“Frontalieri, una risorsa per tutti. Tremonti no”

I rapporti tra Italia e Svizzera raccontati dal direttore del Corriere del Ticino, Giancarlo Dillena. Guarda l'intervista video di VareseNews

giovannelli dillena diretta varesenewsI rapporti tra Svizzera e Italia negli ultimi mesi non sono stati facili, complice una difficile situazione economica ma soprattutto le scelte in materia fiscale del governo e il carattere "spigoloso" del nostro ministro dell’economia. Ma come si può tornare a collaborare tra "vicini di casa" e a cogliere le opportunità che questa vicinanza riserva? Ne abbiamo discusso questa mattina a Lugano con una delle voci più autorevole della stampa ticinese, il direttore del Corriere del Ticino, Giancarlo Dillena. A intervistarlo il direttore del nostro quotidiano, Marco Giovannelli.

Punto di partenza è il risultato delle elezioni federali dello scorso week end. Come spiega il continuo successo in Svizzera e in Canton Ticino dell’Udc e dei partiti della destra?
«L’Udc è un grosso partito nazionale che rappresenta comunque una parte dell’opinione pubblica. Spesso veniamo bollati come xenofobi ma non dobbiamo dimenticare che in questo paese sfioriamo il 25 per cento di popolazione straniera residente, su 7 milioni di abitanti. Nel contesto di uno stato di tre lingue, che ha già dei problemi di relazioni interne, anche l’immigrazione può essere un fattore che può destabilizzare. Il nostro paese è basato su delicati equilibri tra potere centrale e potere dei cantoni, tra regioni linguistiche, tra aree più o meno favorite. La globalizzazione e l’apertura delle frontiere rappresentano una situazione di moviemento e hanno destabilizzato un modello. È per ciò scattato da alcune parti anche una sorta di meccanismo di difesa, il successo dell’Udc può essere letto in questo modo. Questa però è la situazione a livello generale. In Canton Ticino tutto ciò si identifica con la lega dei ticinesi, che è simile per molti versi alla Lega Nord. L’Udc si è visto il terreno già occupato da questo partito e resta più istituzionale mentre la Lega è più selvaggia».

L’Udc resta però il primo partito a livello nazionale mentre la lega a Berna ha un peso diverso.
«È vero anche se l’Udc è stata un po’ ridimensionata da queste elezioni. C’è stata una specie di reflusso al centro con i VErdi Liberali e il partito Borghese che sembra segnalare la voglia di ritornare a un partito di centro sempre comunque frammentato. I due partiti più forti restano i socialisti e l’Udc».

Prima ha toccato il tema dei frontalieri. I dati parlano di oltre 45 mila presenze in Canton Ticino su una popolazione residente di 300 mila persone. Come si vive in Ticino questo fenomeno?
«I lavoratori italiani sono anche più di 50 mila. Sono espressione di lavoro dipendente ma anche imprese artigiane e si arriva a un numero ancora più abbondante. Su 330.000 abitanti, con un mercato del lavoro che di fronte alla crisi rapidamente si contrae, può essere un problema da ambo le parti. In un momento di recessione sono i frontalieri le prime vittime. Va anche precisato che nessuno ha mai protestato prima, se non per il traffico, per la presenza dei frontalieri. Questo almeno finchè il frontalieriato si occupava di settori specifici come la ristorazione, alberghi, sistema sanitario. Era un fenomeno scontato. Il momento critico è arrivato con alcune assunzioni nel settore finanziario. Si è intaccato il grande feticcio del posto di lavoro in banca e simbolo del successo e del benessere si è innescata immediatamente la reazione. Si è toccato un nervo scoperto».

È interessante questo aspetto, se letto anche in relazione alle tensioni maturate negli ultimi due anni con il nostro paese e collegate soprattutto alla questione fiscale e finanziaria. Quali sono le ragioni di questo scontro?
«La tesi della nostra lega rispetto ai frontalieri è: "questi rubano il posto ai nostri figli" e le banche in questo caso forse non sono state chiare: hanno detto che assumevano i frontalieri perché erano più a basso costo ed erano disposti a darsi da fare di più. È un po’ la storia dell’idraulico polacco in versione locale. In questa fase c’è dunque un momento di scontro poi ci sarà una fase di assestamento. Infine bisogna dire che il nostro mercato ha dei filtri precisi: per gli italiani che lavorano in Svizzera c’è un ostacolo non indifferente che è la lingua e in alcuni settori è una discriminante. È il nostro differenziale la conoscenza delle lingue, soprattutto del tedesco e in ogni caso è chiaro che senza i frontalieri la nostra economia non potrebbe sopravvivere».

Data questa considerazione come si devono interpretare le dichiarazioni di domenica di Bignasca che dice di voler costruire un muro al confine con l’Italia?
«Bisogna distinguere fra cose che solitamente si mischiano. C’è un problema che è quello dei frontalieri che la Lega interpreta come tema caldo, c’è la questione dei ristorni da versare ai comuni di frontiera e che per questi enti sono una risorsa importante e anche qui si è toccato un nervo scoperto. Tutto ciò si inserisce in uno sfondo che vede un acceso scontro con Tremonti, caratterizzato da rapporti non simpatici anche perchè si conoscono le relazioni che il ministro aveva in passato con la piazza finanziaria del Canton Ticino. Si sapeva che se volevi aprire un conto in Svizzera in modo "discreto" si poteva passare dal suo studio di Milano. Tremonti ha inoltre un carattere un po’ difficile e la situazione si è complicata anche perché inizialmente Berna ha un po’ ignorato le pressioni italiane. Ora le cose sono cambiate, è stata aperta una trattativa. Ci sono accordi con Gran Bretagna e Germania e l’Italia dovrà adeguarsi anche perché è nel mirino degli stati del Nord. A complicare tutto è arrivato l’Euro e il contesto di crisi e difficoltà. Bignasca ha saputo intercettare il pensiero di una maggioranza, in passato marginale e poco considerata. Lui le spara grosse per attirare attenzione poi i suoi portano avanti delle questioni concrete». 

Nell’ultimo anno abbiamo vissuto delle tensioni a partire dai rapporti all’interno della Regio Insubrica. Come potrebbero migliorare i rapporti tra i territori che confinano come il Varesotto e il Ticino?
«Un problema ci sarà sempre ed è legato allo squilibrio di livelli nei rapporti. Guardiamo a quanto accade tra Ponte Tresa in Italia e Ponte Tresa in Svizzera ci son rapporti che sono comunque regolati da accordi internazionali. Anche con il federalismo più spinto non possiamo ragionare in termini di rapporti tra territori. Per quanto riguarda la Regio Insubrica… è una bella idea ma se resta tale non serve, deve essere accompagnata da azioni. In Svizzera ci sono delle realtà simili ma si sviluppano attorno a dei poli, qui non ci sono poli che gestiscono i rapporti ma solo relazioni tra zone di frontiera».

Tra le questioni ancora aperte c’è anche quella delle grandi opere. Da una parte la Svizzera annuncia anticipi sulle scadenze, dall’altra l’Italia ha alcuni problemi nel rispettare i tempi. Cosa succederà una volta che l’Alptransit sarà finito?
«Un esperto che ho incontrato mi ha detto che in Italia quando arriva l’uomo giusto le le cose si risolvono, spero che sia così. L’Europa ha bisogno di assi orizzontali e assi verticali. L’Alptransit è stata una scelta strategica europea, abbiamo bucato la montagna e l’Italia non può più sottrarsi dai suoi impegni».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 28 ottobre 2011
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