I bei sogni di Gramellini

Il vicedirettore de La Stampa ha pubblicato il suo secondo romanzo. È una autobiografia e racconta la sua vita dal momento della scomparsa di sua mamma quando aveva solo nove anni

Di fronte alla morte della propria mamma un bambino di nove anni non trova risposte. Gli resta il dubbio che lei non lo abbia amato abbastanza. E così la sua vita, per quarant’anni guarda a quei giorni, a quei momenti, in cui lei se n’è andata.

Con grande coraggio, in Fai bei sogni, Massimo Gramellini racconta la sua storia personale. Rende pubblico il suo cammino con tutta la sofferenza e le emozioni che hanno contraddistinto la sua vita.
“La morte precoce di una madre rimane un’ingiustizia inconcepibile. Ci salva la consapevolezza che questa vita sia solo un corso di addestramento. Da affrontare con il sorriso sulle labbra, se si può. Ma la vera goduria deve essere altrove”.
Quel bambino resta solo. Non basta l’impegno di un padre che sembra sbagliare ogni mossa, a partire dall’isolamento in cui confina suo figlio.
Massimo cresce, ma dentro di sé resta quel vuoto lasciato dalla mamma, e per scacciarlo si costruisce una sorta di corazza in cui l’Io, Belfagor, come lo chiama l’autore, comanda e sistema tutto. Impedisce a quel bambino, poi ragazzo e infine uomo di fare i bei sogni. Non c’è posto per il cinismo, ma nemmeno per loro. L’ironia aiuta, ma resta quel male di vivere sempre presente senza capirne il perché.
“Succede a noi che ospitiamo Belfagor nello stomaco. Pur di non fare i conti con la realtà preferiamo convivere con la finzione, spacciando per autentiche le ricostruzioni ritoccate i distorte su cui basiamo la nostra visione del mondo”.
 
I segnali che le cose stiano in modo molto diverso da come ha sempre saputo ci sono tutti.
“Il dolore – scrive Gramellini – apre squarci che consentono di guardarsi dentro. Ma io continuavo a guardare dalla parte sbagliata”.
Lui, nel mezzo di una forte crescita professionale, era rimasto scosso dall’esperienza di un mese in Bosnia, in una Sarajevo massacrata e dilaniata da una guerra dove sembrata scomparsa ogni umanità. Ma Belfagor sapeva rimettere tutto al suo posto, e così dopo poche settimane dal rientro a Roma tutto era tornato come prima.
Per chi conosce Gramellini per la sua attività giornalistica questo libro segnerà una vera svolta. Il coraggio di raccontare in modo sincero la propria intimità, la propria fragilità e soprattutto il continuo dissidio tra intelletto e psiche, tra emozioni e razionalità permette di capire una parte del perché quest’uomo ha così tanta sensibilità.
La risposta è nell’amore, e Massimo fino all’incontro con Elisa, la sua compagna, faceva fatica a camminare lungo quei sentieri. “Scoprivo che l’amore poteva essere un bastone a cui appoggiarsi, ma rimaneva anzitutto una spada per conquistare una nuova consapevolezza delle proprie potenzialità. Per anni lo avevo vissuto come un acquisto, mentre era la cessione di qualcosa a un’altra persona”.
È lei che, conoscendo tutta la storia di Massimo, e vedendo quanta sofferenza vivesse, un giorno gli lascia un biglietto molto chiaro. “Pensa in ogni momento che tua mamma vive e ti insegna a vivere. È sempre stata con te e si rammarica che tu non creda nell’amore totale. Salutala quando ti svegli e parlale sempre di tutto. Lei sa che cos’è l’amore. Ringraziala per il bene che ti vuole e sforzati di non dar retta al tuo scetticismo. Immagina di buttarlo in un cestino”.
Massimo però non ce la fa e, appena prova a guardarsi dentro più in profondità, Belfagor torna protagonista. Sarà la scrittura a “salvarlo” e nel suo racconto questo appare con chiarezza proprio alla fine del “viaggio”.
“L’intuizione ci rivela di continuo chi siamo. Ma restiamo insensibili alla voce degli dei, coprendola con il ticchettio dei pensieri e il frastuono delle emozioni. Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere. Completamente vivi”.
Un gran bel libro.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 15 marzo 2012
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