Lo sport agonistico? C’è chi dice no

Roberto Gervasini, varesino ed ex azzurro di atletica, non cambia idea: «A certi livelli lo sport è esasperazione, stress e impegno ai limiti»

È passato parecchio tempo da quando alcuni noti sportivi di casa nostra ebbero l’occasione di parlare al pubblico delle loro personali esperienze come praticanti di discipline diverse. Si scatenarono polemiche vivacissime quando essi dissero chiaro e tondo che in linea di principio la pratica professionistica dello sport nuoceva alla salute. Tra questi singolari contestatori c’era Roberto Gervasini, un brontolone militante se lo ricordiamo sempre presente in battaglie piccole e grandi nell’interesse della comunità, battaglie scatenate da una trincea politica a Varese pochissimo frequentata, quella dei radicali non oltranzisti.
Gervasini fu un segugio a volte più abile dei cronisti nello scoprire le prime operazioni tangentizie e poi quelle mafiose in quella Varese che veniva spacciata per isola felice, ma seppe suscitare buonumore con divertenti provocazioni come il taglio della torre di piazza Monte Grappa per utilizzarla come trampolino per i tuffi nella fontana, allora trascurata al pari della piazza stessa da presunti civici amministratori.
Essendo io in pratica un "ottantino" mi sono guardato attorno per la conta di amici in buona salute ma facilmente ne ho individuati non pochi che, nonostante un brillante passato di atleti di rango, oggi lamentano notevoli acciacchi. Mi sono anche ricordato della polemica di Gervasini sugli effetti nel tempo di una intensa attività sportiva, sono riuscito a stanarlo.

Roberto, la tua carta d’identità sportiva.
«Fui colto a giocare a boccette con Pietro Tallone, mio compagno di banco, durante l’ora di educazione fisica. Costretto quindi a correre la campestre scolastica del sabato successivo vinsi, disgraziatamente. Ho vinto poi i campionati europei Junior nel 1966, due titoli italiani assoluti nei 1500 e ho vestito un po’ di maglie azzurre».

Quanto hai corso nella tua vita?
«Qualche decina di migliaia di chilometri, un terzo dei quali in debito di ossigeno, con evidenti danni alle cellule cerebrali».

Lo rifaresti? Oggi che cosa credi ti abbia tolto tanto sport?
«Dieci anni di agonismo dai 16 ai 26 anni sono mortali, ti negano la possibilità di contatti, di varianti socio culturali, ti consumano»

E quanti giovani hai coinvolto in questa tua passionaccia?
«Ho sulla coscienza un bel gruppo di ragazzi di allora, anni 70: Enrico Bronzi è arrivato in Nazionale negli 800 e Stefano Giani, dopo aver fatto il presidente dell’Atletica Varese, oggi marcia ancora con successo, giusto per far due nomi». 

Con te recriminano molti campioni che i varesini conoscono bene, è gente che tra l’altro è stata ben lontana da ogni forma di doping. Sono campioni in altre discipline e a voi tutti fanno buona compagnia i non pochi dilettanti che hanno esagerato nella pratica sportiva. Ne conosco uno che per ben sette volte è finito da un chirurgo ortopedico.
«Molti confondono sport agonistico ed attività fisica. Le passeggiate in bici o a piedi fan solo bene, come nuotare o andare tre volte la settimana in palestra. Lo sport agonistico è esasperazione, stress, impegno fisico ai limiti. Moltissimi fondisti che hanno fatto agonismo serio, oggi sessantenni, non sono più in grado di correre, hanno problemi soprattutto articolari e cardiaci: Fixx, l’inventore del jogging è morto correndo, tre mie amici sono morti d’infarto». 

Al Tour ho visto però arzilli vecchietti, un tempo campioni, commentare in tv la corsa: evidentemente il fenomeno che contesti non riguarda tutti.
«Commentano, e devo dire che anche noi podisti andiamo oggi solo in bicicletta perché sulla sella si scarica due terzi del peso e le gambe, bene o male, riescono a spingere».

Come si fa a stabilire un limite per le fatiche, per una attività sportiva professionale?
Oltretutto c’è gente che con gli ingenti guadagni nell’età giovane si assicura un futuro sereno
.
«Molti anni fa organizzai delle conferenze dibattito su “Lo Sport fa male”. A questa stessa domanda il grande Cicci Ossola, calciatore in A con il Varese e la Roma, e forse caso unico pure giocatore di basket in B, sentenziò: "Il limite lo puoi conoscere dopo i cinquant’anni"».

Roberto Gervasini ha detto cose importanti a volte in modo semiserio e a distanza di anni soprattutto non ha cambiato parere. C’è da credere che esagerare anche nello pratica sportiva diventa un danno e non piccolo per la salute. La segnalazione è in particolare rivolta ai dilettanti.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 luglio 2012
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