Formigoni alla moglie di Simone: “Nessun festino, solo vacanze”

Il presidente della Lombardia risponde su Tempi.it alla lettera di Carla Vites: «Che cosa si deve giudicare: le mie camicie o i miei atti di governo?»

Dopo più di ventiquattro ore di silenzio, Roberto Formigoni risponde a Carla Vites. La donna, moglie di Antonio Simone, esponente di CL ed ex assessore alla Sanità negli anni Novanta ora in carcere a San Vittore, aveva spedito ieri una lettera al Corriere che ha fatto molto scalpore
Il presdiente risponde con una lunga lettera al giornale Tempi.

Cari amici,
nessuno come questo giornale ha trovato le giuste parole per definire la montagna di diffamazioni che si stanno riversando sulla mia persona, il mio ufficio di rappresentante del popolo lombardo, i miei amici del movimento di Comunione e Liberazione.
Non ho niente da rimproverare ai magistrati, chiedo soltanto di fare bene e presto il loro mestiere.
La carcerazione preventiva quando è ingiustificata e i processi mass mediatici sono una barbarie italiana, da cui non riusciamo a liberarci, tant’è che, diversamente da quello che è successo molte volte nei tribunali, nei processi mass mediatici non ci sono mai innocenti: sono sempre tutti colpevoli, difetti e debolezze sono sempre reati.
Oltre ad annunciare agli amici e lettori di Tempi che il mio avvocato sta per depositare una serie di querele per diffamazione, colgo l’occasione per dirvi cosa c’è di reale in tutta la montagna di fango che mi è stata riversata addosso e che, cara Carla Vites, dovrebbe a tuo avviso provocare a Cl “un sussulto di gelosia per la propria identità”.

C’eri talvolta anche tu, in quelle vacanze al mare, in quelle cene e lo sai e l’hai anche detto tra le righe dei tuoi sfoghi alla stampa.
Nessun festino, nessuna occasione per tramare ai danni di chicchessia, nessuna riunione di affari.
Mi rimproveri di essere stato trascinato mio malgrado in vacanze spendaccione, nel lusso e nello sfarzo.
Scusate, plotone di esecuzione della stampa politicamente avversaria, non è un reato. Le spese delle carte di credito di Daccò sono elevate perché si riferiscono a conti collettivi. E se ci sono biglietti aerei e una settimana di vacanza alle Antille con cifre importanti, scusate tanto, non sono Brad Pitt ma me le posso pagare, me le sono pagate col mio stipendio.

Le ricevute dei rimborsi delle spese anticipate da Daccò? Non le ho tenute, le ho buttate; scusate, è un reato?
Scusate, esiste una legge che fa obbligo di tenere gli scontrini dei viaggi se questi viaggi non sono per lavoro, non vengono scaricati sulla Regione e, giustamente, rientrano negli affari del privato cittadino?
Carla, l’hai confessato tu, pur nella tua rabbia furibonda nei miei riguardi: niente stupidaggini lussuriose, niente combutte alle spalle del cittadino contribuente. Cara Carla, perché a scatenare la tua ira è bastata quella fotografia del Governatore “mollemente adagiato su un letto megagalattico del salone del Mobile”?
Faccio un brutto mestiere, lo sai, un po’ come il chirurgo che deve entrare in sala operatoria e andare avanti a operare anche la mattina in cui avesse saputo che un amico ha perso il lavoro, ha avuto un lutto o, come mi hai severamente richiamato tu, è stato arrestato.
Ti assicuro, quella foto al Salone del Mobile rende ragione al dovere che io ho, specie in questo frangente in cui le fabbriche chiudono e la disoccupazione brucia la vita di tante, troppe persone, di dare supporto, partecipazione e, diciamolo, anche immagine all’Italia che tira la carretta, che cerca di ripartire, che lotta per ricreare posti di lavoro.

E’ un delitto, secondo te, secondo voi, amici, che un Governatore accetti di farsi riprendere positivo e sorridente a simbolico sostegno in un salone dove si espone e si cerca di promuovere il lavoro delle nostre imprese in un momento in cui le imprese sono in crisi, l’esportazione langue e gli imprenditori suicidi non si contano più?
E’ un delitto che un Governatore accetti di mettersi in posa, anche per fotografie che sulle prime possono apparire ridicole, ma che servono a promuovere il lavoro dei nostri imprenditori, operai, la nostra gente che oggi fa fatica a produrre e a mantenere le fabbriche aperte?

Lo so che in un’altra dimensione, quella personale e prossima della nostra vita, la vicenda di Simone è importante almeno quanto il mio dovere istituzionale. E dunque, se anche nel mio tentativo di questi giorni – di fronte ad un bombardamento di domande in diretta con la redazione del Corriere della Sera e altrove – di difendere il buon operato e il buon nome della Regione Lombardia, trovi qualcosa di superficiale e affettato, mi scuso con te e con tutti gli amici.

E’ vero, Simone è mio grande amico da 40 anni. Come mio amico da meno tempo – è Piero Daccò, sia pure, e su questo Piero so che ne converrà, in una dimensione che non è, non può essere quella con chi, come Antonio, ha condotto le battaglie umane, politiche e culturali di una vita.
Non ti voglio Carla, non vi voglio amici, star qui ad annoiare con la rievocazione degli anni Settanta, quando con Antonio si resisteva in università contro quelli che ci sprangavano (e guarda caso oggi sono qui a darci lezioni di buona educazione civica). Né rievocare i primi passi in politica, quando Antonio entrava in Consiglio regionale in Lombardia sostenuto dall’entusiasmo di decine di migliaia di compagni di università, ciellini e non. Quando io stesso, entravo al parlamento di Strasburgo con quasi mezzo milione di preferenze, evidentemente di popolo e non soltanto della gente del movimento.

E’ così, a un certo punto le nostre strade si sono divise perché Antonio fu spazzato via ingiustamente e ingiustamente recluso da inchieste che poi lo dichiararono innocente. Io salivo ai vertici della Regione Lombardia e ci sono rimasto in questi quasi vent’anni, non perché sono stato attaccato alla poltrona o a un ruolo, ma perché così, liberamente e democraticamente, la volontà popolare espressa a larghissima maggioranza degli elettori lombardi ha voluto che fosse.
In questi anni Antonio ha lavorato soprattutto all’estero e, come hai raccontato tu, ci si è incontrati talvolta durante le vacanze o a tavola, in quel posto dove ogni persona umana ritrova la convivialità.
Può qualcuno dire che in questa amicizia Antonio abbia approfittato, nella professione che poi ha svolto all’estero e nelle società che ha condotto con Piero, della mia posizione di potere?
Qualcuno lo ha detto, certi giornali scrivono che se uno fa il Governatore e i suoi amici si occupano anche di sanità, certo ci sarà del losco tra loro. Affarismo e familismo amorale, scrivono. Ebbene, la pensino come vogliono: se si trovasse quel che non c’è, e cioè che sono stato corrotto, con soldi o quant’altro; se si documentasse con una sentenza, non con le illazioni e le sole ipotesi d’accusa, che io ho fatto una sola cosa di ciò che mi addebitano aver fatto per distrarre uffici e denaro pubblico solo per fare un favore ad amici incapaci e incompetenti, ne pagherò tutte le conseguenze del caso.

Ma c’è un’altra e non meno importante dimensione della realtà, mia personale ma, soprattutto, sociale, comunitaria, civile, a cui devo anche qui ritornare e accennare, rimandando evidentemente altrove, in sede politica e di giudizio popolare, tutta questa vicenda. E la vicenda è questa regione italiana che, con tutti i nostri limiti e, mi auguro, la perfettibilità che noi o altri dopo di noi realizzeranno è sotto tutti i profili una delle regioni, se non la regione come suggeriscono i dati complessivi, meglio amministrata in Italia.
Non voglio qui rinnovare l’elenco di quanto abbiamo fatto e volto in vento favorevole alla costruzione di più solidarietà, più uguaglianza, più progresso per i cittadini lombardi.
Però non voglio neppure sminuirla.

Guardate i saldi positivi e gli encomi internazionali della nostra sanità. Analizzate l’immenso sforzo profuso dagli amministratori di questa parte d’Italia per dare al proprio popolo libertà di scelta, di educazione e di cura, servizi più che decenti, costi contenuti dell’amministrazione, battaglie per il lavoro.
Ecco, cercate di analizzare punto per punto quanto è stato fatto dalla regione Lombardia in questi diciassette anni e provate a domandarvi se, in tutta onestà, non dovremmo andare più che orgogliosi, ripeto, dentro tutti i nostri limiti e perfettibilità, di quel pezzo di civiltà e di promozione umana e civile che abbiamo realizzato dentro uno stato che non raramente ci ha remato e ci rema contro, impedendoci la libertà di agire in comparti decisivi della società, sottraendoci risorse che in tante altre regioni sono invece state elargite a larghe mani, impedendoci di reinvestire in Lombardia il frutto dei sacrifici e del lavoro dei cittadini lombardi.
Esaminate con quanta generosità, come anche è stato ricordato su questo giornale, la Lombardia si è messa a disposizione e ha offerto una concretissima solidarietà alle regioni italiane più disagiate: ha fatto più la Lombardia, in termini di risorse e fondi attivati per il sud, che tutte le altre regioni d’Italia messe insieme.
Ripeto, non voglio qui ribadire quello che ogni cittadino informato e osservatore onesto sa e, spesso, troppo spesso, viene dimenticato o escluso dai riflettori per ragioni che ovviamente posso immaginare e che fanno riferimento alla barbarie con cui è condotta la lotta politica in questo paese.

Sfido i presunti puri che credono di sapere e promettere di fare meglio della Lombardia, a offrire ai propri occhi e a quelli dei loro eventuali seguaci, la radiografia scientifica di quanto è stato fatto in questi miei diciassette anni di governo di questa Regione.
Sfido a pubblicare i dati degli organismi indipendenti. I dati delle authority italiane e delle istituzioni internazionali al riguardo della Lombardia.
Sfido chiunque a comparare questi dati con la situazione del resto dell’Italia e a contestare la nostra eccellenza.
Sono a volte caduto e cado in qualche eccesso di narcisismo o di personalismo? E’ così. E allora?

C’entra qualcosa il mio personale modo di atteggiarmi, i miei limiti personali, i miei gusti o non gusti, con l’oggetto proprio della valutazione di un buono o cattivo amministratore?
Che cosa si deve giudicare: le mie camicie o i miei atti di governo?
Le mie giacche o le mie leggi?
I miei limiti di uomo o la mia concreta attività al servizio dei cittadini e il fatto che abbiamo reso questa Regione la più avanzata, moderna, efficiente in Italia?

Non vi fate accecare dal buono o cattivo gusto delle mie cravatte sgargianti, o dall’antipatia, o simpatia che un Presidente della Lombardia il cui temperamento e carattere può destare sentimenti quali che siano.
Giudicatemi sui fatti, soltanto sui fatti di quanto è stato realizzato in questa nostra terra lombarda.

E non soltanto da Formigoni, ma da una compagine di governo, dal Pdl alla Lega che, con tutti i difetti e i problemi giudiziari che adesso hanno alcuni dei suoi uomini, è lì, squadernata, osservabile, valutabile serenamente e spassionatamente da tutti coloro che sono realmente interessati a giudicare le cose per quelle che sono e non per quelle che vengono oggi rappresentate distorcendo, mistificando, cancellando i dati elementari della Lombardia motore economico, civile e di regione rinomata in tutto il mondo.
Naturalmente i tanti e vistosi risultati conseguiti sono anche frutto di uno straordinario coinvolgimento e collaborazione di migliaia di dirigenti e funzionari della Regione e del sistema regionale.

E riflettete serenamente sul perché, per quattro volte di seguito, il popolo lombardo ci ha riportato sugli scudi al governo di questa grande, grandissima regione. Non sono inebriato dal successo.
Non sono avido di chissà quale altro potere.
Non ho fatto il Governatore per andare a Roma e preparare chissà quali altri trampolini di lancio.
Sono qui, al mio posto e alle mie responsabilità da quasi vent’anni, a sessantacinque anni.
Cosa credete che mi preoccupi alla mia età e dopo questa lunga cavalcata al servizio della gente?

Dice un salmo biblico, «gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, passano presto e noi ci dileguiamo». Non coltivo deliri di onnipotenza o di immortalità. Conto soltanto di aver servito il mio popolo con la coscienza di un incontro, di una educazione, di un affetto per Cristo, dentro l’umiliazione di tutti i miei tanti e tanti peccati.
Non sono un uomo perfetto, non sono un uomo sempre all’altezza dei miei amici e degli insegnamenti che ho ricevuto. Mi perdonerete, ma non direte mai che non è vero.

E così, debbo anche dirvi, che alla modesta menzogna di chi scrive e dice che nella sanità come nel mondo dell’impresa generica io avrei favorito i miei amici, rispondo: andate e guardate se i Rotelli, i Veronesi, i Rocca, i Garattini hanno ricevuto da noi un trattamento diverso.
Andate e verificate se anche personalmente questo Governatore non si è speso per ciascuno e per tutti gli imprenditori e i lavoratori della sua terra.
Andate e chiedete se non ho battuto questa Regione palmo a palmo cercando di rispondere alle attese e domande di tutte indistintamente le opere di solidarietà e di carità sociale.
Andate e parlate col popolo che mi ha conosciuto, la gente per la quale mi sono battuto, le fabbriche in crisi dove ho cercato e cerco di dare risposte all’altezza del bisogno. In verità abbiamo cercato di fare tutto per il bene di tutti, qualunque fosse il colore politico o la fede o la cultura che professasse.
Lo abbiamo fatto avendo come unico criterio la buona salute, la buona impresa, la buona amministrazione.
Abbiamo commesso errori? Sì.
Tutto quello che abbiamo fatto è riformabile? Sì.
Bisognerà prendere atto puntualmente dei limiti di questo nostro amministrare? Sì.
Ma questo dovrà deciderlo il popolo elettore, non i tribunali, né tantomeno le campagne denigratorie e diffamatorie .

Ma ribadisco: l’amicizia non è un reato, anzi è il segreto della vita buona, la normalità del nostro essere nel mondo e per il mondo, il posto dove ogni uomo e donna desiderano ardentemente abitare e dove ciascuno di noi, qualunque professione svolga e responsabilità abbia nella vita, può trovare il necessario paragone e la prima correzione per essere quello che deve essere nella professione e responsabilità che è chiamato a svolgere.

Per il resto, faccio tanti auguri, a te Carla e a tutti gli amici di continuare a combattere insieme la buona battaglia. E ai legittimi avversari e persino a coloro che mi considerano un nemico, anche a loro auguro un rapporto, nei miei confronti e nei confronti dell’amministrazione che rappresento, che sia da uomini e perciò all’altezza della ragione e delle ragioni e non del pregiudizio, dell’ipocrisia e dei fanatismi che troppe volte abbiamo visto finire in intolleranza e violenza.
Roberto Formigoni

Ps. Inutile dire che non mi dimetterò: sarebbe da irresponsabili piegarsi al ricatto dei calunniatori e dare soddisfazione a lobby a cui sembra non importare niente del dramma della crisi che sta devastando l’Italia e a cui interessa soltanto la mia poltrona per i loro affari di potere.

da www.tempi.it

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 aprile 2012
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