“Si è spenta la fiaccola che rischiarava le tenebre della ragione”

Il ricordo del giornalista bustocco Stefano D'Adamo da quando lo ascoltava dietro i banchi di scuola. Tratteggia la figura di Angioletto Castiglioni, un monito vivente per tutte le generazioni dal dopoguerra ad oggi

Si è spenta una fiaccola che rischiarava le tenebre della ragione. Con Angelo Castiglioni (nella foto durante la sua ultima apparizione pubblica), per tutti l’Angioletto, se ne è andata l’ultima testimonianza vivente bustocca, la più diretta e forte, delle peggiori tragedie dell’ultimo conflitto mondiale. Che ora, davvero, è finito – mentre gli anziani superstiti di quell’epoca feroce ci lasciano, uno dopo l’altro. Aveva trovato infine il dovuto riconoscimento Angelo, ex prigioniero del campo di concentramento e sterminio di Flossenbürg, in Baviera, dopo gli anni amarissimi del ritorno dalla prigionia e dell’incomprensione, in cui aveva dovuto conoscere anche il manicomio e l’elettroshock, sconvolto da quello che aveva subito e ancor più da quanto aveva visto. Da quanto poi ha raccontato a generazioni di scolari e studenti, inconsapevoli e comunque non in grado di comprendere, di visualizzare quell’orrore.

Era stato un partigiano, Angelo Castiglioni, di quella Resistenza bustocca che si espresse con i combattenti di montagna della Val d’Ossola ma anche con i mille sotterfugi del sabotaggio, delle armi nascoste in soffitta, dei ricercati protetti e sottratti alla furia omicida del nazifascismo in agonia. Di quella Resistenza che fu socialista e laica, come pure cattolica, con l’aiuto di numerosi sacerdoti. Aveva conosciuto le torture della nostrana “villa triste” Angioletto, proprio in quell’edificio di piazza Trento e Trieste che oggi ospita il liceo artistico e dovrebbe un domani essere sede della Fondazione Blini – ente di cui qualcuno pensò di assegnargli la presidenza onoraria del comitato culturale, che subito rifiutò. Aveva conosciuto la deportazione in Germania e una prigionia breve, di pochi mesi, ma a cui sopravvisse a stento, fra violenze e orrori di ogni tipo, preservando a stento la lucidità, ma giurando a se stesso di tornare per raccontare. La sua vita successiva è stata popolata dall’incubo del ricordo e dal dovere di ammonire a che ciò mai più si ripetesse: e solo in anni recenti questo è stato accettato, e fin istituzionalizzato e ingessato, con la Giornata della Memoria. Nel dopoguerra, troppa era l’ansia di dimenticare, di seppellire, pur in un paese di vedove e orfani, che aveva avuto quasi mezzo milione di caduti e decine di migliaia di deportati mai tornati dal lager. Poi con il passare dei decenni è riemersa la sensibilità, non sempre in modo limpido e lineare: si è accettato che per quanto riguarda la civiltà occidentale, i crimini del nazismo costituiscono qualcosa di unico, il buco nero del Male assoluto, l’inferno in terra.

Ho conosciuto Angioletto e la sua storia da quando ero studente liceale, da allora la sua presenza è stato un fattore di identità e fondamento storico della città:a tutte le manifestazioni in ricordo della lotta di liberazione e della deportazione, e spesso in consiglio comunale, la sua era una presenza fissa. Come custode del Tempio Civico di Sant’Anna, la minuscola chiesetta accanto al municipio, era diventato in qualche modo il cappellano laico di tutti i caduti in guerra. Storie diverse, contesti diversi, vite spezzate: accanto l’alpino rimasto a congelare nella steppa del Don, il soldato affondato con il suo trasporto nel Mediterraneo, il partigiano perito di fame, fatica e bastonate dietro il filo spinato elettrificato del lager. L’ho ascoltato più volte, da giornalista, raccontare la sua storia a studenti anche giovanissimi, cresciuti in un Paese in pace e in un’epoca di benessere diffuso. «Voi mi chiedete di raccontare, e io sento il mio volto farsi gelido, nell’animo mio lacrime di sangue» diceva Angioletto ai ragazzi nella sua ultima apparizione pubblica al Teatro Sociale. Difficile far comprendere appieno le dimensioni dell’iniquità, il vagone sovraffollato, la sete e la fame, le cataste di cadaveri, gli impiccati e le bastonature, il lavoro disumano (Vernichtung durch Arbeit) studiato per spezzare un uomo in poche settimane, infine la marcia della morte dal campo, fin verso Dresda, con gli aguzzini a finire gli agonizzanti per sottrarre loro anche la speranza di essere liberati dagli Alleati vittoriosi su ogni fronte. Poi, una tenebra durata una vita, rischiarata da una luce sempre più forte: l’esigenza di ricordare, di avvertire, di raccontare. «Forse il mondo era morto già prima che entrassimo nei campi» diceva l’ultima volta Angioletto rivolgendosi ai ragazzi. E finchè prevarranno ideologie, regimi, interessi e sistemi economici e di potere che promuovono le infinite forme dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, avremo bisogno di meditare, con le parole di Primo Levi, che “questo è stato”.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 maggio 2011
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