Va in pensione il fisico Conte: una vita a “contenere” le radiazioni

Dopo 46 anni va in pensione, il primo novembre, Leopoldo Conte, responsabile dell'unità di fisica al Circolo. Con lui è nato e si è sviluppato il reparto che supporta i reparti radiologici

Il professor Leopoldo Conte, primario di fisica sanitaria all'ospedale di VareseSono gli ultimi giorni per Leopoldo Conte, primario di fisica sanitaria all’ospedale di Circolo che il primo novembre prossimo andrà in pensione. Il suo arrivo risale al 1965 quando ancora la sanità era gestita in modo totalmente diverso: l’ospedale aveva 1500 posti letto e i manager erano espressione della vita politica cittadina. Ne ha vissuti di cambiamenti: ha persino diretto la Ussl 3 di Varese città ai tempi di "Mani pulite": « Erano gli anni ’91 e ’92 – ricorda il professor Conte – in città c’era stato un gran movimento. Mi proposero l’esperienza manageriale e io accettai. Un po’ per curiosità, un po’ per spirito di servizio, mi misi "dall’altra parte". Fu un’esperienza complessa ma affascinante. A quel tempo, l’Ussl ( il predecessore dell’Asl ) aveva diversi servizi: dagli ambulatori, ai distretti, ai sert, all’ospedale Del Ponte. L’impegno fu davvero piacevole e qualche appunto di quei giorni, l’ho dato all’attuale dg Bergamaschi di cui condivido la formazione universitaria».

Ma come ci arrivò un neo laureato di fisica in un ospedale?
«Nel 1964 si svolse un covegno che mise in luce la necessità di sviluppare un filone fisico sanitario. Arrivai nel 1965 su indicazione del mio docente Aldo Perussia, un vero luminare, che avviò una collaborazione tra l’ospedale varesino e la facoltà fisica dell’Università di Milano per un centro di Medicina Nucleare, divenuto un centro di riferimento nazionale».

Ma, esattamente, cosa fa un fisico in corsia?
« Noi siamo chiamati a collaborare con i reparti dove si usa la tecnologia. Dalla medicina nucleare ci allargammo alla radiologia e alla radioterapia. Questi sono macchinari che utilizzano radiazioni per scopi diagnostici e terapeutici. Noi dobbiamo garantire la qualità della prestazione e limitare i danni attraverso la "dosimetria"

Danni? parliamo dei rischi insiti negli esami radiologici?
Certo. Facciamo l’esempio della mammografia. Oggi si fa lo screening mammografico come prevenzione. Sulla bilancia dobbiamo mettere i grandi benefici della diagnosi precoce con l’irradiazione di persone sane. Come giustificare questo bombardamento? Lo si può fare se si perfeziona sempre più la tecnologia, se si diminuiscono le radiazioni e i tempi di un esame, mantenendo la garanzia dell’immagine perfetta che dà le risposte che cerchiamo. Così, si abbassa il rischio e si alza la soglia di ricerca.

Oggi, com’è composta la sua squadra?
Ho visto crescere attorno a me tanti validi professionisti. Oggi lavoramo nei reparti che utilizzano la tecnologia. A Varese ma anche nel Verbano o a Cuasso. Siamo sempre a disposizione dove ci sono macchinari radiologici. Siamo lì a controllare i livelli e a perfezionarli. Ho nove collaboratori che hanno sviluppato una professinalità che va oltre la formazione che ho dato loro. Ci sono anche tanti studenti dottorandi in fisica che rimangono a collaborare con noi per lavori di ricerca.

Non le mancherà tutto quello che lei ha costruito?
Certamente è un lavoro che ti coinvolge e appassiona. Ma so che la squadra saprà cavarsela benissimo. Io, d’altra parte, saltuariamente verrò ancora per finire dei lavori in sospeso. Ho ancora i corsi all’Università da portare a termine. Per il resto potrò finalmente fare lunghe passeggiate in questa bellissima provincia e dedicarmi alla lettura.

E quella "stecca da biliardo" ancora incartata?
Me l’hanno regalata i miei "ragazzi". Un tempo ci permettevamo alcune uscite per distrarci con una partita di biliardo. Ma poi quella bella abitudine si è persa. Il tempo è sempre più tiranno…. Magari riuscirò a rilanciare qualche "distrazione" ma so che è quasi impossibile con i ritmi odierni…

Un rimpianto?
Veramente no. Beh, ecco, quando io ho iniziato c’era un rapporto più intenso tra l’ospedale e i suoi cittadini. Anche i medici erano un po’ più "umani". Non mi fraitenda, voglio dire che allora c’era molta meno tecnologia, si andava a fiuto e questo ti costringeva a un rapporto più profondo con il paziente. Indubbiamente oggi,  la medicina è più precisa e professionale.

Lascia il suo incarico mentre c’è un direttore che ha la sua stessa formazione: lo ha sentito vicino?
Si si, siamo sulla stessa lunghezza d’onda. La nostra formazione ci ha avvicinato parecchio

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 ottobre 2011
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