Il tumore al seno si sconfigge anche con l’amicizia

Dalla diagnosi, all'intervento, alla terapia, alla riabilitazione: il Centro di senologia dell'ospedale di Varese si prende cura delle donne. Il racconto di Iole e Antonietta

la dottoressa Grande, la professoressa Rovera, Antonietta e Adele patriniIole e Antonietta. Due donne che hanno sconfitto il tumore alla mammella. Due testimoni di quanto possa la medicina ma anche l’amicizia e la solidarietà.
Sono tante le storie che si raccolgono al Centro di Senologia dell’ospedale di Circolo di Varese. Storie di paure e tensioni, emozioni e attese. All’interno di quel centro, però, si sviluppano anche percorsi inediti, fatti di amicizia e condivisione. Ed è proprio l’esperienza dell’amicizia quella che ha lasciato il solco più profondo in queste donne, con vissuti differenti, ma ormai profondamente legate al reparto dove la professoressa Francesca Rovera dirige il Centro di ricerca universitario. Due donne che hanno voluto aprirsi e raccontare la sofferenza e la paura ma anche la voglia di combattere e la tenacia che solo un ambiente solidale possono far germogliare: « Mi hanno diagnosticato il primo cancro al senso quando avevo 33 anni – ricorda Antonietta - avevo due bimbe piccole e tanta paura. A Varese mi è stato asportato un tumore di più di un centimetro. E altri 14 linfonodi che mi hanno svuotato la cavità ascellare. Ho fatto la radio e poi la chemioterapia per nove mesi. Lo scorso anno ho avuto una recidiva e i chirurghi hanno dovuto asportare il seno. Sono stata affidata all’equipe di ricostruzione plastica di cui sono ancora paziente. Solo grazie ai consiglie e agli esercizi della fisiatra non ho mai perso la funzionalità del braccio. Se oggi sono qui a parlarrne con serenità è tutto merito di questo centro dove ho incontrato amiche vere su cui mi posso sempre appoggiare e che non mi hanno mai tradito».
La fiducia, innanzitutto, la cosapevolezza di essere entrata in una squadra che vede al primo posto anche il volontariato: « Questo è un centro che si prende cura, più che curare – spiega la presidente di Caos Adele Patrini -  Il cancro non si combatte cucendo l’ultimo punto di sutura».
Adele Patrini con Iole La storia di Iole è a tratti diversa: seguita chirurgicamente allo Ieo di Milano, è poi arrivata a Varese per tutta la parte riabilitativa: « La mia fortuna è stata quella di avere un’amica oncologa che mi ha detto passo passo cosa fare. Io mi sono affidata e sono contenta di aver trovato un ambiente così rassicurante e professionale. Parlo soprattutto della parte riabilitativa, un momento delicatissimo che non va sottovalutato se si vogliono riconquistare le proprie capacità motorie».

E proprio sulla parte fisiatrica si concentra l’attenzione: « È più facile estirpare un tumore dal senso di una donna che dalla sua testa – sottolinea la professoressa Francesca Rovera – ed è per questo che il nostro centro non si ferma al momento chirurgico o chemioterapico, ma apre subito la via alla parte riabilitativa. Non si può uscire dal tormento psicologico se non si riacquista la capacità funzionale».
Una conseguenza frequente dell’intervento al seno è l’infedema, un rigonfiamento del braccio che, se non seguito con ginnastica, drenaggi, massaggi, porta all’immobilità: « Quando le pazienti arrivano nel nostro ambulatorio – spiega la professoressa Annamaria Grande, primario della fisiatria – spieghiamo loro quali gesti fare e quali non fare. Quali esercizi eseguire. Si tratta di consigli pratici che abbiamo racchiuso in un opuscoletto molto chiaro e immediato. Pratichiamo anche la kinesi tape con cerotti che permettono un dreenaggio continuo delle vie linfatiche».

La squadra, medici, pazienti, volontari, è tutta al femminile, una sorta di complicità necessaria per affrontare un tumore che, nonostante i numeri siano ancora troppo elevati ( circa 850 nuovi casi all’anno a Varese), lascia ottime possibilità di successo grazie ai progressi scientifici e tecnologici: « Oggi la paura del cancro è peggiore del cancro stesso – commenta Adele Patrini - ecco perchè il racconto di chi lo ha vissuto è fondamentale per raggiungere quante ancora non sanno o non vogliono sapere» 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 ottobre 2011
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