Sebastiano De Gennaro: da Bach a John Cage passando per Paperino in versione punk

L’artista si racconta parlando del suo disco "Hippos Epos" e non solo

Si dice, di solito, che è impossibile scoprire qualcosa di nuovo nel mondo della musica dal momento. Si dice che è già stato inventato tutto. Inoltre, la maggior parte delle persone ha la tendenza a classificare la musica in generi e sezioni troppo rigide per essere sensibili al contagio di influenze diverse. Tutto questo non vale per Sebastiano De Gennaro musicista, rumorista, percussionista e compositore, inventore di musica contemporanea, definito maestro dal Conservatorio di Musica. Sebastiano collabora con i più importanti artisti della musica indipendente italiana come Edda, Le Luci della centrale elettrica, Pacifico e tanti altri. Di recente è uscito per la Trovarobato (http://www.trovarobato.com/) il suo primo disco solista ‘Hippos Epos’ (di cui alcuni brani sono disponibili sul suo sito http://www.sebastianodegennaro.com/ ), un omaggio alla musica attraverso l’esecuzione di brani dal rimando classico filtrati in chiave post moderna anche attraverso l’utilizzo di strumenti giocattolo. In questa intervista Sebastiano ci parlerà del suo rapporto con la musica, delle sue influenze artistico-culturali e dei prossimi progetti in cantiere. La parola a Sebastiano.

Sebastiano, quando hai capito che la musica sarebbe entrata a far parte della tua vita?

«Ho cominciato a sentire il desiderio di suonare intorno ai nove anni, ma di musica ne ho sempre ascoltata poca, almeno fino ad una certa età. Per me da ragazzo la musica era suonare, non ascoltare. Si trattava un po’ di un gioco: la batteria ha affiancato i lego e le macchinine per un bel pezzo prima di diventare la mia unica vera passione. Per questo motivo mi ritrovo pieno di lacune musical-culturali, che cerco di colmare ora. La musica era un gioco, il gioco di suonare. E’ un po’ il contrario di ciò che accade e soprattutto accadeva a molti ragazzi, compresi i miei zii, per i quali la musica era ascoltare dischi, andare ai concerti, seguire i movimenti musicali con tutti i significati che facevano parte della vita e della formazione di una persona. Ho cominciato a realizzare che la musica sarebbe stata la mia vita passando le ore nello scantinato dove suonavo, là non facevo entrare né la scuola, né i compiti, né i guai dell’adolescenza. Arrivando in conservatorio, avevo 20 anni, abbandonate tutte le scuole, ho cominciato davvero a dover dedicare tutto il tempo sugli strumenti, a quel punto ho capito che la musica era entrata ad occupare completamente la mia vita».

Quando hai iniziato a fare musica?
«Il primo gruppo intorno ai tredici/quattordici anni. Con due cari amici, i fratelli Augusto e Francesco, formammo un trio chitarra-basso-batteria. Loro sì che ascoltavano tanta musica! Avevano i capelli lunghi e mi proponevano dischi dei Black Sabbath, Led zeppelin, Deep Purple di cui "coverizzavamo" alcuni pezzi. Poi mi facevano sentire Primus, Tom Waits e roba così, tutti ascolti che mi hanno influenzato parecchio. Ecco a loro devo molto in termini di cultura musicale altrimenti per me sarei rimasto ad ascoltare Bon Jovi».

Sul tuo sito c’è scritto che hai maturato un certo odio per il corso di batteria e per il mondo accademico, come mai questo?
«Per due ragioni molto diverse. I batteristi sono dei malati di tecnica e paradiddle, una malattia antipatica e vagamente stupida. Per esempio io ho studiato batteria per un poco in una nota scuola milanese, il CPM, e devo dire che m’hanno insegnato tutto tranne che cose utili allo sviluppo di una qualunque musicalità. Per me sentire gli assoli alla batteria è una tortura, la trovo una cosa inutile, una continua gara al più veloce o al più preciso. Non sono tutti così, vero, ma facendo una media la
conclusione che traggo è questa. L’ambiente accademico invece è l’opposto, l’attenzione al suono, alla musica, all’interpretazione è totale ma poi si perde tutta l’istintività, l’improvvisazione e la creatività. Io, uscito dal conservatorio, ero come un pezzetto di legno tutto rigido, prevenuto su tante cose. Ho dovuto lavorare un anno con un Clown per rielasticizzare il cervello e lasciarmi andare un poco!». 

Hai un genere di musica preferito?
«Più che altro ho dei generi musicali che detesto. La musica reggae mi fa schifo. Lo ska mi dà sui nervi. Per il resto mi considero abbastanza aperto sui generi, ma preferisco la musica fuori dai generi. M’interessa molto la musica contemporanea, mi affascina, mi diverte e solo raramente mi annoia. Xenakis, Cage, Ligeti, Messiaen, ma anche gli italiani viventi o meno come Boccadoro e Romitelli per citarne alcuni, scrivono un ‘genere’ di musica contemporanea impossibile da non ascoltare con curiosità estrema».

Hai dei libri preferiti?
«Certo! La montagna incantata di Thomas Mann e Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov. Classici».

Come ti è venuta l’ispirazione per realizzare Hippos Epos?
«Nessuna ispirazione, non sono uno di quegli artisti che vengono colti da ispirazioni folgoranti. Ho sempre studiato la musica e quando ho finito il conservatorio ho cominciato a studiarla a modo mio, sperimentando su repertori che amavo, come quello di Bach, oppure sfruttando in modo creativo gli strumenti che ho a disposizione: percussioni intonate, percussioni non intonate, oggetti sonori, giochi sonori e un piccolo apparato elettronico da me assemblato. Alcuni compositori però mi hanno decisamente appassionato (diciamo anche ispirato), chi per l’approccio alla materia ed agli oggetti come Cage, chi per i suoni in qualche modo archaici e futuristici come Xenakis, chi per la ricerca pionieristica nei paesaggi della musica elettronica come Stockhausen. Mi piacerebbe imparare a scrivere come facevano loro, con grande libertà e coraggio e pure con estrema lucidità, ma ovviamente si parla di artisti nettamente superiori il cui lavoro non è paragonabile ai miei modesti tentativi. Hippos Epos è una raccolta di questi esperimenti, per questo è un disco estremamente eterogeneo, che forse andrebbe ascoltato a sezioni. Sezione 1: la musica antica di Bach e Mozart risputata da un musicista moderno. Sezione 2: il minimalismo americano di Reich. Sezione 3: i miei brani inediti che stanno esattamente a metà strada».

Prossimi progetti in cantiere?
«Un disco su John Cage di cui quest’anno si celebra l’anniversario della nascita. Sarà un uscita per Trovarobato (che ha pubblicato anche Hippos Epos nel 2011) e ci suoneremo assieme io ed Enrico Gabrielli. Il materiale già c’è, quindi le probabilità di realizzarlo sono buone ma l’uso del condizionale non fa mai male».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 23 luglio 2012
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