Gli ultimi 500 giorni delle Br

Intervista a Nicola Rao, giornalista e scrittore autore di “Colpo al cuore”, edito da Sperling & Kupfer

colpo al cuoreNel suo ultimo libro, “Colpo al cuore”, uscito il 9 ottobre per Sperling & Kupfer, Nicola Rao ricostruisce gli ultimi 500 giorni delle Brigate rosse e spiega, tramite le dichiarazioni del pentito Savasta e del commissario di polizia Salvatore Genova, come si è arrivati a sconfiggerle definitivamente.
Cosa ha permesso la sconfitta delle brigate rosse?
«Come ho provato a raccontare nel mio libro, è stata determinata da una serie di concause. Dall’affinamento e dal perfezionamento della prevenzione e dell’investigazione da parte di forze dell’ordine e servizi di sicurezza, fino all’isolamento politico e sociale che negli anni è progredito, grazie alla ferma e dura presa di posizione contro il terrorismo da parte di tutti i partiti, compresi quelli di sinistra e dei sindacati. Dalla legislazione sui pentiti fino, come dimostro nel libro, ai ”metodi speciali” che furono adottati per assestare il ”Colpo al cuore” alle Br nel 1982».
Senza l’aiuto dei pentiti e senza l’uso di metodi speciali da parte delle forze dell’ordine, ritiene che si sarebbe potuti ugualmente arrivare a sconfiggere le brigate rosse?
«Certamente si. Ma è altrettanto certo che la lotta dello Stato contro le Br sarebbe durata ancora e lungo e che, nel frattempo, molte altre persone innocenti sarebbero state colpite dalle armi dei terroristi».
Come hanno reagito i brigatisti in carcere al pentitismo?
«Il fenomeno del pentitismo provocò tra i terroristi detenuti due effetti, uguali e contrari. Da un lato portò ad un inasprimento ed imbarbarimento delle posizioni dei cosiddetti ”irriducibili”, che produsse una serie di vendette e faide interne contro ”infami” veri e presunti, provocando morti e feriti nei penitenziari. Ma dall’altro, progressivamente, cominciò a far breccia nelle menti di non pochi detenuti, che a loro volta decisero di mutare il proprio atteggiamento nei confronti dello Stato, passando da una iniziale contrapposizione totale a posizioni di dialogo e di collaborazione».
Lei ha avuto modo di intervistare Antonio Savasta, uno degli ultimi capi brigatisti. Quale rapporto ha oggi Savasta con l’esperienza passata?
«Direi che Savasta ha un rapporto piuttosto complesso con la sua esperienza terroristica. Mi è parso comunque un uomo sinceramente pentito e diverso rispetto al terrorista che uccise il colonnello Varisco a colpi di lupara ed eliminò a sangue freddo l’ingegner Taliercio. È una persona ancora piena di dolore, perché sa quanto dolore ha provocato. E sta provando faticosamente a fare un percorso di ricostruzione interiore e umana».
Per quanto ha avuto modo di scoprire nelle sue inchieste, c’è stato qualche rapporto tra le brigate rosse e servizi segreti?
«No, direi che non ho trovato, per quel che mi consta, nessun rapporto di collaborazione o complicità tra le Br e i servizi segreti italiani. Diverso il discorso sul tentativo di alcune strutture straniere di aprire un canale con le Br. Come mi racconta lo stesso Savasta, ad esempio, le Br furono avvicinate dai servizi segreti bulgari nel corso del sequestro Dozier…..».
Secondo lei si può dire che il brigatismo è stato definitivamente sconfitto?
«Le uccisioni negli ultimi 12 anni di Sergio d’Antona e Marco Biagi dimostrano che c’è sempre il rischio che un gruppo di fanatici ed estremisti possa tornare a sparare riprendendo il ”marchio di fabbrica” delle Br. Ma il brigatismo inteso come contrapposizione violenta e dichiarata allo Stato democratico, come organizzazione politico-militare diffusa ed estesa capillarmente su tutto il territorio nazionale, in grado di organizzare sequestri di persona e attentati sanguinosi a breve distanza l’uno dall’altro, mi sento proprio di dire che, si, quel brigatismo per fortuna è stato definitivamente sconfitto».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 ottobre 2011
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