Ricordo di Gianpietro Galimberti, pittore e poeta

L'ex sindaco Vanetti e la poetessa Taroni Carraro ricordano l'artista e l'amico scomparso a 76 anni

Giovedì 29 Settembre, presso la chiesa parrocchiale San Lorenzo di Biandronno, si sono svolte le esequie di Gianpietro Galimberti, pittore, scrittore e poeta deceduto all’età di 76 anni.

Stante la latitanza o indifferenza delle autorità del paese, mi sento in dovere quale ex sindaco e attuale consigliere comunale di opposizione ma soprattutto da amico, di esprime il grande rammarico per la sua scomparsa. Galimberti era un artista schivo dall’intenso passato: da ragazzo conobbe gli orrori della guerra, la povertà e spesso raccontava di aver dovuto impegnare la catenina della madre per far sopravvivere la famiglia. Nei primi anni cinquanta, a sedici anni, iniziò a lavorare in una fonderia dove poté capire il valore morale del lavoro, non inteso come automa ed utile esclusivamente per il salario ma bensì come una dignitosa disciplina, parte integrante della vita. Assieme al pane del pranzo si nutriva di libri: letteratura e poesia unite al desiderio di migliorare le condizioni dell’esistenza umana, plasmarono per sempre il suo animo giovane. Ha scritto di quei giorni: “Noi giovani dove non potevamo fermarci – ragazzi insoluti e ignoti pionieri senza conforto – nel conquistare il volo della vita…” Frequentava persone ricche d’esperienze, tra cui scrittori, reduci di guerra, torturati, esiliati e sopravvissuti ai campi di concentramento. Tra loro si era stabilito una relazione culturale e umana importante, amici che, con il loro sapere, gli avevano scolpito l’anima. La domenica si recava con loro a Milano per ascoltare le conferenze di Vittorini, a bordo di un treno sbuffante che lasciava i volti anneriti , ma ben lucido il pensiero. Nei primi anni sessanta, si trasferì a Biandronno, lavorò alla Ignis come meccanico montatore. Il suo “trapianto” nel nostro paese dalla natia Cremona, non fu molto felice; troppo diversi i due modi di vivere: la convivialità estroversa, contadina e culturale della sua giovinezza si scontrava con la società un po’ chiusa, erede delle solitudini di genti costrette a emigrare per sopravvivere e delle dure attese di coloro che restavano ad aspettare il loro ritorno, uomini e donne di una terra più “difficile” da quella della sua provenienza. Varie traversie, prima di lavoro e poi di salute, lo colpirono gravemente e, come spesso accade agli artisti, le sue pene trovarono sbocco nella poesia e nella pittura. Liriche che colpiscono come un pugno nello stomaco, parole dure, crude, a volte violente esalate da una persona che ha molto sofferto, che ha visto traditi i suoi ideali giovanili da un’umanità che si è arresa all’indifferenza e alla superficialità. La sua rabbia interiore si riversava attraverso il linguaggio dei colori anche nei dipinti. Figure dolenti e paesaggi spogli, figli di quella ribollitura interiore che, se non espressa, rischiava di soffocarlo. Le sue opere furono esposte tempo fa in alcune mostre a Milano e nel frattempo, un’importante casa editrice pubblicò alcuni dei suoi libri.
Saremo veramente tutti più poveri senza di lui: la sua modestia, la cultura non esibita come un trofeo e il ricco bagaglio della sua memoria sono una perdita dolorosa per tutti coloro che credono nella cultura conquistata con sacrificio quotidiano.
Ci sentiamo di dire anche a nome chi lo ha conosciuto e apprezzato un: “Arrivederci, caro amico; non sappiamo sotto quale cielo e quali stelle ci potremo rivedere, nel frattempo Tu segna la via e ogni tanto lascia per traccia lampi di colore e parole di poesia”.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 02 ottobre 2011
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