Omicidio D’Aleo, accusato anche Fabio Nicastro

Per la morte del picciotto del clan Rinzivillo era stato accusato anche Emanuele Italiano. Grazie al pentimento di Rosario Vizzini, uomo della cosca a Busto, si è risaliti al corpo e agli esecutori

Per l’omicidio di Salvatore D’Aleo ora è ufficialmente accusato anche Fabio Nicastro (in basso a destra), braccio destro di Rosario Vizzini (oggi pentito) e a capo del clan Rinzivillo-Madonia operante nel territorio di Busto Arsizio. Nella serata di ieri, giovedì, la Squadra Mobile di Varese guidata da Sebastiano Bartolotta (foto a sin.) ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Milano su richiesta della direzione distrettuale antimafia, nei confronti di Nicastro, pluripregiudicato gelese di 39 anni , per l’omicidio di Salvatore D’Aleo, scomparso il 2 ottobre del 2008 da Busto Arsizio, vittima di lupara bianca e ritrovato alla fine di giugno di quest’anno in un bosco di Vizzola Ticino. L’operazione costituisce un seguito degli arresti operati nell’ambito delle operazioni “Fire Off” e “Tetragona” nei confronti di esponenti del clan gelese stanziati a Busto Arsizio e rappresenta un
ulteriore tassello nelle indagini sull’omicidio
D’Aleo. La Squadra Mobile di Varese ha iniziato ad occuparsi della vicenda nel gennaio del 2010, a seguito dell’attentato di Induno Olona nel corso
del quale furono incendiate 3 autovetture e vennero feriti 4 vigili del fuoco intervenuti per domare le fiamme. L’attentato era diretto nei confronti di un pregiudicato locale, vicino a Fabio Nicastro, al
quale egli stesso attribuiva la matrice dell’evento criminoso.

Da quell’episodio sono scattate le indagini con la Dda di Milano che hanno permesso di identificare tutti i componenti del gruppo criminale mafioso attivo in Busto Arsizio ed accertare altri delitti estorsivi commessi sin dal 2002 ai danni di importanti imprenditori della provincia di Varese, con attentati incendiari, minacce ed intimidazioni. L’attività investigativa, svolta con l’ausilio di intercettazioni telefoniche ed ambientali, ha individuato il vertice dell’organizzazione in Rosario Vizzini, uomo d’onore della famiglia gelese dei “Rinzivillo”, riconducibile al clan Madonia di “Cosa Nostra”, già condannato per associazione mafiosa E’ lui che, secondo gli elementi raccolti, era a Busto Arsizio il reggente della famiglia di Gela ed ha costituito una cellula mafiosa dedita alle estorsioni finalizzate al controllo diretto ed indiretto di una serie di attività economiche concernenti soprattutto il settore dell’edilizia.

Una svolta nelle indagini sull’omicidio D’Aleo si è avuta con la decisione di Vizzini di collaborare con la giustizia. Come primo e tangibile segno del proprio pentimento, l’ “uomo d’onore” ha ricostruito proprio tale vicenda, fornendo agli investigatori indicazioni precise sul luogo di occultamento del cadavere. Il collaboratore ha raccontato che D’Aleo era un ragazzo di Nicastro e che era stato rimproverato più volte perché andava in giro a chiedere soldi, cioè fare estorsioni, spendendo il nome di "Piddu Madonia" e dello stesso Vizzini. Tra i vari affiliati fu in particolare Emanuele Italiano a minacciarlo di morte promettendogli di sparargli in faccia per un debito di cocaina non onorato. Con il passare del tempo, il gruppo cominciò ad emarginarlo ingenerando in D’Aleo, dovuto alla convinzione di essere sfruttato dal gruppo. A questo punto il “picciotto” ha cominciato ad andare in giro dicendo che per vendicarsi avrebbe bruciato le case di tutti, anche di Vizzini e Nicastro.

A seguito di ciò, il gruppo, ritenendolo una mina vagante difficile da gestire, il gruppo ha deciso di eliminarlo. Vizzini ha riferito che la sera del 2 ottobre 2008, Nicastro e Italiano si sono rivolti a lui
chiedendogli di aiutarli a seppellire il cadavere di D’Aleo. I due raccontano di averlo incontrato in un bar e, a bordo di una Lancia Lybra, averlo condotto a Vizzola Ticino dove Italiano  lo ha
freddato con uno o due colpi di pistola alla testa.
Il cadavere è stato poi spogliato e sotterrato in una scarpata adiacente al canale Villoresi.

Individuato il luogo, il 10 giugno scorso sono cominciate le operazioni di scavo con l’ausilio dell’equipe della dr.ssa Cristina Cattaneo e dell’archeologo forense dr. Dominic Salsarola che hanno
rinvenuto decine di reperti ossei, successivamente analizzati dalla Polizia Scientifica di Milano presso i laboratori di Roma. L’esito delle analisi ha confermato per il dna estratto una compatibilità
prossima al 100% con i genitori di D’Aleo Salvatore (e non dalla panoramica dei denti come scritto da alcune testate). Considerati i gravi indizi di colpevolezza ed il fondato pericolo di fuga, la Squadra Mobile ha arrestato Italiano il 5 luglio scorso e depositato una richiesta di misura cautelare nei confronti di Nicastro. Il provvedimento restrittivo è stato eseguito il 5 ottobre presso il carcere di Vigevano dove il boss era già detenuto.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 ottobre 2011
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.