Al Pardo, folla di fan per il bel Gael

Gael Garcia Bernal, trentquattrenne attore messicano noto soprattutto come Che Guevara ne “I diari della motocicletta” e per “La mala educacion” ha ricevutoil secondo Excellence Award del Festival

Gael Garcia Bernal Gael Garcia Bernal, trentquattrenne attore messicano internazionalmente noto soprattutto per avere interpretato Che Guevara ne “I diari della motocicletta” e aver recitato per Almodovar ne “La mala educacion” ha ricevuto ieri sera il secondo Excellence Award del Festival di Locarno. L’attore e regista è arrivato in Piazza preceduto dal tifo quasi calcistico di un nutrito numero di giovani ammiratrici, ha ringraziato facendo un breve discorso interamente centrato su una carriera che ritiene ancora tutta da costruire e si è fatto raggiungere sul palco dal fratello per dedicare il premio a lui, al Messico e alla città di Locarno. Inoltre, in questa occasione, la premiazione ha coinciso con la presentazione del film della serata “NO”, di Pablo Larrayn (Cile/Messico/USA, 2012) che è stato proiettato subito dopo la cerimonia.

Bernal e Larrayn hanno presentato l’anteprima internazionale del film sia per celebrare il premio ricevuto dal protagonista, sia per ringraziare il festival dell’onore ricevuto sia, ovviamente, per sfruttare la coincidenza in vista del lancio commerciale del film. Quest’ultimo proposito sarebbe naturalmente rilanciato dall’eventuale vittoria del premio del pubblico, vittoria ampiamente possibile viste le reazioni positive.

“NO” racconta una storia cilena: nel 1988, dopo 15 anni di dittatura fascista, le pressioni della comunità internazionale inducono il regime del generale Pinochet a indurre un referendum sulla permanenza al potere del tiranno; sempre per dare un’immagine di legalità la giunta militare concede 15 minuti quotidiani alla campagna del “NO” a Pinochet. Sarà, lo racconta la storia, un errore fatale: il popolo cileno dirà no alla dittatura e la concertcion nacional tornerà entro pochi mesi al palazzo della Moneda con un nuovo presidente democraticamente eletto.

Molte, ovviamente, le ragioni di quel risultato ma il film si concentra su quella che può sembrare la meno importante: l’organizzazione della campagna elettorale, in particolare di quei 15 minuti di TV che ogni giorno, per 27 giorni, l’opposizione poté mandare in onda. Ciò che interessa al regista è, in particolare, la creatività e la modernità della campagna, con l’opposizione che, mentre ancora ci sono detenuti politici in carcere e ferite dolorosissime aperte, decide di tentare una campagna ottimista, basata su slogan commerciali, sulla promozione della speranza piuttosto che dell’allarme e della paura.

Ad occuparsene un giovane pubblicitario, Bernal appunto, che resiste alle pur legittime richieste di quanti vorrebbero usare lo spazio TV per denunciare i crimini del fascimo, puntando invece sulla costruzione del futuro, garantendo così un importante spinta alla vittoria. Un film politico dunque ma anche un film sulla comunicazione e sui riflessi della politica (della violenza politica in particolare) sulla vita delle persone comuni. Allo stesso tempo un film avvincente e divertente seppur non del tutto privo di alcuni difetti specie nell’approfondimento dei personaggi.

Concorso internazionale, vediamo alcuni film:

Museum Hours di Jem Cohen, Austria/USA.
Quest’anno il concorso è ricco di documentari, seppure atipici e sperimentali, e questo film austriaco non fa eccezione, cercando l’ennesima via per conciliare la fiction con, appunto, il documentario.
Va detto che il pretesto narrativo di Museum Hours è evocativo ma estremamente fragile: una donna misteriosa si fa accompagnare per i musei di Vienna da un guardiano del Museo Nazionale. Ovvio che, sottotraccia, si delinei anche l’esplorazione delle reciproche vite ma questo filo è veramente sottile. Il film è di fatto una carrellata delle opere d’arte e della storia contenuta nei musei, del loro ruolo nel diffondere la bellezza e della loro natura “democratica” che favorisce la possibilità di chiunque di accedere all’arte. Il film è affascinante ma, va detto, non certo avvincente.

La fille de nulle part, di Jean Claude Brisseau, Francia.
Uno dei film più originali e belli del concorso di quest’anno, impreziosito anche dalle interpretazioni di Claude Morel e della giovane Virginie Legeay.
Un anziano professore di matematica sta scrivendo un libro sul potere dell’illusione quando viene interrotto da rumori che vengono dal pianerottolo, uscito a controllare salverà la giovane Dora da un’aggressione e la accoglierà in casa. Il rapporto di sfiducia, simpatia, complicità, reciproca protezione che nascerà fra i due costituisce il vero senso della pellicola che però non mancherà di mettere in scena momenti di commedia, di thriller e persino di vero e proprio horror, in un incrocio di generi che potrà sembrare azzardato ma che risulta affascinante e divertente e rimane credibile proprio grazie ad una narrazione interamente focalizzata sulle percezioni soggettive dei protagonisti.
Il finale è prevedibilmente tragico ma disegnato con leggerezza tra scetticismo e paranormale.

Starlet di Sean Baker, USA
Jane e Sadie, le due protagoniste del film, hanno rispettivamente poco più di venti e oltre ottantacinque anni. La prima fa l’attrice porno, la seconda è una tranquilla casalinga in pensione. Che rapporto ci può essere tra le due? Il film racconta della nascita, da un evento casuale, dell’amicizia tra Jane, Sadie e Starlet, il Chihuaua di Jane che dà il titolo al film. Jane deve confrontarsi con colleghi e amici assai problematici, Sadie ha problemi economici e fatica a trovare le ragioni per vivere. In qualche modo il rapporto fra le due serve ad entrambe a trovare una ragione di vita. Un film complessivamente divertente, non privo di momenti toccanti e paradossali.

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di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 09 agosto 2012
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