Lavoro e legalità per il futuro di Busto Arsizio

La città cerca un nuovo ruolo: industriale, terziario o ricerca? Intanto si fa i conti con la crisi e con il bisogno della casa: sono questi alcuni dei temi che hanno animato il dibattito promosso da VareseNews

Una città che ha il lavoro nel suo DNA e che sul lavoro vuole costruire il suo futuro. In tempi di crisi, il confronto tra i candidati sindaco di Busto Arsizio premia proprio questo tema, perno centrale per immaginare la città di domani: al dibattito promosso da VareseNews ne hanno discusso sei aspiranti sindaco, con l’eccezione di Audio Porfidio che ha rifiutato fino ad oggi di partecipare a qualunque dibattito. A coordinare e stimolare il dibattito, il direttore Marco Giovannelli e il giornalista Orlando Mastrillo.

La città non ha mai nascosto il suo ruolo territoriale, di piccola capitale dell’Alto Milanese. «Quando ci chiamano Basso Varesotto la cosa mi offende», chiarisce subito Gian Pietro Rossi, l’ex sindaco democristiano candidato oggi di Futuro e Libertà e API. E il primo cittadino uscente Gigi Farioli dà subito man forte, puntando in particolare sul «ruolo infrastrutturale di grande crocevia che la città ha», cresciuto intorno a centri intermodali, nuova logistica, trasporti. Punti fondamentali per il «manifatturiero avanzato» che secondo Farioli rappresenta la vera vocazione della città.
L’industria come prospettiva principale? Se Bruno Tridico (Unione Italiana) immagina una Busto che abbia in Expo e nella cultura l’orizzonte per i prossimi anni (una vocazione parzialmente differente, dunque), Giampaolo Sablich del Movimento 5 Stelle boccia su tutta la linea l’ipotesi di legare il futuro della città al grande evento espositivo e a Malpensa, «che sfruttano il territorio e non lasciano ricchezza, e punta sui temi cari ai "grillini" (ci perdonino ancora una volta la definizione sintetica), quali nuove tecnologie, risparmio energetico, consumi chilometro zero per creare una filiera produzione-consumo locale, raccolta differenziata spinta per trasformare i rifiuti in ricchezza dicendo no agli inceneritori.

Carlo Stelluti (centrosinistra) – d’accordo, su questo, con Antonio Corrado della lista civica Articolo 3 – rimarca invece la «sinergia con i vicini», arrivando a proporre «una iniziativa tipo Stati generali del territorio», per rilanciare un dialogo con i vicini che si ritiene fino ad oggi insufficiente: al centro, la prospettiva di orientare la città verso le nuove tecnologie e la ricerca, «anche tenuto conto dell’alta scolarizzazione: i nostri ragazzi studiano ma poi devono andare in altri territori». La prospettiva, certo, nn è delle più facili: lo ricorda Rossi, quando fa l’esempio dell’incubatore d’imprese e di ricerca sostanzialmente fallito. Legato ai temi del manifatturiero e dell’industria è anche il destino del polo intermodale di Sacconago, vera cattedrale nel deserto (a due anni quasi dall’ultimazione): «è ancora completamente scollegata dal resto dei trasporti», ha fatto notare Antonio Corrado, senza che nessuno però riprendesse una questione centrale per la produzione.

E se tanti giovani vanno fuori da Busto per lavorare, attratti da Milano, la città si scopre (non certo da oggi) multietnica, con l’arrivo di lavoratori immigrati da altri continenti. Farne dei nuovi cittadini è una sfida che secondo Gigi Farioli passa dalla «Carta di responsabilità dei diritti e doveri da realizzare attraverso un assessorato all’integrazione». Proposta anomala sentita da un sindaco sostenuto anche dalla Lega Nord, questo è il rilievo fatto da Francesco Iadonisi (Udc): «le proposte della Lega non corrispondono a quanto detto. Noi crediamo invece che limmigrazione quando lecita deve essere riconosciuta». È questo un impegno che mette d’accordo anche Carlo Stelluti e Antonio Corrado, che richiamano anche la sfida – compiuto con fatica, ma con sostanziale successo – dell’integrazione nei decenni passati delle masse di lavoratori e famiglie provenienti dal Sud Italia.

Accanto agli stranieri, i temi dell’integrazione sociale. Su tutti, il problema della casa molto sentito qui come in realtà vicine. Se Farioli rivendica il lavoro fatto nella programmazione territoriale, anche sul fronte-casa, i suoi oppositori attaccano: «Il Pgt è in ritardo, l’edificazione è andata avanti senza programmazione» dice Carlo Stelluti, ricordando il contrasto evidente tra i «4000 alloggi sfitti e le 400 famiglie che chiedono una casa». L’offerta di case socialmente accessibili, a basso costo di affitto o di acquisto, è giudicata insufficiente anche da Antonio Corrado: «le case popolari sono fatiscenti e intanto in centro storico ci sono zone devastate che sembrano Beirut. La nostra proposta è fermare il consumo di territorio e costruire non sulle aree verdi ma ricostruendo su aree dismesse e recuperando l’esistente». Il paragone con Beirut solleva le proteste di una parte del pubblico, che si fa sentire in più occasioni a suon di applausi e con qualche mugugno in alcune occasioni.

La discussione sulle case vuote e sfitte richiama anche una questione su cui la città si è giocata molto recentemente: quella della legalità e della lotte alle mafie. E fa piacere qui scoprire una città unita, capace (e non è scontato, visto quanto divide il tema solo a pochi chilometri di distanza) di muoversi compatta: «sono orgoglioso che su questo non si sia divisa», dice Farioli, che ricorda la convergenza anche su proposte avanzate dalla minoranza (come quella di Corrado sulla biblioteca dedicata a Peppino Impastato). Al di là delle singole proposte per rilanciare l’impegno legalitario – dallo sportello per le denunce di racket proposto da Tridico alla commissione antimafia permanente sollecitata da Sablich, c’è anche la preoccupazione sul peso dell’edilizia sulla vita economica (e politica) cittadina: «con l’utilizzo del territorio per fare cassa, il rischio di non avere sufficiente attenzione a chi costruisce è alto» dice chiaro Rossi, sostenuto anche da Corrado. E Stelluti – che da sindaco di Bollate ha condotto una battaglia ferma e dolorosa contro le infiltrazioni – chiama in causa anche la politica in modo forte: «i tentativi di infiltrazioni sono subdoli, nei settori tecnici, nella politica, ma anche nel controllo dei flussi elettorali».

E da ultimo, si affaccia anche il tema dello sport, in una città che in dieci anni ha visto l’ascesa potente di alcune realtà professionistiche e la crisi più nera per altre (parlare di Yamamay e Pro Patria come esempi opposti è scontato. Tutti i candidati però su questo hanno idee chiare: la politica non può intervenire direttamente sulle società, anzi per Iadonisi deve stare persino lontana dal mondo del professionismo e dalle scelte delle società sportive. Unica proposta forte quella di Tridico, che propone di « avvicinare gli imprenditori allo sport e privatizzare le strutture per responsabilizzare chi investe». Per il resto, da parte di tutti viene il richiamo al ruolo sociale ed educativo dello sport, da sostenere anche con l’attenzione alle strutture sportive. Senza dimenticare però anche altri spazi di aggregazione sociale: «servono spazi che siano luoghi di espressione dei cittadini, per le associazioni» dice Corrado, che propone come possibili sedi da rilanciare il centro sociale di Sant’Anna e la sede del Parco Alto Milanese. Ma anche l’ex calzaturificio Borri abbandonato, uno dei tanti luoghi di lavoro del passato che cercano un futuro.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 11 maggio 2011
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