Federica Mancini, una varesina al Louvre

Fin da ragazzina sognava di diventare una curatrice di mostre nel museo più famoso del mondo e oggi ha realizzato il suo obiettivo. Ecco come ci è riuscita

La sera torna a casa, dopo aver passato la giornata di lavoro tra la Gioconda e la Vergine delle rocce. Federica Mancini è una dei giovani italiani che guidano il Louvre. Il Corriere della sera li ha ritratti la settimana scorsa in una bella fotografia sul piazzale del museo più famoso del mondo (è la numero 2). Federica ha 36 anni e viene da Varese. Da via Marzorati, per la precisione.

Che ruolo hai al Louvre?
«Lavoro nel dipartimento di arti grafiche, è uno forse dei meno conosciuti ma con più opere in assoluto».

Due mostre che hai curato
«La mostra sui disegno di Luca Cambiaso e ho curato quella di Claude Lorrain, pittore seicentesco».

Come sei arrivata nell’olimpo della cultura europea?
«Ho fatto il liceo linguistico Bentivoglio a Tradate, una scuola privata perché all’epoca non c’era un linguistico pubblico. C’era solo un’ora alla settimana di storia dell’arte, ma decisi che volevo studiare beni culturali. Mi iscrissi alla cattolica a Milano, a lettere, con indirizzo storia dell’arte. Dopo la laurea iniziai con delle collaborazioni con l’università. Facevo anche la guida turistica a Milano. Presi il patentino ma per non pagare la partita iva non potevo guadagnare più di sette milioni di lire».

E poi?
«Un giorno mangiavo in piedi all’università – ero sempre di fretta – e  vidi un annuncio per un corso della comunità europea che proponeva due posti al Louvre. Ci vedevo già scritto sopra il mio nome. Lavorare in quel museo era il mio sogno fin da ragazzina. Mi sono buttata. Il bando era aperto ai laureati in lettere e lingue, ed era per il dipartimento di arti grafiche».

Fu difficile la selezione?
«Sì, avevo studiato francese ma era la terza lingua a scuola. Il professore me ne disse di tutti i colori ma dovevo provarci. Per due mesi andai a chieder informazioni, ma non si sapevano i risultati. All’ufficio relazioni internazionali mi dissero che forse non mi avevano preso. E invece poi mi arrivò la comunicazione tanto attesa».

Ti hanno assunto subito?
«No, ho iniziato con alcune borse lavoro, poi ho avuto i primi contratti a tempo. Nel 2001 rientrai in Italia per problemi personali, poi finìì in Australia, e infine sono ritornata».

Rispetto all’Italia, sei una precaria della cultura?
«Non proprio, i miei contratti sono stati sempre più lunghi. L’ultimo è di tre anni, ma alla prossima scadenza ci sarà la stabilizzazione. Anche in Francia c’è la crisi, ma si tenta di preservare la qualità scientifica ».

Ti consideri un cervello in fuga?
«No, io ho solo seguito un sogno, fin da quando avevo 17 anni, e alla fine l’ho realizzato».

In Italia la situazione della cultura non è messa molto bene.
«Lo so, non so se riuscirei a tornare in Italia oggi. Vengo a Varese ogni tre mesi, ma per il resto la Francia è un posto dove si lavora bene. Non guadagno tantissimi soldi al Louvre, ma la professionalità è riconosciuta. Anche se scrivi un saggio di storia dell’arte si ragiona sempre sul compenso, perché il lavoro va riconosciuto, me l’hanno insegnato i francesi. In Italia ti trattano bene finchè lavori gratis. Quando chiedi un compenso e cose cambiano».

E la vita com’è?
«C’è ad esempio molta tutela per la maternità e i figli. La vita è più semplice perché i servizi funzionano. Per ogni problema, hai sempre qualcuno che ti risponde dall’altra parte del telefono».

Quali sono le cose che ami di più nel tuo museo?
«Il martedì il Louvre è chiuso, e io spesso vado nella grande sala dove c’è “La zattera della medusa" di Gericault, il mio quadro preferito. Quando sto lì seduta, da sola, penso davvero che è tutto ok. Anche quando la mattina vedo la fila davanti alla piramide, mi dà il senso che va tutto per il verso giusto».

Dai un consiglio a un ragazzo che vorrebbe fare una carriera come la tua
«Non sfiduciarsi mai. Essere umili e determinati. E poi consiglio un libro, di Tommaso Montanari. Si chiama “A che cosa serve Michelangelo?” e mi ha molto ispirato in questi anni».

Forse bisognerebbe anche avere tutto il tuo entusiasmo…
«Perché si vede così tanto? Beh sì, sono un’entusiasta per natura».
 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 28 febbraio 2012
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