidanzata di Rocca: «Il testimone – secondo Arrigoni – non l’ha visto in viso e non si capisce come abbia fatto a leggere il numero di targa dell’auto a quella distanza. Potrebbe trattarsi di suggestione». Una suggestione, comunque, molto precisa. Anche per lui il difensore ha chiesto l’assoluzione perchè il fatto non sussiste oppure perchè non ha commesso il fatto. Subito dopo è stato il turno dell’avvocato Soldani che ha chiesto l’assoluzione per Giorgio Laface in merito ad episodi estorsivi che risalgono a dieci anni fa.


di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 10 maggio 2011
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