“Imprigionati in una rete, possiamo uscire grazie ai giovani”

Tra risorse ridotte e formazione insufficiente, l'Italia rischia di essere solo un paese per vecchi. Al convegno organizzato da Acli, La Sorgente e università però emerge anche la voglia dei giovani di cercare la propria strada in modo originale

Un guscio opaco, una rete a maglie fitte che impedisce di guardare lontano e di liberare le energie dei giovani: l’ex ministro del lavoro, Tiziano Treu, e il professore di sociologia, Lelio Demichelis, usano quasi la stessa immagine per descrivere l’Italia di oggi. Se n’è discusso a lungo – e da punti di vista molto differenti – nel convegno che Acli provinciali di Varese, Università dell’Insubria e Fondazione La Sorgente hanno dedicato al tema del lavoro oggi, con uno sguardo aperto soprattutto sui giovani.
«Da quando è scoppiata la crisi – ha spiegato Treu nell’intervento cheha aperto il pomeriggio di studio – spendiamo la gran parte delle risorse per la cassa integrazione difendendo l’esistente (senza riuscirci fino in fondo) e così si è messa fuori una generazione che non trova lavoro o neppure lo cerca. Spendiamo il 15% del PIL per le pensioni e lo 0,9% per le famiglie. O rompiamo questo guscio e investiamo nel futuro del lavoro o non andiamo avanti». Per rompere il guscio serve investire in educazione e formazione, professionalee non solo, creare le condizioni perché i giovani possano esprimersi liberamente e trovino spazio.

L’intervento statale, il quadro legislativo non possono però sostituirsi (o meglio: non devono rischiare di fiaccare) lo spirito d’iniziativa delle giovani generazioni. Su questa linea si è mosso anche il convegno, illustrando tre storie di ragazzi e ragazze intorno tra i 20 e i 30 anni: la dottoranda Paola Ossola cerca la sua strada affidandosi alla «consapevole irrazionalità» di chi sa dove vuole andare ma prende anche decisioni coraggiose per investire, quelle decisioni che per gli altri sono irrazionali; Roberto Catania invece è un neolaureato, ha scelto di partire per il mondo facendo (anche) lavori umili e dice che c’è un problema con molti suoi coetanei, perché l’esperienza lavorativa e di scoperta del mondo troppo sottovalutata rispetto alla semplice vita universitaria, soprattutto a Varese: «Il progetto Erasmus a Varese è poco considerato, rimangono addirittura posti liberi quando in altre realtà si fa la corsa per accaparrarseli».
Andrea Rizzi, giovane "imprenditore di se stesso" (definizione un po’ abusata), sviluppatore di applicazioni per iPhone, è approdato come esterno in multinazionali e aziende tecnologiche del territorio. «Dobbiamo ragionare come se noi stessi fossimo un brand da vendere, non arrendersi aspettando un lavoro» ha detto, ricordando il ruolo del web e dei social network, da FB a Linkedin, come strumenti di promozione anche professionale.

Colpa dei giovani che non sanno come muoversi? Non solo. «L’atteggiamento delle imprese che non riconoscono il merito e la qualità della formazione è un’altra anomalia italiana» dice ancora Tiziano Treu. «Le aziende, anche nel nostro territorio, non vogliono spesso riconoscere competenze alte o giudicate troppo alte nei giovani» concorda anche Lelio Demichelis, dell’Università dell’Insubria, che da sociologo ha ripreso anche il tema – sfuggente ma affascinante – del carattere e dello spirito incarnato in un territorio, quasi che non sia una questione tecnica e professionale, ma anche umana. «A Varese c’è una forte etica del lavoro, al punto che sembra non ci sia niente al di fuori del lavoro. Forse è questa logica che ci stritola. Si rischia che si cancelli tutto quello che non è lavoro ma che serve al lavoro: Montale diceva "Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, balza fuori e fuggi". Dobbiamo trovare insieme il modo per uscire da questa rete».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 ottobre 2011
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