Nel campo della ricerca, il precariato è una “virtù”

Gabriele Baj, 33 anni varesino doc, ha avuto la copertina della rivista Telethon grazie ad uno studio effettuato a Trieste. Ricercatore precario spiega le ragioni del suo entusiasmo

Gabriele BajVaresino doc, diplomato nel non tanto lontano 1997 al liceo Ferraris di Varese, Gabriele Baj è oggi un ricercatore “da copertina”. È infatti apparso sulle news di Telethon per la recente pubblicazione sulla prestigiosa rivista internazionale PNAS di un suo studio che fa parte di un progetto sulla Sindrome di Rett, malattie degenerativa che colpisce le bambine verso i 18 mesi.

Da sette anni lavora al laboratorio Scienze della Vita e Centro BRAIN dell’Università di Trieste sotto la guida di Enrico Tongiorgi. La sua, però, è una vita in continuo movimento.

Già all’università, facoltà di Biotecnologie farmaceutiche alla Bicocca prima e a Città Studi poi, trascorse un anno in Erasmus in un laboratorio di Parigi. Faceva ricerca e dava gli esami a Milano. Una volta completato il percorso accademico, Gabriele si è dato da fare per poter seguire la sua passione: dato che non c’erano dottorati in zona, ha preso il treno ed è sceso nel capoluogo giuliano. Una scelta che oggi rifarebbe senza dubbi: «Lo stipendio di un dottorando era abbastanza esiguo, circa 800 euro, e in una città come Milano non ce l’avrei fatta. Trieste è indubbiamente più abbordabile…».

Così pieno di entusiasmo ha imboccato la via del precariato: « In ricerca il precariato è una situazione in una certa maniera necessaria – azzarda il dottor Baj – Per chi vuole seguire questa strada, il cambiamento, il confronto continuo con altri ambienti, la conoscenza di approcci e tecniche differenti, sono basilari. Nei laboratori europei si cresce cercando di assimilare il più possibile, spaziando in campi differenti. L’approccio americano, invece, tende alla iperspecializzazione. Io sono molto interessato a viaggiare, conoscere, perché sono esperienze che ti accrescono e aprono la mente».

gabriele Baj in laboratorio insieme al dr Enrico TongiorgiE, infatti, è stato proprio durante un’esperienza come “visiting student” allo Skirball Institute dell’ Università di New York, nel laboratorio di Moses Chao, che Gabriele sviluppa il primo seme della ricerca finanziata da Telethon: « L’idea era nata nel laboratorio di Trieste ma, a quell’epoca, non avevamo gli strumenti adatti. Così, quando incontrammo il responsabile di New York ottenemmo collaborazione». Al suo ritorno, Gabriele potè così proseguire su quel lavoro grazie ai finanziamenti nel frattempo arrivati da Telethon, dalla Compagnia San Paolo, dall’azienda Sanofi-Aventis, e dalla fondazione “Foremann Casali” che dotarono il laboratorio dei fondi e degli strumenti necessari: « I neuroni delle bimbe affette da questa Sindrome hanno una forma diversa – racconta Gabriele Baj – Le cellule nervose presentano delle tipiche ramificazioni che funzionano da antenne per raccogliere i segnali che arrivano al cervello. Se nel corso dello sviluppo embrionale i rami non si formano completamente si verificano problemi neurologici. È il caso delle malattie genetiche come la Sindrome di Rett che provoca nelle bimbe autismo, ritardo mentale, crisi respiratorie ed epilettiche e perdita del controllo dei movimenti. Noi stiamo lavorando sulla neurotrofina BDNF, che è fattore di crescita responsabile dello sviluppo del neurone. Abbiamo dimostrato che esistono diverse varianti di questa neurotrofina, localizzate in zone diverse della cellula: a partire dal punto in cui si trovano, stimolano la crescita dei rami, determinando così l’architettura finale delle cellule nervose». Gli sviluppi della ricerca saranno incentrati sulle possibilità di modulare questo fattore di crescita per guidarne la costruzione delle cellule nella sindrome di Rett.

Un ricercatore precario e contento, dunque: « Chiariamo, però, un dato fondamentale. All’estero il ricercatore precario viene pagato di più perché, in questo modo, si compensa la temporaneità della sua collaborazione. In Italia, invece, il precario è sottopagato. Le principali riviste scientifiche internazionali hanno pagine e pagine di offerte di posti per accaparrarsi le migliori teste e non esiste un professore delle università straniere che abbia percorso tutta la sua carriera in un unico ateneo. Il vero problema è che l’Italia non attira gli stranieri perché non ci sono fondi. E senza confronto internazionale, senza scambi autorevoli, il rischio è l’autoreferenzialità e la chiusura. Per questo “i cervelli” fuggono: in Italia c’è il rischio di non crescere. Io voglio continuare a conoscere, a vedere. Ogni due o tre anni me ne vado all’estero. Per me non esiste Italia o Francia o Germania: l’Europa la vivo come un’unica opportunità perché non esistono differenze di approccio o di cultura»

E tra dieci anni dove sarà? « In laboratorio, spero. Il dove non è indispensabile: in Italia il sistema è molto complesso e le assunzioni sono bloccate. L’unica cosa che spero veramente è di non dover diventare un “burocrate” costretto solo a lavori di amministrazione o a cercare finanziamenti. Io voglio vivere in laboratorio».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 ottobre 2011
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