Graglia: “L’impresa deve ritrovare senso e identità”

Il presidente di Univa ha toccato tutti i temi che hanno contraddistinto il suo mandato. Messaggi chiari a chi sceglie di «fuggire» dalle associazioni e alla politica colpevole del ritardo italiano «aggravato dal fatto che troppo spesso sembra parlare d’altro»

Michele Graglia  è indeciso se dirlo subito o aspettare la fine della sua relazione. Il messaggio che ha in serbo per i tanti presenti a Malpensafiere è una condizione preliminare a qualsiasi discorso perché riguarda il rapporto tra associazioni e imprese. Non fa nomi, ma è chiaro che il pensiero va alle ultime minacce di diaspora da Confindustria. «Le associazioni – dice Graglia – sono il collante per il mondo delle imprese e serve per andare avanti. È un collante che vale per tutti, per i grossi e per i piccoli. In questi mesi abbiamo assistito a delle fughe. La libertà è garantita a tutti, ma per il sistema delle imprese va bene se si ha una voce unica e non se ci spezzettiamo. Grandi e piccoli che siamo, noi abbiamo deciso di rimanere in questo Paese».
Nella sua ultima relazione da presidente di Univa, Graglia cita  una frase di Abraham Lincoln: «Voler lavorare è un desiderio così raro che andrebbe incoraggiato». E per incoraggiare la folta platea di industriali presenti a Malpensafiere parte da due parole: «senso» e «identità». 

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Crederci – «Questo è un momento – dice Graglia – che può diventare significativo per ciascuno di noi se ci aiuterà a ritrovare il senso di un cammino che ci vede protagonisti, se ci porterà anche per piccoli frammenti a ridisegnare la nostra comune identità di imprenditori. Il senso di un impegno nell’impresa diventa necessariamente impegno per la società. Crederci vuol dire impegno a portare avanti uno sviluppo industriale solido, che va, però, “manu-tenuto”, rinnovato e riadattato… Crederci è recuperare il senso del rispetto e la dignità per questo nostro Paese. Crederci vuol dire avere una grande fiducia in noi stessi, nei nostri collaboratori, ritrovare la stessa fiducia nelle persone che hanno responsabilità della cosa pubblica. Crederci vuol dire guardare al territorio in cui viviamo come un terreno di grandi tradizioni industriali su cui, più che possibile, è doveroso trovare risposte diverse a problemi nuovi mantenendo intatta la volontà di costruire, di innovare, di sperimentare».

Perché bisogna crederci – Graglia affida la sua fiducia ai numeri del territorio: «L’impresa è una realtà viva, dinamica, unica, integrata visceralmente in un territorio come quello delle nostra provincia in cui ci sono 9 imprese per kmq – contando solo quelle manifatturiere – contro una media di quasi 5 in Lombardia e circa 2 in Italia. Un territorio in cui il 35% della ricchezza è generato direttamente dall’industria, contro il 30% della Lombardia ed il 25% dell’Italia. Impresa e territorio costituiscono, per noi, un binomio inscindibile». E ancora: « La provincia di Varese, pur nella crisi, ha mantenuto un tasso di occupazione che è superiore di sette punti alla media italiana e ha un tasso di disoccupazione che è di tre punti più basso di quello italiano (5,3% contro l’8,4%). La nostra provincia pur avendo solo l’1,5% della popolazione italiana contribuisce per il 2,6% sia alle esportazioni, sia al valore aggiunto manifatturiero del Paese. Varese sa produrre beni come intere regioni, ad esempio Liguria o Friuli Venezia Giulia».

Impresa socialmente responsabile – Creare valore, secondo il presidente di Univa, significa anche puntare al «miglioramento del benessere sociale, al giusto equilibrio tra collaborazione e competizione, all’impegno di ciascuno nel costruire sempre migliori opportunità». Un’indagine demoscopica affidata a Ipsos, però, rivela che questo legame è sempre meno evidente e si fa largo una prospettiva mai vista prima: quella per cui «i figli hanno sempre più difficoltà a compiere passi avanti rispetto alla condizione dei padri. Come istruzione, come reddito, come carriera nel posto di lavoro».

Ripartire – Sempre secondo quella ricerca, all’industria viene riconosciuto un grande valore, ma con qualche difficoltà nel considerarla ancora l’unico punto centrale per il futuro. Il 93% considera che oggi la provincia di Varese non potrebbe fare a meno, in tutto (64%) o in parte (29%), dell’industria manifatturiera.  «C’è una sensazione di stanchezza nel doversi impegnare in una società nella quale paradossalmente aumentano le regole e i vincoli, mentre non si riescono ad abbassare gli oneri fiscali, burocratici e amministrativi. E nello stesso tempo aumenta l’area del compromesso, dell’illegalità, la pericolosa percezione nella nostra gente di un tendenziale peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, di un aumento dell’insicurezza, di un crescente rischio per l’occupazione».

Riallacciare e ricollocarsi – «Cercare nuove alleanze tra le imprese e con la finanza sana, quella che continua ad esistere e ci permette di crescere. Un’Europa, dico ora, che rimane la nostra unica dimensione minima per esistere in uno scenario geo-economico in cui cambiano pesantemente gli equilibri tra grandi blocchi paese (americano ed asiatico). Un’Europa, però, e questi ultimi mesi lo insegnano, che deve essa stessa credere nel proprio essere Unione, non solo in maniera formale».

Il ruolo della politica – Negli ultimi anni Confindustria ha mandato un messaggio molto chiaro ai politici: non c’è tempo da perdere. Un punto su cui anche Graglia insiste molto. «E’ una politica che deve rifuggire l’incapacità di definire e sostenere le priorità, la continua tentazione del rinvio, l’inadeguatezza delle scelte per ridurre gli sprechi e tagliare le spese improduttive, anche a costo dell’impopolarità… il ritardo italiano è un ritardo aggravato dal fatto che la politica troppo spesso sembra parlare d’altro. L’Italia sembra continuamente essere il Paese delle virtù private che devono fare i conti con i vizi collettivi».
Gli industriali chiedono, dunque, alla politica di fare la sua parte: dalle liberalizzazioni alla realizzazione delle infrastrutture necessarie all’impresa, senza dimenticare che l’immagine del Paese è importante nelle relazioni economiche internazionale. «Lasciatemelo dire a nome di quanti come me girano il mondo per lavoro: quanto le nostre imprese avrebbero bisogno di una nuova immagine del Paese!». Dalla platea parte un applauso, che viene bissato quando Graglia parla di Malpensa e del recente annuncio dell’abbandono dell’hub della brughiera da parte della compagnia di bandiera tedesca. «Lufthansa ha deciso di andarsene . È un segnale brutto, ma gradirei non sentir dire che la decisione di Lufthansa confermerebbe le ragioni di Alitalia. La verità è che manca un piano strategico preciso di cosa si voglia fare del sistema aeroportuale italiano. Questo è un problema nostro, della nostra politica e del nostro Paese».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 maggio 2011
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