Giro d’Italia, l’eterno Garzelli è l’unico varesino

Scatta sabato la 94a edizione della corsa rosa. Il quasi 38enne di Besano sarà ancora il capitano dell'Acqua&Sapone: «Voglio vincere una tappa: ogni giorno è quello buono»

La sua maglia è quella rossa dell’Acqua&Sapone ma un tempo (era il 2000) seppe portare quella rosa fino a Milano. Oggi Stefano Garzelli, il campione di Besano, a quasi 38 anni, ci riprova: sabato prossimo, 7 maggio, sarà al via della 94a edizione del Giro d’Italia e nonostante l’età sarà uno dei più attesi oltre che l’unico alfiere del ciclismo varesino al via. Con Ivan Basso (e Santaromita) concentrati sul Tour e gli altri "pro" nostrani impegnati in squadre non invitate, tocca così di nuovo al "Garzo" portare la bandiera di una terra ad alto potenziale ciclistico che però rischia di avere poco futuro in gruppo.

Stefano, ci siamo: dopo il Trentino e il Gp di Larciano a che punto è la sua condizione?
«Credo di essere al meglio delle mie potenzialità e la cosa mi dà fiducia per la partenza del Giro. D’altra parte, tutta la preparazione è stata concentrata su questo impegno, quindi era previsto di soffrire un’po’ negli appuntamenti precedenti. Comunque a Larciano (7°, con i migliori, ndr) ho visto progressi e ora mi sento pronto». 

Se la conosciamo bene, il primo obiettivo sarà la conquista di una tappa.
«Sì, la mia speranza e la volontà è proprio quella. Anche se in generale sarò soddisfatto se disputerò un buon Giro nel complesso».

Ci confessi a quale traguardo punta in modo particolare. Il primo "buono" è Montevergine.
«No, è troppo difficile inquadrare una singola tappa e d’altra parte l’anno scorso ho vinto proprio quella che non mi aspettavo (la cronoscalata di Plan de Corones ndr). In questo Giro c’è parecchia salita, in diverse occasioni ci proveranno i favoriti per la vittoria finale: io voglio stare in campana perché ogni giorno può essere quello giusto per attaccare».

Nel 2009 arrivò una stupenda maglia verde di miglior scalatore: anche quello è un obiettivo?
«La maglia della montagna è importante, ma è piuttosto una conseguenza dell’andamento della corsa. Certo è un grande trofeo, però è difficile da programmare prima della partenza, proprio per come è disegnato il Giro di quest’anno».

Lei, oltre alla maglia rosa del 2000 ha centrato diversi successi di giornata. Ce n’è uno che ricorda in modo particolare?
«Vincere una tappa al Giro d’Italia regala sempre grandi emozioni, e infatti mi ricordo ognuno di quegli arrivi con molto piacere. Forse, per il gesto tecnico, la più bella è stata quella di Terme Lunigiane 2003: vinsi in volata in cima a uno strappo davanti a Casagrande e Petacchi e diedi una prova di forza davvero eccezionale. Però, ripeto: fare graduatorie è difficile: che dire allora della fuga di Lienz o del gran finale di Bergamo 2007?».

Per quanto riguarda la classifica generale, pensa di lasciarsi sfilare presto o di provare a resistere tra i primi il più a lungo possibile?
«So bene che reggere le tre settimane ad altissimo livello non è più nelle mie corde, però non voglio rinunciare a priori. Vediamo come sto a Montevergine e sull’Etna, poi di volta in volta capirò il da farsi. Certo, gli avversari sono molti e di alto profilo».

Oltre ai favoriti di tutti (Contador, Nibali, Scarponi, Sastre, Menchov), chi potrebbe inserirsi nella lotta per la maglia rosa?
«Mi pare si stia sottovalutando un po’ troppo Joaquim Rodriguez. Lui a cronometro va male, ma ci sono pochi chilometri contro il tempo e molti di salita dove ha qualità di primissimo piano. E poi la Katusha può mettergli a disposizione una squadra all’altezza. Poi credo che vedremo qualche giovane straniero che può fare classifica, come succede ogni anno. E magari qualche azione come quella di Arroyo del 2010 che si è infilato nella fuga buona ed è salito sul podio».

Lei non pensa a ripetere il colpo di mano dello spagnolo?
«Credo che una tappa strana come quella dell’Aquila non capiterà più: il gruppo si è abbastanza vaccinato con quello che accadde quel giorno. Però resta valida una cosa: correre con grande attenzione a quel che succede in gruppo può aiutare a guadagnare margini preziosi».

È l’unico varesino del plotone: sappia che le mettiamo sulle spalle un fardello pesante.
«È vero, quest’anno sono da solo. Mi ha abbandonato anche Andriotto (il suo fedele gregario ritiratosi a fine 2010) e per questo gli tirerò le orecchie. Però, mi raccomando, fate il tifo per me».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 04 maggio 2011
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