Bonomi: “La metamorfosi è l’unica salvezza per le imprese “

Uno scrittore di successo (ed ex imprenditore), Edoardo Nesi, e un sociologo di rango, Aldo Bonomi, hanno discusso del tema della globalizzazione e dell'impatto sul nostro sistema industriale. L'incontro è stato organizzato dalla Camera di Commercio

La crisi e le ricette per uscirne, la globalizzazione e l’innovazione imprenditoriale. Di questi argomenti hanno discusso al Centro Congressi Ville Ponti Edoardo Nesi, ex imprenditore di Prato e scrittore, e Aldo Bonomi, sociologo ed editorialista, fondatore del Consorzio Aaster, durante un incontro organizzato dalla Camera di Commercio di Varese, e moderato da Luca Orlando, inviato del "Sole 24 Ore". Nesi (autore del libro “Storie della mia gente”, vincitore del premio Strega 2011) è stato costretto dalla crisi a cambiare lavoro, a diventare scrittore, e ha una visione negativa della globalizzazione sono viziato dal pregiudizio di un’industria italiana»). Bonomi, invece, vede in tale fenomeno un motivo di crescita e di arricchimento per i territori, che si trovano a dover affrontare sfide nuove.
Partendo da questo quesito di base: cosa c’è di male nel fatto che oggi nuovi paesi emergenti vogliano farsi spazio nel mondo? Secondo Nesi, nulla. Ma aggiunge: «Cominciamo a vedere se nella globalizzazione esiste omogeneità. Spesso mi chiedo se chi ha governato la politica e l’economia nel nostro paese negli ultimi 40 anni abbia qualche responsabilità nell’averlo lasciato in queste condizioni. Sono stato in Ferrari e ho scoperto che i prodotti non sono mai uguali, si adattano alle esigenze dei clienti: questa é una raffinatezza che caratterizza il nostro paese. Ma purtroppo sono situazioni di eccellenza limitate». Il problema, secondo lo scrittore di Prato, è l’industria italiana, che non sa e non riesce a vendersi, o lo fa molto male (In Italia nel 2011 sono stati depositati 60.000 brevetti. Di questi, 50.000 sono marchi e soltanto 9.000 sono invenzioni): «Ho visto tante possibilità nel mio paese, ma mai nessuno che fosse in grado di coglierle».
Ci si rende conto che all’impresa italiana manca qualcosa: troppe volte le piccole imprese si lanciano nel mare della globalizzazione e annegano. Dove sbagliano? Aldo Bonomi riduce questa mancanza a una sola parola: metamorfosi. «Non siamo stati in grado di capire e mettere in atto una metamorfosi che è iniziata durante la globalizzazione, e saremo costretti a praticarla durante la crisi». Il sociologo afferma che questa non è una crisi di attraversamento, non è soft, è hard, e induce alla metamorfosi dei sistemi economici e anche di quelli politici. «È questa la causa della morte della nostra impresa -aggiunge- e il problema di tante comunità locali, come Prato, è che non hanno saputo fare metamorfosi mentre il mondo gli entrava dentro».
E dalla trasformazione bisogna ripartire, trovando così le risorse per uscire da quello che alcuni definiscono “capitalismo avariato”, e le risposte alle obiezioni di chi si chiede perché dovrebbe pagare un debito che non gli appartiene e di chi, dalle piazze di Occupy Wall Street, cerca di trovare soluzioni serie della crisi.
«L’ideologia della “morfina tecnocratica” -conclude- va abbandonata: non possiamo stare tranquilli, non tornerà tutto come prima solo con qualche aggiustamento, con qualche liberalizzazione. Il destino del tessuto imprenditoriale deve cambiare sulla base di concetti di limiti e di ambiente. Solo con migliori politiche industriali e iniezioni di liquidità nell’economia vera potremo avere risorse per un nuovo settore manufatturiero che si concili con un mix di startup innovative, fatte anche da giovani che non saranno più costretti ad abbandonare il nostro paese».
E a proposito di innovazione, Nesi si riallaccia al discorso parlando dei suoi figli e dei loro studi classici: la formazione al lavoro di domani prevede ancora il latino?
«Nessuno può sapere come sarà il lavoro tra 10 anni, perché la rapidità del cambiamento è più veloce del cambiamento stesso. I miei figli fanno il liceo classico perché così possono avere a disposizione la più elevata delle culture, gli strumenti migliori per pensare alle idee». La sua visione è questa: le idee valgono più della materia. I titoli di Facebook e le piattaforme come Twitter valgono molto di più dei prodotti dell’industria tessile, che in Italia non è rinnovata da più di 30 anni, e per questo siamo superati dalla concorrenza.
«Lo dico spesso -conclude-: un manufatto è imitabile; un nuovo concetto, le vostre idee, valgono l’originalità».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 05 aprile 2012
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