Travaglio: “Cari anestetizzati, sveglia”

Standing ovation al Teatro Apollonio per il giornalista-attore. « La stampa nasconde le vere notizie e quando le dà muta il significato delle parole»

Si accende la luce, entra in scena, in piedi, foglio in mano. Inarca il sopracciglio: ok, non ce n’è più per nessuno. Marco Travaglio diagnostica un’anestesia totale al nostro Paese, mostra ciascun sintomo, dice: «Quand’è che gli italiani si sveglieranno e non avranno più bisogno di aggrapparsi a grandi figure carismatiche o di tecnocrati imposti dall’alto? La storia politica dell’Italia muta di vent’anni in vent’anni. Prima c’era Mussolini, poi Craxi, poi è arrivato quello lì. Sono passati cinque mesi dall’ultimo, ve lo ricordate?». Risate, certo. Il problema di Travaglio non è che faccia ridere, anzi. Il problema è che faccia ridere perché riporta quello che hanno dichiarato i nostri politici.
E poi il capitolo dedicato all’informazione. La lezione del giornalista è doppia: alla politica (ma che state a di’?) e alla stampa (ma che state a riporta’?), colpevole, quest’ultima, di assopirsi proprio quando c’è bisogno di stare vigili sugli eventi e critici sui fatti. Perché se è vero che questo spettacolo nasce alla fine del Governo Berlusconi (che, tra l’altro, non viene mai nominato) e termina con il Governo Monti, i contenuti e i concetti sono sempre validi.
Ricorda con comica nostalgia le abilità grottesche dei nostri politici: Calderoli e il suo lanciafiamme («Come fa a dire di aver bruciato 375 mila leggi inutili se ne abbiamo solo 150 mila?»), la teoria dell’”insaputismo” di Scajola, il Lodo Alfano, la legge Bossi-Fini («come si fa a richiedere agli immigrati che cercano lavoro in Italia di avere, come prerequisito, un lavoro?»). E mette in guardia dalle nuove formule: «Sulla Tav, Passera ha detto che bisogna andare avanti. Alla domanda “Perché?” ha risposto “Perché sì”».

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Marco Travaglio all'Apollonio 4 di 23

Travaglio definisce i metodi di distorsione della grammatica dei fatti e dei significati del nostro paese. A partire dai gravi errori della stampa, che sono almeno quattro: primo, le vere notizie sono nascoste. Per distogliere l’attenzione, si parla dell’elefante allo zoo. I servizi sulle diete per dimagrire mentre c’è la crisi. I telegiornali che si trasformano in angoli cottura; secondo, le notizie così grosse da non poter essere trascurate si accennano appena, in modo da poter dire che se n’è parlato. Terzo, si mutano le parole e i significati: e così una semplice indagine diventa lo “scontro tra politica e magistratura”, lo Stato diventa un truffatore che «non deve mettere le mani nelle tasche degli italiani”, le forze dell’ordine hanno “le manette facili” («Perché, esiste un livello di manette normali?»); quarto, si annulla la logica dei fatti. «A seconda del tasso di umidità, può variare anche il dato del Pil. Ce n’è uno almeno per ogni parte politica. Viviamo nel paese della par condicio dei dati».
E quindi, come si fa a garantire una sana informazione? La risposta arriva dalle parole di Indro Montanelli: tutto funziona quando il giornalista è asservito solo al suo pubblico. E in Italia, dice Marco Travaglio, questo non accade. Il giornalista, che non cambia, vive paradossalmente in funzione della parte vincente della politica, che cambia.
Per non sentire più le barzellette, allora, servirebbe questo: che i politici non le dicano più, che la stampa le smentisca con i fatti, che le persone la smettano di crederci.
Quello di Travaglio è un invito: cari anestetizzati, sveglia!

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 21 aprile 2012
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