“Quando lo zio italiano mi raccontò del Titanic”

Emilio Portaluppi era lo scalpellino della Valceresio che si salvò dal più celebre naufragio della storia: pochi giorni fa una sua discendente americana ha letto il nostro articolo e ci ha contattato

Dell’anziano zio tornato dall’Italia negli USA conservano una foto e il racconto della notte più famosa della sua vita: quella del naufragio del Titanic.
Christina Morin vive vicino a New York, nel Connecticut, ed è la "bis-nipote" di Emilio Portaluppi, lo scalpellino arcisatese che viaggiava in seconda classe sul Titanic e si salvò fortunosamente dalle acque gelide dell’Atlantico. Ci ha scritto solo pochi giorni fa da New York City: «Ho trovato il vostro articolo cercando su google delle notizie di Emilio Portaluppi. Speravamo che l’anniversario del Titanic potesse portarci le parti mancanti o delle notizie dell’altra parte di famiglia che ancora vive ad Arcisate».

Così VareseNews ha fatto re-incontrare le due famiglie sulle due sponde dell’oceano e ha fatto conoscere nuovi aspetti dell’avventurosa vita di Emilio, che partì per il Vermont per fare lo scalpellino a Barre (la capitale del granito dove si trasferirono molti abitanti di Viggiù e di Arcisate), tornò in Italia, naufragò con il Titanic nel viaggio di ritorno e si stabilì poi nel New Jersey. A raccontarci la storia è ora Gerry Widell Mahler: Emilio era suo zio (è figlia di Matthew Portaluppi, fratello del nostro scalpellino arcisatese) e lei è un po’ la custode della storia della famiglia (nella foto). «Eravamo tutti entusiasti nel vedere il vostro articolo insieme alle foto che lo ritraggono» ci ha scritto emozionata poche ore dopo, contattata da sua nipote Christina che aveva fatto la scoperta su Google.

«Ero molto giovane quando mio zio venne a farci visita, ma mi ricordo di lui. Nostra madre ci disse di non domandare nulla riguardo al Titanic, perché aveva paura che sarebbe stato troppo triste per lui. Nonostante tutto, lui volle condividere alcune storie e volle intrattenere me e mia sorella disegnando cerchi di fumo per noi». Possiamo immaginare il vecchio Emilio che racconta il naufragio ai bambini: «Le sue storie erano dedicate soprattutto a come si era aggrappato ad un pezzo di ghiaccio per non annegare, fino a che una delle scialuppe non era venuta e l’aveva preso a bordo».  Un’altro racconto, molto drammatico, ricorda le dimensioni della tragedia, riguardava una donna che aveva chiesto a Emilio di salvare il suo bambino: «Mentre lui prendeva il bambino, la donna scomparve. Lui guardò il bimbo e si accorse che era già morto. Ricordo che era molto triste per lui». Il salvataggio: «Raccontò anche che quando il Carpathia li  portò a terra, fu ricoverato in ospedale e i dottori dissero che non avrebbe mai più potuto camminare e che volevano amputargli entrambe le gambe». Emilio raccontava di aver resistito e di aver evitato l’amputazione: «Dopo un po’ di tempo fu di nuovo in grado di camminare, ma di lì in avanti dovette usare un bastone».

 
Il ricordo è ancora molto vivo nella famiglia americana, che nelle mail che ci ha spedito mostra molto affetto per Emilio (a destra: la foto con la scritta "uncle Emilio") e anche per la parte di famiglia rimasta di là dell’Oceano Atlantico: «Prima di andarsene da casa nostra, volle dare a tutti noi un dollaro d’argento. Era un grande dono per un bambino e lo conservo ancora oggi, dopo tutti questi anni», ricorda ancora Gerry Widell. Alla terra da cui Emilio partì la famiglia americana regala anche una foto scattata durante quella visita in New Jersey, tanti anni fa: è quella sopra a sinistra, in cui Emilio è ritratto in compagnia del fratello Louis, il capostipite del "ramo" americano insieme all’altro fratello, Matthew.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 aprile 2012
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