Parah, la fabbrica antica dal cuore ecologico

Il famoso marchio ha la sua base nel vecchio edificio del cotonificio Bellora, ristrutturato senza snaturarlo. E ora si aggiungono anche i pannelli solari: 1346 metri d'impianto fotovoltaico che assicurerà il 65% del fabbisogno di energia

I muri hanno un secolo di vita, ma il cuore tecnologico è giovanissimo: a Gallarate la fabbrica e il quartier generale della Parah – noto produttore di costumi da bagno – stanno dentro nell’ex opificio della Bellora, un enorme cotonificio che però si è trasformato nel tempo, fino ad oggi, con l’inaugurazione di un sistema di pannelli fotovoltaici che garantisce più della metà del fabbisogno di energia dello stabilimento. «Siamo arrivati qui nel 1987, da una sede precedente che era, per l’epoca, modernissima: abbiamo sempre lavorato per mantenere la struttura dell’antica fabbrica» dice Gregori Piazzalunga, il presidente della Parah, azienda nata a livello famigliare e diventata brand notissimo. «Parah si impegna nell’utilizzo di risorse energetiche alternative con l’obiettivo di salvaguardare l’ambiente e il territorio senza influire comunque sulla produttività». L’impianto realizzato sui tetti dell’antico stabilimento rinnovato si estende su 1346 metri quadri, è formato da pannelli al silicio prodotti in Italia (in Brianza) da un’azienda belga e garantiranno una potenza di picco di 190, 08 kW. «Calcolando una media sui diversi periodi, l’impianto garantirà il 65% del fabbisogno energetico dell’azienda» spiega l’ingegner Stefano Garoni, che con la sua azienda (GCS-Ingegneria Elettrica Garoni, di base a Cairate) ha curato la progettazione della struttura, che usa anche per la conversione dell’energia prodotta due inverter di produzione italiana (nella foto, la sala inverter).

Energia made in Italy, dunque, anche se la vera fonte di energia è quella – naturale e pulita – del sole. "Una passione inesauribile per il sole" dice lo slogan, giocando sull’oggetto della produzione Parah (i costumi da bagno) e sul nuovo impianto fotovoltaico. Ma al di là delle nuove tecnologie, la fabbrica della Parah (ci lavorano circa 100 persone) conferma anche la possibilità di unire «archeologia industriale e nuove tecnologie e di dare spazi alle imprese senza bisogno di costruire nuovi capannoni». Lo dice l’attuale sindaco di Gallarate, Edoardo Guenzani, che negli anni Ottanta lavorò, da ingegnere, proprio al progetto di recupero della vecchia fabbrica Bellora. Oggi i muri dell’antico opificio ospitano ancora, a due passi dal cuore della città, realtà produttive importanti, dalla Parah alle piccole aziende artigiane, alle agenzie di comunicazione: la storia del lavoro qui trova continuità da un secolo all’altro, tra la fabbrica e le case del villaggio operaio. «L’intervento qui è sempre stato molto rispettoso, ha mantenuto le stesse caratteristiche senza forzare l’identità dell’edificio. I pannelli solari non sono neppure visibili dalla strada. Un esempio da portare all’intera città». E forse non solo a Gallarate, se si considera che troppo spesso, in tutta Italia, le vecchie fabbriche vengono abbattute e sostituite con anonimi capannoni nelle zone industriali.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 27 ottobre 2011
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