Come si può parlare di una morte beata?

L'omelia pasquale del cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano

 1. «Questo è il giorno che ha fatto il Signore; rallegriamoci e in esso esultiamo» (Sal 117): così, col ritornello del Salmo responsoriale, la Chiesa nostra Madre ci ha invitato alla gioia. Perché? Ce lo dirà con forza ineguagliabile un passaggio sconvolgente e paradossale del Prefazio: «beata mors, quae nodos mortis exsolvit», beata, cioè eternamente felice -la beatitudine, infatti, dice la felicità eterna, quella che non passerà più-, la morte [del nostro Redentore] perché ha sciolto per sempre i lacci della morte.

Come si può parlare di una morte beata? Da dove viene alla Chiesa, e quindi a ciascuno di noi, la certezza circa una tale possibilità? Come mai, dopo il giorno di Pasqua, i discepoli poterono ritornare sui tragici eventi del Venerdì Santo e scoprire in essi quanto annunciato dalle Scritture? Forse siamo così distratti dall’abitudine che non ci rendiamo conto della assoluta singolarità dell’avvenimento della Risurrezione, di come ogni cosa dipenda dalla verità del suo annuncio.
 
2. Per poter rispondere alle domande poste è necessario contemplare quanto accadde ai discepoli «nei quaranta giorni» dopo la Pasqua (cf. Lettura, At 1,3). Le letture bibliche appena ascoltate. mettono in evidenza la reale presenza di Gesù risorto dopo la morte, testimoniata in modo autorevole da coloro che l’hanno visto e incontrato. Le apparizioni del Crocifisso Risorto sono la porta di accesso alla sconvolgente novità della Pasqua.
È questo l’annuncio esplicito di Paolo: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (Epistola, 1Cor 15,3-5). Paolo si considera apostolo in forza della medesima esperienza che egli condivide con gli altri apostoli: aver incontrato Gesù risorto vivo. In effetti è questa l’esperienza fondante e probante la verità dell’annuncio cristiano: l’evento è la morte redentrice di Gesù, certificata nel suo significato di salvezza dalla risurrezione. Lo mostrano le Scritture lette alla luce del fatto accertato delle apparizioni.
 
3. Anche l’inizio degli Atti degli Apostoli ci racconta di questo singolare momento in cui Gesù «si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove» (Lettura, At 1,3).
Che cosa fa il Signore Risorto dandosi a vedere dai Suoi? Li introduce nel rapporto nuovo inaugurato appunto dalla Sua Risurrezione. Infatti, «durante quaranta giorni» (Lettura, At 1,3) – il numero biblico indica sempre un tempo propedeutico: alla alleanza dopo il diluvio; alla rivelazione di Dio sul Sinai per Mosè, all’entrata nella Terra Promessa per il popolo, al ministero pubblico per Gesù, ecc. – il Risorto si accompagna a loro perché possano accertare la verità della nuova vita di Gesù e abituarsi, quindi, alla nuova modalità della Sua presenza; Gesù, inoltre, li istruisce sulle cose riguardanti il Regno di Dio, perché possano re-imparare alla luce della Risurrezione quello che avevano già da Lui ascoltato; il Risorto, infine, li prepara ad attendere il dono dello Spirito – «tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo» (Lettura, At 1,5) – che consente a tutti coloro che lo seguiranno di «aver parte» diretta con Lui. 
Questi tre elementi – la novità della presenza del Risorto, la comprensione del disegno salvifico del Padre e il dono dello Spirito – descrivono l’esperienza del nuovo rapporto con Gesù. Non solo di quella dei primi, ma anche della nostra. 
Chiediamoci: si può ancora sostenere che una simile forma di esperienza, l’esperienza cristiana, sia ragionevole? La sua rivendicazione della verità poggia su solide basi? Pensiamo, ad esempio, alla obiezione di quanti, a partire dalle strabilianti scoperte della scienza, sostengono che tutto è solo Natura (“naturalismo biologico”). Ebbene noi possiamo, come credenti, accettare tutti i risultati comprovati delle scienze naturali – sottolineo tutti i risultati, non tutte le loro interpretazioni e non ogni loro uso – integrandoli con l’esistenza di un Dio Creatore e Redentore dell’universo. Non sono pochi gli scienziati credenti a testimoniarlo.
Qualcuno di loro ha coniato l’espressione “naturalismo teista” (Peacokce). L’esperienza cristiana è ragionevole anche per il sofisticato uomo del terzo millennio.
 
4. Il racconto evangelico approfondisce poi la natura dell’esperienza cristiana a partire dal rapporto con il Crocifisso Risorto, vivo in mezzo a noi.
Maria di Magdala è la prima a cui il Risorto si manifesta. Il fatto, del tutto sorprendente – ci si aspetterebbe che apparisse prima agli apostoli – è la registrazione di quello che davvero è avvenuto (nessun “falsificatore” avrebbe fatto una scelta così clamorosamente “scorretta”). 
Con grande delicatezza ci viene indicato che il riconoscimento di Gesù Risorto è primariamente una questione di conoscenza amorosa. «Donna, perché piangi? Chi cerchi? (…) Signore se l’hai portato via tu… Maria!… Maestro» (Vangelo, Gv 20,15-16). 
L’identificazione del Risorto chiede, tuttavia, a Maria un cambiamento: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli» (Vangelo, Gv 20,17). Non si può riconoscere il Risorto senza cambiare. Ecco perché, come ci ha ricordato il Santo Padre nell’omelia della Messa Crismale, «resta chiaro che la conformazione a Cristo» – che esige cambiamento personale e comunitario – «è il presupposto e la base di ogni rinnovamento» nella Chiesa, dell’autentica missione. 
Le apparizioni di Gesù, a cominciare da quelle a Maria di Magdala, hanno lo scopo di abituare i discepoli alla sua nuova condizione divino-umana. Essa è riconoscibile nella Chiesa, sacramento universale di salvezza (cfr. LG 48) a partire dalla tracce del Risorto nella vita della comunità cristiana. Ne sono frutti: il perdono, la pace, la letizia, la carità – «per l’oppressione del misero ed il gemito del povero… Io risorgerò» (ci ha fatto pregare la Chiesa nel Sabato Santo) (Ufficio delle Letture, Ant. 5)» -, la missione fino alla consegna della propria vita nel martirio.
Così il Risorto si dà a vedere perché al riconoscimento segua il lieto annuncio che la vita nuova è accessibile a tutti gli uomini e le donne di tutti i tempi. Le apparizioni del Risorto hanno come scopo di testimoniare la verità della risurrezione del Salvatore. Infatti, Maria rende testimonianza dicendo: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18).
 
5. Veramente oggi con la liturgia ambrosiana possiamo esclamare: «O mysterium gratia plenum, O ineffabile divini muneris sacramentum, O sollemnitatum omnium honoranda sollemnitas» O mistero ricco di grazia, O ineffabile sacramento del dono divino. O festa che dà origine a tutte le feste (Prefazio). Poiché oggi è il giorno della liberazione, il giorno in cui la morte beata del Signore ci ha donato per sempre la grazia della libertà.
La libertà, infatti, è lo splendore della Pasqua che brilla sul volto degli uomini che Lo riconoscono. Ormai niente più, neanche il rumore sordo della morte che accompagna quotidianamente la nostra esistenza, può farci schiavi. Siamo stati acquistati a caro prezzo: il sangue dell’Agnello immolato, dell’Autore della vita. Noi uomini e donne del nostro tempo siamo così assetati di libertà! Al di là di tutte le contraddizioni e fragilità di noi cristiani, la Chiesa, comunità di redenti generata dalla Pasqua, è veramente la dimora della libertà, perché attraverso la testimonianza dei cristiani è possibile scoprire che «Dio – come ha scritto von Balthasar – non è una fortezza rinchiusa che noi con le nostre macchine da guerra (ascesi, introspezione mistica, ecc.) dobbiamo espugnare, è invece una casa piena di porte aperte, attraverso le quali noi siamo invitati ad entrare». 
Buona Pasqua di risurrezione!

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 aprile 2012
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