Don Barban: “Proteggo i miei rifugiati, hanno il dolore nel cuore”

Sono ventidue i profughi accolti al Gulliver di Bregazzana. Arrivano dal Pakistan e dall'Africa: «Hanno vissuto cose terribili»

richiedenti asilo al gulliver di bregazzana«Voglio scrivere tutto quello che ho vissuto da quando sono partito a quando sono arrivato a Lampedusa. Farò un vero articolo e mi piacerebbe che qualche giornale lo pubblicasse». Malik Keshif ha solo 29 anni ed è originario del Pakistan come lo sono anche altri undici rifugiati arrivati nei giorni scorsi al centro Gulliver di Bregazzana. Fatica a raccontare e non solo perché non parla l’italiano. Le parole sono misurate. Preferirebbe scrivere, dice, per sfogare la sua esperienza mettendola nero su bianco. Ma qualcosa di quel triste viaggio verso le coste italiane traspare. Mentre parla Malik tocca il tessuto dei vestiti che indossa: «Mi hanno dato una camicia e dei pantaloni nuovi – dice – mi hanno accolto, assistito e ospitato in una grande casa che sembra un albergo e tutto questo mi ha dato grande conforto. La situazione nel mio paese è ancora pericolosa, è sotto gli occhi di tutto il mondo quello che sta accadendo». Dalle coste del Nord Africa all’Italia è arrivato l’8 di maggio scorso a bordo di un barcone carico di cinquecento persone. Un viaggio di pochi ma lunghissimi giorni, resi spietati dal fatto che dopo i primi due le scorte di cibo e di acqua erano finite. Un po’ come è capitato a Karim Abdul, giovane promessa del calcio africano: «Sono della Costa d’Avorio. Sono un calciatore dell’Africasport la squadra che fu allenata anche da Francesco Moriero. Poi ho avuto un infortunio e per un po’ non ho più potuto giocare. I dirigenti del mio club mi dovevano dei soldi, circa ottomila dollari ma al posto di pagarmi lo stipendio mi hanno offerto il viaggio verso l’Italia. E naturalmente ho scelto di partire. Qui avrei dovuto trovare una mia zia ma ho perso in mare tutti i suoi contatti». L’arrivo di Karim non è stato per nulla facile. La barca trasportava quasi duemila persone e si è rovesciata al largo della costa lasciando sette vittime nelle acque del Mediterraneo.
«Quello che hanno dentro questi ragazzi è enorme – ha detto Don Michele Barban, presidente della comunità Gulliver – dobbiamo proteggerli e aiutarli a costruire un percorso. Io non so cosa hanno visto in questi mesi, che cosa hanno dovuto affrontare ma so di certo che ognuno ha un’esperienza dura e dolorosa. Come rappresentante della federazione italiana della comunità terapeutiche mi sono offerto di dare un luogo di rifugio per queste persone e ho invitato gli altri centri ad accogliere chi chiede asilo. In provincia di Varese ci sono altre realtà che potrebbero farlo. Ma attenzione in questa fase sono le persone ad avere il ruolo principale: l’accoglienza massificata in questo caso serve a poco – aggiunge il sacerdote – sarebbe preferibile riunire piccoli gruppi di persone, aiutarli a crescere facendoli ricostruire un progetto di vita che non passi soltanto dal lavoro. Hanno bisogno di relazioni, di imparare la nostra lingua e ricominciare a comunicare». «Da quando sono qui nessuno ha voluto uscire – spiega Giorgio Stabilini che ha aiutato Don Barban in questi giorni -. Si sono chiusi in se stessi, sono spaventati e timorosi». Ma qualcosa a Bregazzana cambierà, don Barban ci crede e invita a incontrare i suoi ospiti tra una settimana. In totale i profughi al Gulliver sono ventidue: dodici sono del Pakistan, dieci dell’Africa arrivano dalla Somalia, dal Niger, dal Mali e dalla Costa D’Avorio.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 maggio 2011
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