Premiati da Bic i ragazzi dell’Accademia

Gli studenti del corso di Design, tenuto dal varesino Riccardo Blumer sono stati premiati nell’ambito del concorso in occasione del 60° anniversario della leggendaria penna a sfera Bic

Gli studenti del corso di Design dell’Accademia di architettura di Mendrisio, tenuto dal noto architetto e designer varesino Riccardo Blumer – componente del Consiglio dell’Ordine Architetti varesino – sono stati premiati nell’ambito del concorso “Scrivere, accendere il fuoco, produrre energia” in occasione del 60° anniversario della leggendaria penna a sfera Bic, la Cristal. L’iniziativa è stata ideata e studiata appositamente per gli studenti del corso grazie alla collaborazione tra l’architetto Blumer e l’azienda.

I vincitori sono Giovanna Gioia e Samuel Brändli per AirKey, che ha vinto il primo premio, Alice Dolzani e Laura Sattin per (Ice)Lighter a cui è andato il secondo premio, Giulia Golemme e Marco Burnengo per BICEnergy, che si è aggiudicato il terzo premio.

La sfida lanciata agli studenti è stata quella di produrre energia attraverso la progettazione di oggetti con “caratteristiche Bic”, vale a dire capaci di dare risposte semplici ai bisogni primari. I futuri architetti hanno quindi realizzato prototipi funzionanti e dotati di forza evocativa, sviluppando ipotesi per nuovi usi della penna a sfera e dell’accendino e, in sostanza, inventando nuovi oggetti.

Riccardo Blumer, che l’anno scorso ha visto due suoi oggetti di design diventare parte della collezione permanente del MoMa di New York (due sedie, “LaLeggera” per Alias ed “Entronauta” per Desalto) ha così commentato: «Il concorso ha premiato quei progetti che, più di altri, hanno saputo legare l’idea di fabbisogno di energia elettrica come elemento primario della nostra vita, alle caratteristiche Bic dell’essere a basso costo e di avere una grande distribuzione, immettendo inoltre una nuova caratteristica che è quella del “non-consumo” dell’oggetto stesso in quanto produttore di energia, opposto al concetto di “usa e getta” proprio di Bic. Gli studenti sono stati molto abili nell’andare a recuperare le fonti di energia che in questo momento vengono studiate, ovvero i piezoelettrici, i principi della termocoppia e del magnetismo. In particolare, il primo premio ha saputo anche dare un valore aggiunto poetico trasformando la forza meccanica del nostro respiro in un flauto piezoelettrico luminoso grazie al quale, invece di ottenere una musica, si ottengono delle sequenze luminose che, secondo un codice binario, permettono all’utente di interfacciarsi con un lettore universale per tutti quegli apparati elettronici che fanno parte della nostra vita e ai quali si accede con dei codici. Il terzo premio arriva a definire un set di tre possibili oggetti per ricaricare cellulari, computer, eccetera… trasformando la penna Cristal e l’accendino Bic in piccole centrali elettriche. Particolarmente interessante l’uso di una termocoppia che permette di trasformare il calore in energia elettrica e la penna a inchiostro fotovoltaico che fa diventare una pagina scritta o un disegno un piccolo pannello solare».

Sull’importanza della collaborazione tra Accademia e industrie (l’anno scorso è stata la volta delle Nanostrutture della caseina, corso di Design in collaborazione con l’Istituto agrario cantonale di Mezzana che ha fornito la materia prima), Blumer precisa che: «è importante per l’industria approcciarsi all’Accademia quale luogo della ricerca di base, come bene ha dimostrato questo concorso. Solo in luoghi di questo genere, ovvero nelle università intese come ambienti dedicati alla conoscenza attraverso – e non col fine unico – della tecnica, l’uomo può osservare e costruire il proprio futuro. La grande confusione che regna intorno al mondo universitario è dovuta al fatto che l’università è considerata luogo a servizio dell’industria, mentre se si eleva il valore culturale a valore primario della qualità della nostra vita, ovviamente anche economica, ecco allora che essa diventa l’unico luogo in cui ci si può occupare del futuro. Per questo motivo l’industria ha assolutamente bisogno di relazioni con essa. Dobbiamo immaginare le università come dei “santuari” impedendo che diventino delle scuole tecniche, soprattutto in periodi di grossa trasformazione come quello che stiamo vivendo».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 maggio 2011
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