Michele Tiraboschi: “Inevitabile l’aumento di costi per la piccola impresa”

Intervista al giuslavorista presente martedì 17, dalle 14.30 a Ville Ponti, per il convegno organizzato da Confartigianato Varese e dedicato alla riforma del mercato del lavoro

Michele Tiraboschi, giuslavorista e professore di diritto del Lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia, è uno dei maggiori esperti in materia di lavoro e diritto sindacale in Italia. Martedì 17 aprile sarà tra i relatori del convegno dedicato alla riforma del lavoro organizzato da Confartigianato Varese alle Ville Ponti di Varese.
Tiraboschi, questa riforma del lavoro, va nella direzione delle piccole imprese?
«Pur se mira ad aumentare la competitività, gli attuali interventi riformatori non tengono conto di tutte le sfumature del sistema produttivo italiano, omologando e assimilando la piccola alla grande impresa, trascurando le peculiarità del settore artigiano e della ricca contrattazione collettiva di riferimento. Le criticità di tale operazione sono elevate per settori tanto diversi come l’industria, il commercio, i servizi e l’artigianato, e determineranno un inevitabile aumento dei costi per la piccola impresa (si pensi al contributo di disoccupazione) e un irrigidimento nell’uso del fattore lavoro incentrato sul vecchio modello del lavoro dipendente a tempo indeterminato. Il rischio che si corre, infatti, è quello di determinare una fuga nel sommerso e nel lavoro nero che, accanto alla disoccupazione giovanile, è il grande male del nostro paese».

La bilateralità, nella gestione degli ammortizzatori sociali, quanto è importante per le pmi?
«L’istituzione di fondi di solidarietà bilaterale, obbligatoria per tutti i settori, e quindi anche per quelli non coperti dalla cassa integrazione guadagni, presta il fianco ad una critica notevole, poiché la loro gestione non è rimessa alla autonomia collettiva, come avvenuto sino ad oggi nelle esperienze bilaterali di settore (si vedano gli artigiani, il commercio, ecc.), ma la loro costituzione avverrà presso l’Inps. Il nuovo istituto rimanda alla esperienza (non sempre virtuosa) dei fondi interprofessionali per la formazione continua, che potrebbero in esso confluire. In una ottica di pragmatismo e di razionalizzazione delle risorse esistenti sarebbe stato più opportuno affidare, invece, agli stessi fondi interprofessionali per la formazione continua anche gli interventi di sostegno al reddito, eventualmente con maggiore contribuzione, in modo da coniugare in un unico centro di interessi misure passive e politiche attive del lavoro».

L’irrigidimento della flessibilità in entrata e le nuove previsioni in relazione all’apprendistato comportano, per le pmi, ulteriori aggravi di natura burocratica, amministrativa e un ulteriore costo del lavoro? E’ la direzione corretta?
«Gli interventi sulla flessibilità in entrata sono innovativi ma incidono profondamente sugli equilibri che aveva posto la Legge Biagi. Purtroppo non si realizza alcun tentativo per distinguere la flessibilità buona da quella cattiva e ciò va ad offuscare il passo in avanti compiuto sui licenziamenti, che peraltro non interessano la piccola impresa e la gran parte del mondo artigiano, determinando un ritorno al passato sulle flessibilità di un mercato del lavoro che rimanda a quello della vecchia impresa fordista.
In linea di continuità con quanto già avviato e conformemente alla posizione delle parti sociali, la riforma consacra, invece, l’apprendistato come mezzo privilegiato di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, confermando gli sgravi di cui godeva precedentemente. Questa è la corretta via affinché il mercato del lavoro guarisca dal male della disoccupazione giovanile: le imprese hanno uno strumento unico per assumere e formare i giovani, senza più scusanti sugli impedimenti nelle assunzioni».

Ritiene che la riforma si inserisca in quanto già tracciato dal professore Biagi?
«È prematuro esprimere giudizi sulla riforma del lavoro, i cui risultati si vedranno solo a medio-lungo termine. Posso però dire che, se da un lato si riscontra un valido tentativo di guardare ai modelli virtuosi dei vicini paesi europei e di dare impulso alla competitività, dall’altro essa pecca perché si basa sull’equazione “flessibilità = precarietà”, rinunciando a tutelare il lavoratore all’interno della flessibilità. Dal documento reso noto dal Ministro Fornero si evince che la strada intrapresa per la riforma del mercato del lavoro è molto diversa da quella sino ad oggi percorsa dalle politiche del lavoro dell’ultimo decennio. I cardini della riforma Biagi sono stati sussidiarietà, differenziazione e prossimità, quando invece, al contrario, l’impianto della attuale riforma è caratterizzata da un forte centralismo regolatorio di matrice statuale, che purtroppo limita il dialogo con le parti sociali, la concertazione e il ruolo dei corpi intermedi. A ciò si aggiunga anche l’intenzione di avviare una ricentralizzazione delle politiche per il lavoro che andrà a ledere il ruolo delle Regioni, ad oggi detentrici delle principali competenze in materia».

Il costo del lavoro: come poterlo diminuire per aumentare la competitività?
«Il costo del lavoro si può diminuire o impiegando nuove risorse pubbliche (operazione impossibile in questo e nei prossimi anni) o incentivando la produttività del lavoro, che è uno dei fattori di maggiore svantaggio delle imprese italiane rispetto alle concorrenti straniere. Se, insieme, governo e parti sociali riescono a intervenire positivamente nella direzione di una maggiore produttività del lavoro, allora, a parità di salario e di costo del lavoro, sarà maggiore il prodotto finale e quindi minore il costo del lavoro per unità di prodotto. Una via può essere quella di incentivare accordi territoriali che intervengano sull’orario di lavoro e sfruttino l’incentivo fiscale previsto già dal 2008 per le componenti di salario legate alla maggiore produttività».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 16 aprile 2012
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